Avvenire, 15 febbraio 2026
Orbán tuona e minaccia «pulizie»
Il discorso annuale sullo stato della nazione pronunciato ieri da Viktor Orbán sembra un condensato dello “Stato illiberale” da lui teorizzato. Il primo ministro ungherese ha infatti promesso di colpire duramente tutti i suoi avversari interni («organizzazioni pseudo-civili, giornalisti, giudici e politici comprati»), portando a termine le «pulizie di primavera» annunciate nel marzo del 2025 e lasciate «a metà».
Ma il vero bersaglio delle sue invettive è «la macchina oppressiva di Bruxelles in funzione in Ungheria», che “armerebbe” i suoi oppositori. «La spazzeremo via dopo aprile», ha tuonato il leader sovranista. Per farlo, però, dovrà vincere le elezioni previste il 12 aprile. Non sarà affatto semplice per lui e i suoi alleati, al potere ininterrottamente da 16 anni: il partito Tisza, guidato dall’europarlamentare Péter Magyar, è dato in vantaggio sul partito del premier, Fidesz. Il voto è presentato da quest’ultimo come una scelta tra la guerra e la pace: la seconda sarebbe garantita da Fidesz, la prima sarebbe invece voluta da Tisza e dai suoi sostenitori, in primis Ucraina e Ue, additate apertamente come nemici del popolo ungherese. Amici sono invece gli Stati Uniti di Donald Trump, che venerdì ha ribadito per la seconda volta in pochi giorni il suo sostegno a Orbán in vista del voto. Su Truth, Trump si è detto «orgoglioso di aver appoggiato Viktor per la rielezione nel 2022 e onorato di farlo ancora. È un vero amico e un combattente. Ha il mio completo e totale sostegno». La visita del Segretario di Stato americano Marco Rubio, che lunedì sarà a Budapest, ha tra i suoi obiettivi quello di dare una spinta alla campagna elettorale in salita dell’alleato. A margine della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, venerdì Rubio ha visto il premier ungherese, preferendo quel bilaterale ad altri.
Nel discorso sullo stato della nazione, Orbán ha sostenuto che Trump «si è ribellato alla rete globale di affari, media e politica dei liberali». Allo stesso modo, ha aggiunto, «noi possiamo fare passi da gigante e respingere dall’Ungheria l’influenza straniera che limita la nostra sovranità, insieme ai suoi agenti». Ha inoltre rivendicato gli accordi stretti nei mesi scorsi con Usa, Turchia e Russia sull’approvvigionamento di gas.
Ben altro è il trattamento riservato all’Ue, di cui l’Ungheria peraltro fa parte. Bruxelles è «fonte di pericolo» per il Paese, e quello in corso sarà «il secolo dell’umiliazione dell’Europa». All’Unione viene anche contestato di non aver partecipato all’attuale «rivoluzione industriale», a causa dell’«alto prezzo dell’energia» e della «regolamentazione eccessiva». Il leader sovranista ha citato un rapporto del Congresso Usa secondo il quale la Commissione Europea ha fatto pressione sulle piattaforme dei social affinché censurassero contenuti prima delle elezioni slovacche, olandesi, francesi, moldave, romene, irlandesi e di quelle europee del giugno 2024.
L’avversario Magyar, che promette di ripristinare lo stato di diritto e porre fine alla politica dei veti di Orbán, costata a Budapest miliardi di euro in fondi europei persi, sarebbe «un burattino di Bruxelles». Ma potrebbe essere quel «burattino» a mettere fine alla lunga stagione sovranista ungherese.