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 2026  febbraio 15 Domenica calendario

Intervista a Marco Risi

Marco Risi, girerà mai un film sul rapporto con suo padre?
«Adesso ne ho pronti tre, ma non c’entrano niente con la mia vita. Forse l’ultimo, “Il punto di rugiada”, aveva una qualche attinenza. C’era questo ragazzo che entrava in una casa di riposo e instaurava un rapporto con il vecchio Dino, interpretato da Massimo De Francovich».
Il cognome le pesa?
«Qualche tempo fa un riparatore di motorini mi ha detto: ma lei è il figlio di Dino Risi? Sono io, ho sbottato, però basta con questa storia del figlio di. Mi rendo conto che sono stato un po’ antipatico. Lui mi ha guardato male e da quel giorno non mi saluta più. Mi fa piacere essere il figlio di Dino Risi, ma continuare a essere il figlio di Dino Risi alla mia età è un po’ una costrizione».
Suo padre è il simbolo della commedia all’italiana, lei ha raggiunto il successo con film drammatici. È stato un modo per emanciparsi?
«Forse inconsciamente ma non credo che sia stata questa la ragione delle mie scelte. Sta piuttosto nella mia natura, che è diversa da quella di mio padre. Lui ha provato a fare film drammatici o comunque impegnati. Per esempio “Un amore a Roma”, che tra gli sceneggiatori aveva Ennio Flaiano, o “Fantasma d’amore”, con Marcello Mastroianni e Romy Schneider. Quella strada a Dino non è riuscita, a me sì. Una sottile rivalsa. E dopo un film drammatico, “Mery per sempre”, c’è stato il suo primo vero riconoscimento nei miei confronti».
"Mery per sempre” esce nelle sale nel 1989, lei debutta come regista nel 1982 con “Vado a vivere da solo”. In sette anni mai un complimento?
«Ricordo che dopo “Vado a vivere da solo”, una commedia facile con Jerry Calà, le sue uniche parole furono: sei un professionista. Voleva dire che tecnicamente ero riuscito a fare un film, ma senza anima. Al terzo film con Jerry Calà, siccome era andato peggio degli altri, se n’è uscito con una battuta meravigliosa: levategli l’accento».
E, insomma, dopo “Mery per sempre” cosa le disse?
«Non era quello che mi disse – bravo, bravo, bravo – ma quello che gli ho letto negli occhi. Temevo che potesse esserci un pizzico di invidia, invece ho percepito solo orgoglio. E a cena ricordo che gli chiesi di Amendola, se gli fosse piaciuta la sua interpretazione. E lui: perché, c’era Amendola? Non l’aveva riconosciuto. Per me era un complimento, voleva dire che Amendola era riuscito ad amalgamarsi, a confondersi con attori non professionisti, gente pescata dalla strada che non aveva mai visto una macchina da presa. Mentre Amendola era uno navigato, uno furbo. Un giorno, davanti alla ragazzina che faceva la parte della fidanzata, gli ho urlato in faccia: “Sbaglia! Devi sbagliare!”. Lui non capiva ma avevo ragione io: si spallava continuamente».
Si prendeva tutta la scena?
«Gassman voleva che fosse scritto sulla sua tomba: non fu mai impallato. C’è la scena di un film in cui Pozzetto lo impalla e lui sbotta: ma chi è quel cretino che si mette davanti?».
Dopo “Il muro di gomma” ha avuto problemi?
«Ho subito cinque processi. Mandavano avanti soprattutto gli ufficiali in pensione. C’è una scena, in particolare, che li ha fatti arrabbiare. L’avevo voluta io: il capo di Stato maggiore dell’aeronautica e i suoi si ritrovano in alta uniforme in un ristorante, nell’orario di chiusura, e da questa tavolata parte un canto a squarciagola: all’alba vincerò... È una scena impossibile, ma un regista per fortuna può permettersi qualche licenza quando racconta storie ispirate alla realtà. In tribunale hanno sempre perso».
Nel libro che ha scritto sul rapporto con suo padre, “Forte respiro rapido”, racconta che in famiglia dovevate stare “sempre in campana”.
«Era una bella palestra, le anime più fragili forse sarebbero state schiacciate da quell’atmosfera. Dall’altra parte si avvertiva una grande personalità, un uomo forte, spiritoso. Per una battuta mio padre sarebbe passato sul cadavere della madre. Però ti costringeva alla sintesi, ad affinare la capacità di esposizione. Quando tornavi dal cinema, ti chiedeva di raccontargli cosa avevi visto. Cominciavi il racconto e ti fermava. Voglio il titolo, diceva. E non era il titolo del film, ovviamente, ma di quello che stavi raccontando. Se ci riuscivi, potevi andare avanti».
Sua madre, Claudia Maria Mosca, era svizzera.
«L’ho rivalutata con il tempo. Prima eravamo tre maschi italiani contro la straniera. Ma negli anni ho cambiato schieramento».
Ha subito tanto?
«Sì, è così. Nel libro descrivo una scena in cui mio padre la tratta in maniera burbera e lei si infila in camera, mettendosi a piangere. Io corro a consolarla. Quella volta mi ha mostrato la sua fragilità, e mi sono detto: basta, ha bisogno di essere protetta».
Dino Risi ha avuto tante storie. Sempre nel libro, lei sottolinea che gli piacevano le donne non troppo intelligenti.
«A me è andata diversamente, penso alla madre di Tano, il mio secondo figlio. Con Francesca D’Aloja probabilmente è finita perché era più intelligente di me. E si è messa con un uomo più intelligente di me».

Lo scrittore Edoardo Albinati. Questo l’ha ferita?
«Per niente, il nostro rapporto era diventato molto difficile, faticoso. Quindi capisco mio padre che diffidava delle donne intelligenti. Anch’io ho avuto molte storie, importanti o meno, che alla fine non sono durate tantissimo. Meglio così, si passava ad altro. E questo ha reso la vita più eccitante».
Niente donna della vita.
«Una c’è stata, la Gina. L’unica donna che io abbia veramente amato. La cameriera, come si diceva all’epoca. Mi ha dato una grande lezione di vita. Avevo 6 o 7 anni e sono stato un po’ stronzetto. Zitta, tu sei una serva, le ho detto. Mi ha inseguito e ha cominciato a sculacciarmi. Da quel momento, ho imparato a rispettare chi lavora. E a non giudicare».

Nel grande romanzo familiare della famiglia Risi ha una parte anche la scrittrice Edith Bruck, moglie di suo zio Nelo.
«Nelo non è stato un personaggio secondario nella mia vita. Diciamo che mi colloco in una linea mediana tra lui e mio padre. Dino è famoso per il suo cinismo, che poi è un grande equivoco, perché lui non era cinico, ma nascondeva certe fragilità dietro l’arroganza. Nelo era più attento, cercava altro. Per lui ho fatto l’assistente alla regia, per mio padre mai. Sarebbe stato troppo complicato, immagino».
Torniamo a Edith Bruck.
«La vado a trovare quasi tutte le settimane. C’ero quando ha ricevuto la visita di Francesco. Il Papa si è dimostrato molto spiritoso, attento alle cinque luci di cui aveva parlato Edith nel suo libro su Auschwitz. A un certo punto gli ho chiesto se da giovane avesse visto “Il sorpasso”, che in Argentina aveva avuto un enorme successo. E lui: ma come no, con tutte quelle curve, lo ricordo bene. In Argentina hanno solo strade dritte».
Suo fratello Claudio è scomparso durante il Covid, quando si moriva in solitudine. Un doppio dolore.
«Anche perché venivamo da un momento difficile del nostro rapporto, per via di una casa ereditata dai nostri genitori. Lui voleva venderla, io no. Non abbiamo avuto tempo per risanare quella frattura, e questo mi ha provocato una sofferenza fortissima. Quando si è sentito male, stava leggendo il mio libro. Passeggiava a Villa Glory, all’improvviso è caduto e ha battuto la testa. L’ha tenuto in vita un cardiologo che faceva jogging, ma non so quanto sia stato un bene. Sono riuscito ad andarlo a trovare tre volte, prima che chiudessero tutto. Lui non era cosciente ma ricordo che gli ho mostrato delle fotografie di noi bambini, conservate nel telefonino, e si è come illuminato. Lì ho rivisto il mio fratellino».
A casa sua sono passati i mostri sacri del cinema.
«Rossano Brazzi era un bell’uomo con una moglie un po’ bruttina, grassottella, ma molto simpatica. Rossano si vantava dei suoi muscoli. Senti qui, diceva, e ti faceva toccare le gambe, i bicipiti. Lei lo fulminava: tutti muscoli al posto sbagliato. Fantastica. Sordi mi ha conquistato da bambino con l’imitazione di Stanlio e Ollio. L’ho molto ammirato quando gli hanno chiesto perché non fosse andato al funerale di Fellini. La risposta: perché non volevo che le telecamere frugassero il dolore per la morte di un amico. Anche papà non andava ai funerali».
E Gassman?
«Mi piaceva il suo lato fragile, rispetto all’immagine che il cinema ne aveva restituito, quella di arroganza e cialtroneria. Volevo fare un film su di lui, sembrava interessato. L’avevo visto tempo prima entrare in un ristorante, con un’espressione talmente depressa. Gli faccio: certo, sarà difficile ritrovare quello sguardo. E Vittorio se n’è uscito con una battuta meravigliosa, da commedia all’italiana: basta pagare. Allora capisci la forza di quella generazione».
E di questa generazione, quale attore stima?
«Marinelli. E Santamaria, che ha una grande qualità: non recita troppo, è credibile. Un altro bravissimo è Elio Germano. Però, certo, l’impatto che avevano quei quattro mostri sacri è irripetibile. Ogni tanto si dice di qualcuno che è il nuovo Mastroianni. Una fesseria».
Nessun mostro sacro nemmeno tra i registi?
«Il mio preferito è Garrone, nei suoi film percepisco la sofferenza, la partecipazione del racconto. Sorrentino ha capito che la forza del cinema è nel farlo a pezzi. Lui lo sezione e poi monta in maniera fantastica. Anche se ogni tanto si innamora troppo dell’immagine».
Carlo Vanzina per lei è sempre stato «il mio adorato Carlino». Un legame tanto profondo da indurla a tornare alla commedia e girare il film che lui non aveva potuto completare.
«Prima di morire mi ha fatto questo scherzo. Quel film aveva un titolo che un po’ mi traumatizzava: “Natale a cinque stelle”. Però mi sono divertito a girarlo. Non è stato Carlo a chiedermelo, è stato Enrico a dirmi che quello era il suo desiderio. Fu molto affettuoso. Ma io devo moltissimo a Carlo, è stato come un fratello: mi ha salvato dalla presunzione. In un periodo per me complicato, lui stava girando “Eccezzziunale veramente”. Mi chiama e mi prende di petto: piantala di stare a casa e criticare tutto e tutti, vieni a farmi da aiuto. Poi è arrivato il mio primo lavoro da regista, grazie a lui e a Enrico».
Che fine ha fatto il progetto di girare un film su Vittorio Cecchi Gori?
«Fermo purtroppo. Con la stretta sul tax credit, i produttori stanno un po’ tirando i remi in barca. Anche a Vittorio voglio un gran bene, lo conosco da quando io avevo 9 anni e lui 18. Ci venne a trovare a Sabaudia, e racconta che quella è stata la giornata più bella della sua vita. Era il 1960 e avevamo organizzato le Olimpiadi sulla spiaggia. Adesso sono uno dei pochi, forse l’unico che continua a frequentarlo. L’ultimo Capodanno lo abbiamo trascorso insieme, nella sua casa ai Parioli con un magnifico affaccio su Roma. Abbiamo visto “Lilli e il vagabondo” e alle 10,30 me ne sono andato».