Avvenire, 15 febbraio 2026
Serbia tra Ue e Mosca. Spegnere la piazza per i miliardi di Expo
Dicono che per capire la Serbia basti fermarsi alla confluenza tra il Danubio e la Sava, sotto all’antica fortezza di Belgrado, dove all’aperto sono esposti missili, cannoni e carri armati. Pezzi da museo che secondo i nazionalisti sono puntati su Pristina, la capitale del Kosovo dove a cicli regolari si riaccendono le minacce etniche tra serbi e albanesi. Il conflitto che molti temono e che gli oltranzisti evocano come un destino già scritto, non è nei piani dell’immediato futuro. «Se c’è una guerra che non si vede, è per quel fiume di soldi. Lì troverete molte risposte», avverte una fonte diplomatica europea. La cascata di euro ha un nome e una data: Expo 2027, apertura a maggio del prossimo anno. Secondo i piani ufficiali, l’esposizione porterà 1,29 miliardi per il sito e le infrastrutture collegate: ferrovie, lungofiume, autostrade, trasporti urbani. La narrazione governativa moltiplica per quindici: un volano che su un Paese da neanche 7 milioni di abitanti e una forte emigrazione potrebbe far piovere un giro d’affari di 18 miliardi, e oltre 4milioni di visitatori.
Belgrado non può permettersi di presentarsi al mondo con i lividi di una capitale attraversata da instabilità e tensioni. Le fiammate, le schermaglie diplomatiche, gli scambi di accuse con Pristina, Zagabria o Tirana, non risparmieranno rischi e neanche sporadiche scazzottate a mano armata. Ma la guerra, per chi da queste parti l’ha conosciuta e combattuta per tutti gli anni ‘90, è un’altra cosa. A meno che qualcuno non voglia rovinare i programmi del 2027.
Il presidente Aleksandar Vucic pensa al dopo. A 56 anni è troppo presto per lasciare la politica. Il modello è il tandem Putin-Medvedev, che per assicurare allo zar un regno senza scadenze si sono alternati nel ruolo di capo dello Stato e premier. L’allora giornalista serbo passato dalla guerra nella ex Jugoslavia, una volta entrato in politica non ha mai più messo piede fuori dai Palazzi. Dovrà lasciare la presidenza per limite di mandato, ma potrà tornare a candidarsi da primo ministro. E con le elezioni che incombono, in una data che toccherà a lui fissare come un arbitro che decide a proprio vantaggio quando fischiare il termine e avviare i tempi supplementari, i conti con le piazze vanno chiusi entro pochi mesi. Dal 2012 Vucic governa senza che le proteste abbiano davvero scalfito il suo potere. Ma dopo la tragedia di Novi Sad – 16 morti l’1 febbraio 2024 nel crollo di una pensilina ferroviaria, simbolo degli investimenti infrastrutturali imbastiti di corruzione – le manifestazioni hanno assunto un lessico più netto: «Ladri», «Avete le mani sporche di sangue». Gli studenti chiedono giustizia, trasparenza, istituzioni che non proteggano i fedelissimi ma garantiscano i cittadini. Temono che la riforma della giustizia sia un’assicurazione per i corrotti, che la stretta sui media serva a lasciare voce soltanto a chi applaude.
Nei luoghi delle proteste la sorveglianza è ad altezza d’uomo. Telecamere a grappoli, installate a meno di due metri da terra. Oltre 8mila dispositivi, molti dotati di riconoscimento facciale. Gli agenti girano in borghese e delle volte non si capisce se i ragazzotti sospettosi agli angoli delle piazze siano oppositori che fanno da polo o poliziotti di vedetta. Il progetto “Safe City”, sviluppato con partner cinesi, è la spina dorsale di una modernizzazione che l’Ue osserva con sospetto e Mosca con interesse. La Serbia è candidata all’Unione europea ma non aderisce alle sanzioni contro la Russia. Vota risoluzioni Onu sull’integrità territoriale dell’Ucraina, ma mantiene legami con il Cremlino. Incontra più vol-te Zelensky e rassicura Putin. Un piede nel partenariato per la pace della Nato, l’altro nella neutralità militare rivendicata come identità. Il leader serbo sta tentando di passare una mano di antiruggine sull’antica dottrina jugoslava. Dopo la rottura con Stalin, Tito fece di Belgrado la capitale dei “Non Allineati”. Oggi il presidente tenta una versione aggiornata di quella parabola: terzo spazio tra Est e Ovest, leva diplomatica trasformata in leva economica. Ma il margine si restringe. La Commissione europea minaccia di rivedere 1,6 miliardi di euro di fondi se le riforme sulla giustizia mineranno lo Stato di diritto. Mosca accusa Belgrado di doppio gioco e di «coltellate alle spalle», come recita una nota dell’Svr, il servizio segreto russo per l’estero, che ha denunciato le consegne di armi serbe ai soldati ucraini.
Intanto la capitale cresce secondo la profezia di Ivo Andric: «Lacera, frammentata, in continua evoluzione», mai immobile, «non conosce tranquillità né silenzio», avvertiva il premio Nobel morto a Belgrado nel 1975. Giorno dopo giorno le gru si spostano seguendo le rotte dei cantieri, gareggiando in altezza con le torri di vetro sul lungofiume, costruite con i petrodollari degli Emirati. Quel “waterfront” che i belgradesi chiamano “fake Dubai”.
La polizia si aspetta oggi nuove proteste. I giovani si danno appuntamento con breve preavviso, ma il 15 febbraio non è una data come un’altra. È la festa nazionale che celebra una serie di eventi identitari: la Presentazione di Gesù al Tempio nel calendario ortodosso; l’inizio della Prima insurrezione serba nel 1804 contro l’Impero ottomano; la proclamazione nel 1835 della prima Costituzione. Le conquiste ottenute e i torti subiti non sono ancora acqua passata e perfino tra i manifestanti anti-Vucic c’è chi richiama i conti aperti. «Il vero genocidio è quello contro i Serbi», viene ripetuto a voce e sui murales che le autorità cancellano, chissà se per decoro urbano più che per sincera dissociazione. «Il Kosovo è Serbia», recita un’altra scritta tra i piloni sulla strade verso l’aeroporto. La storia non passa e la politica scorre come i due fiumi, laddove le correnti si fronteggiano in un eterno gioco di torbidi gorghi.