La Lettura, 15 febbraio 2026
Kipling maledice le bugie dei padri
La poesia di Rudyard Kipling (1865-1936), noto prima di tutto come romanziere e autore di racconti, pone dei problemi. Il creatore del Mowgli del Libro della giungla e di Kim, il narratore breve che ha esplorato ogni genere e ogni atmosfera può anche dirsi un poeta?
Per rispondere a questa domanda, T. S. Eliot scrisse nel 1941 un famoso saggio, che serviva da introduzione a una scelta di testi. Crediamo che quel saggio sia una delle chiavi di accesso privilegiate al Kipling poeta e alle questioni che solleva. Eliot si mise a indagare la specificità della scrittura in versi dell’autore britannico nato in India: si soffermò ad esempio sulla predilezione per un genere di poesia oggettiva e per una forma come la ballata, con connotazioni anche popolari. Fece poi riferimento all’eloquenza, sbozzando l’immagine di un autore consapevole dei suoi strumenti retorici, magari mancante di un centro assolutamente unitario, ma pronto a scrivere ogni volta una poesia diversa, in relazione ai bisogni, alle circostanze, alle spinte. Un poeta-artigiano, dalla vasta gamma di risorse e di possibilità, spesso disponibile a reagire a una specifica occasione. Bisogna ricordare che di contro a Eliot e alla sua presa di posizione a favore di Kipling non mancarono i detrattori: il più celebre fu George Orwell, che non esitò a definire l’autore «un buon cattivo poeta».
Con tutto ciò, il saggio di Eliot resta il viatico migliore per leggere le poesie di Kipling e tra esse quelle di The Years Between, libro pubblicato nel 1919 e ora tradotto integralmente in italiano (ma vari testi erano già stati volti nella nostra lingua): Gli anni di mezzo, traduzione e cura di Maurizio Maria Taormina (Oligo Editore). Il libro ha un centro ben definito e risponde con toni ora magniloquenti ora dolorosi agli eventi della Prima guerra mondiale. Sono due i livelli del libro: quello pubblico, in certa misura politico, e quello intimo, personale. Nella Grande guerra, infatti, Kipling perse il figlio John, dapprima disperso e poi dichiarato caduto nella battaglia di Loos in Francia. John, chiamato in famiglia anche Jack, cade in combattimento contro i tedeschi appena diciottenne e innesca nel padre letterato, uomo pubblico e poeta una serie di tormentose e laceranti riflessioni. La prima, sul versante etico, spinge l’autore a ritenere che l’auspicio della sua più famosa poesia, If («Sarai Uomo, figlio mio!», traduzione di Alberto Rossatti), sorta di manifesto educativo ideale, si è nonostante tutto realizzato nel figlio. Si può leggere infatti, da Gli anni di mezzo, il testo intitolato Mio figlio Jack e in particolare le due ultime strofe: «“Oh Dio, che conforto posso mai trovare?”/ Nessuno con questa marea,/ Né con nessun’altra marea,/ Ma non ha disonorato i suoi —/ Neppure con quel vento che soffiava, né con quella marea.// Allora tieni la testa alta più che mai,/ Con questa marea/ E con ogni marea;/ Perché il figlio che hai generato,/ Lo hai donato a quel vento che soffiava e a quella marea!». Le condizioni di If si sono in qualche misura verificate nella vita del figlio: John è diventato un uomo e da uomo è morto. Ma per tale orgoglio e per tale consapevolezza della rettitudine del figlio, quale prezzo è stato pagato da Kipling come semplice padre, come uomo? Un prezzo enorme.
Si determina così la meditazione sulla guerra come rivelatrice degli animi e delle intenzioni, come crogiuolo che fa emergere la verità. Interessato a tutte le fedi (basta ricordare la trama di Kim, con il protagonista che fa da discepolo a un vecchio e illuminato lama del buddhismo tibetano), Kipling assume numerosi riferimenti biblici e cristiani nelle poesie sulla Grande guerra. Il figlio e quelli che come lui sono morti per la buona causa sono assimilati dal poeta ai figli di Marta (la sorella attiva, che preparando il servizio per l’ospite rimprovera Maria, seduta ad ascoltare Gesù): «I figli di Maria raramente si preoccupano, poiché hanno ereditato la parte migliore;/ Ma i figli di Marta seguono la Madre, dal cuore ansioso e l’anima in pena./ E poiché una volta perse la pazienza, e fu scortese con il Signore suo Ospite,/ i suoi Figli devono servire i figli di Maria, per sempre, senza tregua, né riposo» (I figli di Marta). John e gli altri giusti che con lui sono caduti per difendere la civiltà – dato che per Kipling la Grande guerra è una reazione dell’Intesa contro la minaccia dei nuovi barbari, i tedeschi – si sono caricati di tutto il peso, mentre altri ne godono i frutti. In questa visione c’è orgoglio certamente, ma c’è anche strazio, rivendicazione: «Sia nelle vie affollate e illuminate, sia nel buio del deserto, essi vegliano,/ Attenti e all’erta in ogni loro giorno, perché lunga sia la vita dei fratelli sulla terra». E subito dopo, a un passo dalla chiusa: «Solleva la pietra o spacca il legno per rendere il sentiero più sicuro e piano;/ Guardate: è già macchiato di sangue di un Figlio di Marta caduto per questo!».
Il padre di questo figlio di Marta caduto, cioè Kipling stesso, ha creduto nelle ragioni della guerra e anzi è intervenuto, nel caso specifico, perché il figlio fosse arruolato e ne ha visto il sacrificio. Per quanto quel sacrificio sia sacro e onorevole, rimane una ferita, un rovello. Non a caso nel libro del 1919 si trova una sorta di piccola Spoon River Anthology della guerra: una serie di Epitaffi, concisi e serrati, su coloro che sono stati uccisi. Tra i più celebri c’è La meraviglia: «Corpo e Spirito interamente affidai/ A severi Maestri – e ricevetti un’anima…/ E se l’uomo mortale ha potuto plasmarmi in fondo,/ Che potrà mai fare Dio?». Ma tra gli Epitaffi ce n’è uno, intitolato Per tutti, che dice: «Se qualcuno chiede perché siamo morti,/ Dite loro, perché i nostri padri mentirono».
Chi sono i padri che hanno mentito? Certo gli strali dell’autore hanno per bersaglio i neutralisti, il Papa, coloro che tentennarono nel fare la giusta scelta: «I nostri Morti non torneranno a noi, finché il Giorno e la Notte si alternano —/ Mai, finché le sbarre del tramonto li trattengono:/ Ma gli oziosi Governanti che disputarono mentre essi morivano,/ Torneranno forse a pretendere alte cariche come un tempo?/ (…)» recita Mesopotamia, datata 1917. Questi sono gli obiettivi polemici del libro: non a caso tra gli Epitaffi si legge quello, sferzante, su Uno statista defunto, che dice tra l’altro: «Le mie bugie ora si rivelano false,/ E devo affrontare gli uomini che ho mandato a morire». Ma forse, a livello più o meno inconscio, anche l’autore si sente tra i padri che mentirono, che spinsero al sacrificio i figli. Perciò è in generale un senso tragico della Grande guerra, pur inevitabile da combattere secondo Kipling, a farsi strada nei componimenti più alti. Come in Getsemani, poesia non a caso ricordata da Eliot nel suo saggio: «E per tutto il tempo che restammo lì,/ Pregai che il mio calice passasse —/ Ma non passò – non passò —/ Non passò da me./ Lo bevvi quando arrivò il gas/ Oltre Getsemani». Il gas è quello che per primi i tedeschi usarono contro i nemici, mentre il sacrificio dei giusti ha ormai le sembianze di quello di Cristo stesso, colto nel momento in cui prega il Padre nell’orto degli ulivi. A questa profetica trasfigurazione della storia può giungere Kipling dall’interno del suo verso.