Domenicale, 15 febbraio 2026
La fine dell’Index librorum prohibitorum e le nuove, tristi, proibizioni
Il 4 febbraio 1966, giusto 60 anni fa, la Congregazione per la dottrina della Fede soppresse l’Index librorum prohibitorum, istituito dal papa Paolo IV nel 1559. Fu uno dei primi effetti del Concilio Vaticano II, terminato appena due mesi prima e non fu certo per impulso del Presidente della Congregazione, il card. Alfredo Ottaviani, strenuo oppositore delle aperture del Concilio. Era in verità lo spirito e la conseguenza della Lettera apostolica “Integrae servandae”, motu proprio di Paolo VI del 7 dicembre 1965, nella quale, nel riformare la Congregazione, papa Montini citava e faceva prevalere il principio che “la carità esclude il timore” (1 Gv, 4, 18). Era la nuova serenità che il già assistente ecclesiastico nazionale della Fuci (dal 1925) aveva trasmesso ai giovani universitari cattolici, ricordando loro che la ricerca della verità è già una forma di preghiera, proprio perché adempie «l’esigenza dello spirito verso un infinito personale» (1957).
Restituiva dunque la missione della Chiesa alla sua universalità senza frontiera di pagina alcuna, docile a uno Spirito che illumina altrettanto il vero che l’errore umano. Non mancarono le resistenze interne, tanto che ancora il 14 giugno 1966, la Congregazione della Fede con una “Notificazione” a firma sempre del card. Ottaviani, dichiarava che l’«Indice rimane moralmente impegnativo in quanto ammonisce la coscienza dei cristiani a guardarsi, per una esigenza che scaturisce dallo stesso diritto naturale, da quegli scritti che possano mettere in pericolo la fede e i costumi». Ma ormai la diga aveva ceduto ed erano i tempi dei teologi spagnoli José Maria González Ruiz e José Maria Díez-Alegría e del loro imperioso monito: «la teologia que no se va a la mierda, es una mierda de teologia». Del resto, per parte sua, il ’68 provvide a completare la parabola con il “proibito proibire”.
Tutto finito dunque? Sessant’anni dopo, la situazione nel mondo contempla da decenni la fatwā comminata a Salman Rushdie (1989) per i Versi satanici, e, sempre più, caldi o minacciosi inviti, nelle università americane, a non leggere testi che comprometterebbero il mito della grandezza Usa. Un collega ha dovuto lasciare la sua cattedra perché aveva proposto un corso di letteratura americana su The Grapes of Wrath (Furore) di John Steinbeck, pubblicato nel 1939.
Certo si legge sempre di meno e queste limitazioni lasciano nell’indifferenza; ma continuano a perseverare nella pervicace convinzione che la verità si confermi e rafforzi per ablazione, togliendo, sottraendo, proibendo, sinché nulla rimanga. Eppure da Montaigne a T.S. Eliot i grandi classici ci hanno insegnato che non siamo che “Hollow Men”, uomini vuoti, “vuides et necessiteux”; bisognosi non già di togliere, ma di aggiungere, di “comprendere”, nel senso più letterale del termine. Forse, più ancora per il nostro tempo, ha ragione Ungaretti: le nostre “Apocalissi” altro non rivelano che il nostro intimo buio: “La verità, per crescita di buio / Più a volare vicino s’alza l’uomo / Si va facendo la frattura fonda” (Apocalissi).