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 2026  febbraio 14 Sabato calendario

Il veleno del racconto iniettato nel secolo dei grandi romanzi

Una delle sfide letterarie più affascinanti si è consumata nel XIX secolo in Europa, e soprattutto in Francia: da una parte c’erano gli scrittori positivisti, gli scrittori scienziati, gli scrittori naturalisti, gli scrittori sociologi, gli scrittori storici; dall’altra gli scrittori romantici, gli scrittori dandy, gli scrittori decadenti, gli scrittori sognatori, gli scrittori fantastici. Nelle retrovie della seconda categoria – o sulla panchina della seconda squadra, se preferite – militava Villiers de L’Isle-Adam, di cui adesso Carbonio editore riporta in libreria con la curatela di Bruno Nacci le sue composizioni brevi, quei Racconti crudeli ammirati da Stéphane Mallarmé: «Hai messo in quest’opera una quantità straordinaria di bellezza (…) Alcuni dei tuoi racconti sono di una poesia inaudita». Affermazione quantomai significativa e pertinente, visto che l’art pour l’art predicata da Villiers rifiutava innanzitutto il triviale utilitarismo di un’epoca in cui anche la produzione letteraria doveva pensarsi funzionale all’intrattenimento della nuova, tronfia, borghesia.
Nel libro dei Racconti crudeli, che uscì su rivista a partire dal 1867 per poi essere raccolto in volume nel 1883 e che lambisce a più riprese la poesia in prosa, i filoni sono essenzialmente due: l’amoroso e il satirico. Del primo fanno parte perle come “Vera”, la storia di un conte che trionfa sulla morte della propria sposa semplicemente perché si convince che lei sia ancora viva. E poi c’è lo stile, lezioso e tipicamente ottocentesco: «Barcollando, salì le bianche scale che conducevano alla camera in cui, quello stesso mattino, aveva deposto nel feretro di velluto avvolto da viole, tra onde di batista, la sua dama di voluttà, la sua terrea sposa, Vera, la sua disperazione». Volendo parlare del sentimento senza scadere nel sentimentalismo, Villiers privilegia la forma sul contenuto, ispirandosi ai principi del Parnasse coi suoi numi tutelari: Charles Baudelaire e Théophile Gautier.
Forse ancora più interessante del primo, perché più inaspettato, risulta il secondo filone, quello satirico. Qui c’è un trittico di racconti che all’analisi spietata della grettezza borghese unisce un notevole talento divinatorio, su dove quella stessa grettezza avrebbe portato la società (d’altronde la preveggenza era una delle doti di Villiers, che nel 1886 con il romanzo Eva futura aveva messo in scena il primo androide della letteratura, anticipando la fantascienza). “L’affissione celeste”, seguendo una logica da bottegai, tutta commerciale e coi prodromi della pubblicità pervasiva di oggi, si chiede: «Perché mai ci sarebbe, in effetti, questa volta azzurra che non serve a niente, se non ad attirare l’attenzione dei pensieri malati degli ultimi sognatori?». Quindi si elabora un modo per colonizzare il cielo, renderlo uno schermo gigantesco su cui proiettare caroselli a scopo promozionale o propagandistico. “La macchina della gloria” è uno studio acutissimo sui meccanismi del successo che, a non conoscere l’autore, sembrerebbe un trattato sulla cultura di massa nell’epoca dei Reel e degli odierni influencer. Se l’applauso del pubblico stabilisce la gloria di un attore, basterà inventarsi una bizzarra claque meccanica in grado di attribuire la gloria a comando, indipendentemente dal valore. «Il manometro indica sia la pressione che i chilogrammetri d’immortalità. Il contatore fa la somma e si paga la fattura, presentata da qualche giovane bellezza in costume di Fama e attorniata da una schiera di trombe».
"Due indovini”, quello più spietatamente editoriale, mette di fronte un direttore di giornale e un aspirante giornalista che, dovendo dimostrargli il suo talento, giura innanzitutto di non saper scrivere, e che butterà giù ciò che gli passa per la testa senza apportare correzioni e men che meno verificare le fonti. «Voi nutrite la legittima speranza che vi sarà concesso di scrivere secondo il vostro talento, e non di rimasticare ciò che una folla di dementi vuole che le si dica…».
Insomma Villiers ha le idee molto chiare non solo sulla sua epoca, ma su quelle che seguiranno (e la nostra, ahinoi, è compresa), nello stabilire un assioma abbastanza inconfutabile: il tornaconto, la grossolanità, la mediocrità raramente hanno insuccesso. Anche se ingiustamente in ombra, insieme a Barbey d’Aurevilly e Guy de Maupassant – col normanno in vantaggio anche solo per la mole della sua produzione (circa trecento novelle in dieci anni, prima di pagare il prezzo più alto: la follia) – capeggia il gruppo di scrittori che hanno inoculato nel secolo breve il veleno del racconto, così diverso dalla pachidermica forma romanzesca di Victor Hugo o Émile Zola (molto più rassicurante, perfino bonaria nell’approccio pedissequamente analitico della società e delle sue classi). Nessuno meglio di loro, in quelle quattro o cinque pagine in cui si consuma la maggior parte delle loro storie, ha saputo andare dritto al punto – anticipando in più di un’occasione le scoperte della psicanalisi – riguardo all’orrore dell’umanità.