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 2026  febbraio 15 Domenica calendario

In Sierra Leone la lotta per la vita dei bambini bruciati dalla soda

Kumbo ha un anno ed è arrivato nella notte a Goderich, dopo 4 ore di automobile dalle province rurali del Nord. L’incidente è accaduto tre giorni fa: la mamma aveva lasciato il piccolo con la sorellina di 3 anni per andare al mercato, lui gattonando qua e là per il cortile polveroso ha bevuto un sorso di soda caustica diluita nell’acqua, malconservata in un secchiello aperto. Ora Kumbo, enormi occhi neri, fasciato all’altezza dello stomaco, è steso in un letto del Reparto Soda dell’ospedale di Emergency, alla periferia di Freetown, l’unico presidio medico in Sierra Leone e in tutta l’Africa occidentale in grado di trattare le ustioni all’esofago. Come gli altri piccoli pazienti accanto a lui, se le cose nei prossimi mesi andranno bene Kumbo potrà alimentarsi dalla bocca con pappe semiliquide, se invece il suo esofago resterà chiuso per le cicatrici e non reagirà alla dilatazione endoscopica, si nutrirà per il resto della sua vita attraverso un sondino diretto allo stomaco.
Lo sguardo spento e un pianto silenzioso
La piaga delle ustioni da soda è ben nota in Sierra Leone: nonostante non ci siano statistiche ufficiali, i bambini e i ragazzi privi di esofago sarebbero ormai diverse migliaia. Il fenomeno è esploso dopo la guerra civile, quando all’inizio degli anni Duemila alcune piccole ong e perfino il governo promossero opportunità di empowerment femminile attraverso la produzione casalinga di sapone da rivendere al mercato o da usare per sé. Attraverso la microfinanza migliaia di donne acquistarono l’occorrente: sacchi di soda caustica (idrossido di sodio) allo stato di cristalli o di polvere, olio di palma e sostanze chimiche aromatizzanti, secchi di varie misure, forme per far asciugare il sapone. E nei villaggi più remoti del Paese si iniziò a diluire la soda con l’acqua. Mano a mano che la produzione di sapone si allargava, anche il numero di incidenti casalinghi iniziò a moltiplicarsi. «All’ospedale di Goderich riceviamo tra i 250 e i 300 “pazienti soda” all’anno, ed effettuiamo centinaia di visite di follow up.

Arrivano dalle province, cioè dai luoghi più remoti e poveri del Paese, anche diversi giorni dopo l’ingestione – spiega Giuseppe Meucci, coordinatore medico del Centro chirurgico di Emergency a Freetown -. Noi stabilizziamo il paziente, inseriamo il sondino della gastrostomia e poi dove è possibile con il follow up tentiamo di dilatare il più possibile l’esofago per cercare di restituire la capacità di far transitare liquidi e pappe nutrienti». Il Reparto Soda dell’ospedale di Goderich – che per il resto è un Centro chirurgico traumatologico, l’unico specializzato in Sierra Leone, con 6 terapie intensive e 3 sale operatorie dove si opera a ciclo continuo soprattutto su adulti con gambe rotte, addomi perforati dal tifo o dalla peritonite – è un concentrato di sofferenza. Nel momento in cui lo visitiamo, percorrendo lunghi vialetti coperti e decorati con i classici colori bianco e rosso di Emergency, intervallati da magnifiche aiuole tropicali, ci sono 7 bambini ricoverati, ciascuno con il suo piccolo camice giallo ocra. Accanto a loro, le mamme indossano grembiuli rosa. Hassan invece è solo: ha 9 anni ma il suo corpicino sfinito e malnutrito non ne dimostra più di sei. È ricoverato da un mese e ha visto la madre solo una volta, perché lei ha altri bambini da accudire. Per questo ha lo sguardo spento e piange piano piano, come un gattino: il sondino per la nutrizione enterale si è infettato e trasuda sangue. L’infermiera Freda Mamie Kangoma, 41 anni, una sierraleonese che ne ha viste tante – dalla guerra civile che tra il 1991 e il 2002 ha provocato 50mila morti e migliaia di mutilati, all’epidemia di Ebola del 2014 che nell’ospedale di Gino Strada ha avuto l’unico fronte di lotta del Paese – scuote la testa, sconsolata, quando parla di lui. Hassan è un paziente in follow up: lui la soda caustica diluita l’ha ingerita per sbaglio quando aveva 5 anni, nella baracca di una vicina di casa che teneva il contenitore aperto nel cortile. Credeva fosse acqua, come tutti. Curato a Goderich, a casa poi non è stato accudito bene: la miseria non fa sconti nemmeno ai bambini con bisogni speciali. «Noi forniamo alle famiglie gli alimenti proteici da infondere, ma poi loro lo dividono con gli altri figli, e quando ritornano per i controlli, se ritornano, li troviamo malnutriti», continua Freda, sconsolata. Così l’ospedale ha avviato incontri di formazione per i genitori dei “pazienti soda”, per insegnare loro che nutrire i piccoli attraverso il sondino è l’unica possibilità per vederli crescere. È stata Isatu Alie a trovare la soluzione buona per le mamme sierraleonesi, che già devono combattere per mettere insieme qualcosa da mangiare a pranzo e a cena: lei aveva 13 anni quando tornata a casa da scuola, assetata, ha bevuto un bicchiere di soda, scambiandola per acqua. Da 9 anni non porta alla bocca un boccone di cibo né un sorso d’acqua, ma 4 anni fa è diventata mamma di Denis, e ora lavora per Emergency come Health Promoter.
«Per semplificare la vita alle mamme dei “bambini soda”, ho pensato che per nutrirli devono poter usare gli alimenti quotidia-ni come il riso. Così insegniamo a pestare i chicchi lessati fino a farli diventare una crema, ad aggiungere una salsa nutriente alle arachidi e una manciata di semi di sesamo e infine a diluire con l’acqua. Così possono facilmente infondere la pappa con una grossa siringa nel sondino della gastrostomia». Ibrahim è un altro “paziente soda”: è guardato a vista dalle infermiere, appena trasferito in reparto dalla terapia intensiva dove è stato settimane. Ha appena 6 mesi e la sua giovanissima madre ha mescolato nelle prime pappine del piccolo i cristalli di soda, scambiandolo per zucchero. Il suo organismo non assorbe il nutrimento dallo stomaco: è denutrito, e i medici, sia quelli più esperti sia gli specializzandi che dall’Italia e da altri Paesi del mondo arrivano all’ospedale di Emergency per alcuni mesi, sperano di riuscire a salvarlo. Giace nel letto, quasi immobile, minuscolo, gli arti lunghi e sottilissimi.
In reparto, tra tanti bambini e bambine, c’è una ragazza con i lineamenti da principessa e lo sguardo perso. Isafa Abu è annientata. Ha 19 anni, è incinta di pochi mesi e lei la soda caustica l’ha ingerita per rabbia quando ha scoperto che l’uomo che l’aveva convinta ad abbandonare il suo villaggio, la madre e i sei fratelli e seguirlo nella capitale Freetown era già sposato, e che la moglie legittima voleva riprenderselo. «I nostri pazienti soda sono all’80 per cento bambini e il resto adulti che cercano di suicidarsi. Isafa dice di averlo fatto per amore, ma se ne pentirà ogni giorno della vita che le resta. Per amare gli altri bisogna prima amare se stessi. E se ami te stesso, certe cose non le fai», racconta l’infermiera Salamatu Bah, mentre insegna alla sorella di Isafa come dovrà nutrirla attraverso il sondino. Ogni giorno e più volte al giorno. Per tutto il resto della sua vita.