Corriere della Sera, 16 febbraio 2026
Trapianti, le sfide da vincere
Qualche tempo fa a uno dei nostri ospedali arriva un neonato in condizioni disperate, ha una polmonite bilaterale da enterovirus. Il piccolo ha bisogno di supporto respiratorio e non solo, le possibilità di farcela sono poche, pochissime. Medici e infermieri fanno il possibile e l’impossibile, nessuno pensa ad altro che alla vita di quel piccolino. Dopo qualche giorno Luca – non è il suo vero nome – mostra qualche segno di ripresa, poi è sempre meglio, giorno dopo giorno e torna a casa: guarito. Il nostro Servizio Sanitario sa fare quello che ha fatto per Luca e molto d’altro, ma prendersi carico della salute dei cittadini implica una enorme responsabilità. Deve essere un vero e proprio «servizio» ispirato a dedizione, compassione, attenzione ai dettagli e qualità. È possibile fare tutte queste cose insieme? Sì, e lo si deve fare specialmente nel campo dei trapianti e ancora di più per un trapianto di cuore di un bambino. Vediamo qualcosa che è successo poco tempo fa in uno dei nostri ospedali: Andrea è un neonato con un cuore che non si contrae, è una forma genetica, molto grave, di solito si muore. A meno che non si possa fare un trapianto, ma il cuore per un bambino così piccolo non lo si trova, non subito perlomeno.
Così per settimane e settimane quel bambino resta in ospedale attaccato a una macchina che fa le funzioni del suo cuore. Con dei tubicini che vanno e vengono dal petto alla macchina, il bambino prende prima il latte, poi le pappe e, stando sempre in ospedale, impara a gattonare, poi a reggersi in piedi, poi qualche parola. Un cuore che potrebbe andar bene per lui arriva solo dopo 490 giorni trasportato da una valigetta, la «valigetta dei sogni». E allora il trapianto si fa. Dopo qualche settimana il bambino lascia l’ospedale, guarito. Tutto questo è costato tantissimo al nostro Servizio Sanitario Nazionale. Ma ne è valsa la pena, non vi pare? E i genitori non hanno speso un euro. Per non parlare di Chiara che viene da un Paese dell’est: ha sette anni. Ha fegato e cuore malati. Il papà è disperato, va in internet e scopre che c’è qualcuno in Italia che potrebbe occuparsi di lei. Detto fatto, quel papà lo ritroviamo in uno dei nostri ospedali, sarà proprio lui il donatore: una parte del suo fegato e uno dei suoi reni potrebbero guarire sua figlia. Si tratta di un intervento estremamente delicato – che al meglio delle mie conoscenze in Europa non è stato fatto mai e forse nemmeno negli Stati Uniti – invece si fa e tutto va per il meglio. Adesso Chiara è guarita. Come è guarita Anna. Non aveva ancora otto anni quando si è accorta di colpo di respirare male. Si trattava di una grave forma di fibrosi polmonare, una malattia rarissima. Non c’è altro che si possa fare tranne un trapianto. Non solo ma la stessa malattia ha portato a una alterazione della gabbia toracica che va corretta, per fare spazio ai polmoni ammesso di trovarli. Anna è in lista di trapianto da sei mesi. L’ultimo mese lo passa in rianimazione tenuta in vita con la circolazione extracorporea. Finalmente la valigetta con gli organi arriva anche per lei. Anna, che è stata così vicina alla morte in quei lunghissimi giorni di terapia intensiva, torna a vivere. Come potete vedere, c’è il caso che la tua vita dipenda da una valigetta e da chi la trasporta. Lì dentro potrebbe esserci quel cuore che aspetti da mesi e che ti consentirebbe di respirare anche di notte, ma ci potrebbe essere anche un fegato per il tuo bambino, che lo aspetta da anni e che gli consentirebbe di fare quello che fanno tutti i bambini. Oggi in Italia, fra bambini e adulti sono circa ottomila le persone in attesa del trapianto, ciascuno vorrebbe che quella valigetta fosse per lui, ma non sarà così, non per tutti per lo meno. Quelli che aspettano un cuore nuovo sono ottocento ma sono molti di più quelli che vivono nell’attesa di un fegato; per non parlare di chi aspetta un rene, quasi cinquantamila persone che dipendono da una macchina di dialisi per quattro ore al giorno, per tre giorni alla settimana, per tutte le settimane del mese, per tutti i mesi dell’anno. Poi ci sono i 198 in attesa del pancreas, i 247 del polmone – e sarebbero molti di più se ci fossero abbastanza organi per tutti quelli che ne hanno bisogno – e l’elenco non si ferma qui. Ammalati che vivono con il telefono vicino giorno e notte ma non per lavoro o per diletto, solo perché sperano di sentirsi dire «la valigetta con il ‘suo’ cuore è partita da Bologna (ammettiamo) e arriverà a Torino fra tre ore, lei si prepari, la operiamo stanotte». Di trapianti però in un anno se ne fanno meno di quattromila, cosi solo uno su cinque di quelli che grazie all’intervento potrebbero tornare a vivere ci arriva davvero; per gli altri la valigetta non arriverà mai. Una volta (dai tempi del trapianto di cuore fatto da Christiaan Barnard in Sud Africa alla fine degli anni ’60) era come quelle del picnic con dentro due o tre sacchetti di ghiaccio. Ci si adagiava con grande garbo il cuore che però in questo modo riusciva a resistere per un paio d’ore soltanto. Ma dal momento che non sempre si riusciva a organizzare il trapianto entro le due ore, tre volte su dieci i cuori che si prelevavano finivano per non essere trapiantati. Da allora è cambiato tutto, oggi la valigetta che trasporta gli organi è una sorta di piccola terapia intensiva, capace di conservare gli organi a lungo – cinque-sei ore ma anche dieci se serve – grazie a soluzioni ossigenate e arricchite di sostanze nutritive che perfondono gli organi anche durante il trasporto. Una valigetta così costa tantissimo e costa anche trasportarla ma in questo modo il cuore, ma vale per qualunque altro organo, non subisce danni e i risultati del trapianto migliorano. Trasporto e sistemi di perfusione sono ancora più complessi per il fegato. Le valigette che trasportano i reni sono le più collaudate. E poi c’è il polmone, l’organo più delicato, che come potete immaginare è anche il più difficile da trasportare e tante, troppe volte deve essere scartato.
Nel caso del bambino di Napoli qualcosa (forse più di qualcosa) non è andato per il verso giusto durante il trasporto di quel piccolo cuore. Questo ormai sembra essere accertato ma si potrà dire di più solo quando si saprà come sono andate davvero le cose. Per ora l’unica cosa che mi sentirei di poter suggerire in questo momento è che quando qualcosa non va per il verso giusto ne dobbiamo parlare apertamente con i parenti a maggior ragione se si tratta di un bambino. È difficile lo so, ma dobbiamo imparare a farlo: «ho sbagliato» oppure «abbiamo sbagliato, soffro quanto voi in questo momento e me ne prendo la responsabilità».