Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  febbraio 15 Domenica calendario

Dario Ferrari, il mio romanzo dell’Idiozia diffusa

I protagonisti dei romanzi di Dario Ferrari hanno uno sguardo laterale sul mondo, una postura esistenziale che rifiuta l’efficienza, la competizione, la pressione della performance come valori assoluti. Dopo il successo di La ricreazione è finita, storia tragicomica di un trentenne, adolescente irrisolto fuori tempo massimo, che si ritrova dottorando a studiare l’opera di un terrorista, lo scrittore viareggino riporta in libreria la sua voce originale dalla marcata vis comico-malinconica. Il protagonista del nuovo romanzo, in uscita da Sellerio, L’idiota di famiglia, è Igor, quarantenne traduttore sempre sul filo della precarietà che da Roma, dove vive con una donna diventata improvvisamente una celebrità degli studi post-femministi, si ritrova a Viareggio, per occuparsi del padre. Herr Professor, veterocomunista insegnante di filosofia, intransigente e rigoroso, si sta perdendo nelle nebbie della demenza senile e Igor scopre qualcosa del padre che non conosceva. Tra le sue carte c’è un manoscritto dedicato alle Tre giornate del 1920 quando in Versilia si sognò di «fare il socialismo».
Ferrari intreccia la storia di Igor con quella di Idargo, protagonista di quell’avventura di inizio Novecento, così come nel precedente romanzo aveva intrecciato la storia di Marcello con quella del terrorista Tito Sella, in una rappresentazione di come le generazioni interpretano in modo diverso libertà, responsabilità, impegno politico. «C’è sicuramente una continuità di voce e di modo di mettere in scena il mondo – spiega Ferrari a «la Lettura» —. Sono libri che stanno sulla stessa linea, sullo stesso tono, anche se con una differenza essenziale: qui il protagonista è più maturo. Il primo era più scanzonato, questo più malinconico».
La dimensione generazionale resta centrale.
«È dalla tensione tra generazioni diverse – i millennial, i boomer, quelli nati a inizio Novecento – che possono aprirsi squarci interessanti. Sovrapporre epoche e prospettive è un modo di lavorare in cui mi riconosco molto. Mi interessa capire come si interagisce diversamente con il mondo: come lo viveva un quarantenne trent’anni fa, con l’idea di poter intervenire sulla realtà, e come lo vive un quarantenne oggi, spesso con la sensazione di subirla».
Una parola chiave che attraversa entrambi i libri è «responsabilità».
«C’è la responsabilità evitata: personaggi che fanno di tutto per non doversela prendere. Ho spesso l’impressione che i millennial, di cui anch’io faccio parte, fatichino a smettere di pensarsi come figli e ad assumere pienamente una posizione adulta. Questo ha un riflesso politico: la sensazione che qualcun altro debba pensare per noi, farsi carico delle decisioni. Idargo e gli altri rivoluzionari delle Tre giornate di Viareggio, per quanto spesso scollati dalla realtà, avevano invece l’idea di essere protagonisti della storia. Oggi quella sensazione non c’è più: non cambio il mondo e non mi prendo neppure la responsabilità di fare di me un adulto».
Tanto poi è la realtà a presentare il conto.
«Esatto. Puoi rifiutare la responsabilità quanto vuoi, ma poi arriva: sotto forma di figli, come accade alla sorella di Igor, oppure con una malattia improvvisa, come l’Alzheimer del padre. A quel punto sei costretto a rivedere tutto: il presente, il passato, le relazioni, il tuo modo di stare al mondo».
Da dove nasce l’idea di «L’idiota di famiglia»?
«Credo che lo spunto iniziale sia stato il rapporto genitori-figli, mediato dalla memoria. Le memorie di generazioni diverse, persino all’interno della stessa famiglia, sono spesso incompatibili. Condividiamo gli stessi eventi, ma li ricostruiamo in modi talmente diversi da renderli quasi irriconoscibili. Nel romanzo questo tema culmina nella perdita totale della memoria del padre, un uomo che l’aveva prodigiosa. L’ultimo ricordo che gli resta è probabilmente falso, costruito a forza di raccontarlo».
E le Tre giornate rosse di Viareggio?
«Mi sembrava un episodio insieme folle e significativo. È un ponte implausibile ma necessario tra le generazioni, un tentativo disperato di comunicazione. Proprio per questo poteva diventare, per Herr Professor, un luogo simbolico a cui aggrapparsi».
Il titolo, «L’idiota di famiglia», da un lato rimanda a «L’idiota della famiglia» di Jean-Paul Sartre, che lo riferisce a Flaubert e a come lo vedevano in casa: un ragazzo lento, passivo, quasi incapace. Ma rimanda anche al principe Myskin, l’idiota di Dostoevskij, il buono che non conosce la malizia, pratica la virtù senza chiedersi il perché. Chi è l’idiota nel suo libro?
«È un’idiozia diffusa, con diverse accezioni possibili. C’è l’idiota nel senso comune, quello che continua a cercare risposte dove non le ha mai trovate. C’è l’idiota etimologico, il privato cittadino che si chiude al mondo, non vuole avere relazioni con la comunità. E poi c’è l’idiota alla Dostoevskij: colui che è talmente votato al perseguimento del bene da risultare incomprensibile. Queste accezioni attraversano tutti i personaggi: Igor, il padre, Idargo. È un’idiozia accogliente, in cui tutti possiamo riconoscerci, in momenti diversi della vita».
Quello di Sartre è un libro sulla vocazione letteraria, su come si diventa scrittori.
«Mi fa pensare anche a Proust, su cui torno spesso. Lui dice: non è vero che lo scrittore sia il più bravo, il più intelligente, il più brillante, il più sveglio. A volte è qualcuno da cui non ti aspetti niente, che riesce a cogliere qualcosa, ad avere un’intuizione della realtà utile anche agli altri. Nel romanzo Herr Professor, che non ha mai mostrato velleità letterarie, ha bisogno della malattia, di abbassare i freni inibitori della sua cultura, del suo intellettualismo, della sua rigidità anche politica, per riuscire a dire qualcosa di significativo. È come se al posto della poetica del fanciullino ci fosse una poetica dell’idiota: in ogni scrittore c’è una quota di idiozia necessaria».
Lei come è diventato scrittore?
«Nei miei libri torna sempre l’idea che la comunicazione, impedita su un piano diretto, possa avvenire soltanto su un piano mediato e letterario. La letteratura è una mediazione che mi permette di dire cose che altrimenti resterebbero mute. E quando un lettore ti dice: “Mi hai detto qualcosa”, è molto forte».
Quanto presta di sé ai suoi personaggi?
«Igor appartiene alla mia generazione e fa il traduttore come ho fatto io. Sono il figlio, scanzonato, irrisolto, ma un po’ anche Herr Professor, il padre che ho paura di diventare per i miei figli: il professore di filosofia, rigido, con troppe aspettative».
E poi c’è la sua Viareggio...
«Balneare, carnevalesca, piccola, rilassata, in contrasto con Roma, la metropoli caotica che però ha anche i suoi vantaggi. A un certo punto Igor lo dice chiaramente: come sto bene nell’anonimato. C’è sempre questa idea del perdersi, dello svanire, del diventare cosa fra le cose forse per non sentire la responsabilità di dover essere qualcosa. Dall’altra parte c’è la provincia che ben ti conosce e quindi ben ti sa inquadrare e squadrare. È una dialettica produttiva, per vedere che effetto produce la distanza».
Lei usa i suoi personaggi per mettere in crisi ambienti e istituzioni. In «La ricreazione è finita» era l’università, qui il mondo editoriale con i traduttori sottopagati e insidiati dall’intelligenza artificiale, i meccanismi perversi dei premi letterari, i rapporti con agenti e case editrici... La cifra è sempre quella della comicità.
«Il mondo editoriale, che conosco e in cui mi riconosco, offre moltissimi spunti comici. Lo sguardo non può che essere un po’ dissacrante, chiaramente mettendocisi nel mezzo, con tutte le scarpe. E d’altra parte credo che ci sia anche la necessità di voler bene a ciò che si prende in giro. Quindi io rispetto questo ambiente, così come rispetto l’università nel libro precedente. Si tratta di prendere in giro un mondo in cui trovo qualcosa di me. Mi sono reso conto che nel momento in cui scrivevo di qualcosa che invece mi stava integralmente antipatico, che mi respingeva completamente, non riuscivo a fare lo stesso tipo di sarcasmo, di dissacrazione. Ho cancellato intere pagine perché non vedevo quella luce benigna che in qualche modo rende vicino l’oggetto che si prende di mira. C’è questa dialettica tra l’ego ipertrofico dello scrittore e Igor, il traduttore che non è veramente dentro l’editoria, non è veramente un intellettuale, ma deve sempre mettere a tacere l’ego e scomparire nelle parole, non farsi vedere».
Il comico è centrale nella sua scrittura, ma convive sempre con il dramma, la malinconia.
«Per me è quasi inevitabile andare verso il comico, lo rivendico con gioia. Ancora prima dell’ironia, è la risata che mette tutto in discussione e travolge orizzontalmente chi ride e il mondo intorno. L’ironia invece ha spesso qualcosa di snob: è lo sguardo di chi si pone al di sopra e prende di mira ciò che sta sotto. Ma qualsiasi risata vera ha dentro la consapevolezza che esiste un dramma che riguarda tutti, che la tragedia è sempre dietro l’angolo. La risata serve a esorcizzarla. Non riuscirei a ridere senza la consapevolezza della morte, per dirla brutalmente. Separare il “regno della risata” dalla realtà e poi confinare la tragedia altrove non ha senso. Ce lo ha insegnato la grande commedia all’italiana: Mario Monicelli, Dino Risi, Pietro Germi riuscivano a far ridere senza mai perdere la cognizione del dramma».
C’è anche una forte impronta toscana, in questo senso.
«Mi piace pensare di sì. L’idea che nulla sia troppo sacro per non essere preso in giro, e che sotto la risata ci sia sempre una forma di magone, è molto toscana. Viareggio, con la sua ironia carnevalesca, torna sempre nei miei libri».
In «L’idiota di famiglia» c’è un distinzione «tra scrittori carnivori» e «scrittori erbivori».
«Confesso di averla sentita fare, di non essermela inventata, purtroppo, perché è davvero molto brillante. In qualsiasi contesto, anche in letteratura, si riproduce questa dinamica essenziale: il predatore e la preda. Io sicuramente sono erbivoro».
«La ricreazione è finita» ha avuto un grande successo di lettori e di critica. Se l’aspettava?
«No, per niente. Pensavo che potesse circolare un po’ nel mondo accademico: all’università, tra studenti, dottorandi, docenti. Racconta un ambiente molto specifico, offrendo una prospettiva non troppo battuta e pensavo che il suo pubblico naturale fosse quello. Invece credo che abbia funzionato soprattutto la componente generazionale. Molti lettori si sono riconosciuti nell’incompletezza del protagonista».
Come vive oggi il successo e il giudizio che ne deriva?
«Vorrei restare in uno stato di assenza di giudizio. So che non è possibile, ma cerco di non farmi travolgere. Forse la mia forza è una certa forma di stordimento: non capisco fino in fondo tutto quello che succede intorno a me, nel mondo editoriale, e questo mi protegge dall’ansia e dalla competizione».
Nel libro emerge una riflessione implicita sul rapporto tra opera e autore e sugli eccessi del politicamente corretto. A un certo punto Igor viene invitato a rifiutarsi di tradurre un grande scrittore americano perché considerato scorretto...
«Quando Proust dice che l’opera e la vita di una persona sono il prodotto di due “io” diversi, dice qualcosa di profondamente vero. Esistono opere grandiose scritte da uomini orribili: questo non rende le opere meno grandiose né gli uomini meno orribili. Sono due ordini di giudizio diversi».
C’è anche una critica alla «cancel culture».
«C’è stata, soprattutto negli Stati Uniti, l’idea che la letteratura dovesse essere epurata o moralizzata. Non sono d’accordo. Quando Giorgio Manganelli dice che “la letteratura è immorale, è immorale attendervi”, dice una verità fondamentale: all’arte non si possono sovrapporre canoni etici. La censura è sempre pericolosa. E lo è in tutte le direzioni. Abbiamo visto come basti pochissimo perché il discorso sulla libertà d’espressione si rovesci: oggi si grida alla cancel culture, domani si chiede di togliere Platone da un corso universitario perché mette in discussione le categorie di genere. È altrettanto assurdo prendersela con Aristotele perché maschilista. Serve contestualizzazione storica, e soprattutto serve mantenere uno spazio franco per l’arte e la letteratura».