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 2026  febbraio 15 Domenica calendario

Manoscritti, chitarre, vestiti. Il tesoro del "Duca Bianco"

Tra le geometrie d’acciaio dell’area olimpica di Londra, dove il vento porta ancora l’eco di una città in perenne mutazione, si è schiuso uno scrigno che profuma di polvere di stelle e carta vecchia.
Un po’museo, un po’ deposito, da settembre 2025 anche luogo di culto per chi la musica la riconosce solo tra le righe dei pezzi di David Bowie. Il V&A East Storehouse, succursale del Victoria & Albert Museum di Londra, vicino all’area olimpica, è diventato la casa che raccoglie e ospita l’archivio di oltre novantamila articoli acquisiti dopo la morte del Duca Bianco nel 2019.
È difficile dire se il bambino che da grande voleva solo diventare l’Elvis britannico si sarebbe mai aspettato di eguagliare la fama del suo idolo e che il suo Paese gli avrebbe perfino dedicato un museo. Situato al secondo piano, il Bowie Centre non è una semplice mostra, ma è un’esperienza a 360 gradi, proprio come il cantante di cui protegge i simboli.
Musicista, attore, scrittore, ma anche performer e icona culturale, Bowie era un creativo completo ancora prima che l’idea esistesse, quando si era spinti a restare entro i confini di un solo genere. Un vero pioniere, esempio per i giovani che oggi vogliono essere creativi senza doversi rinchiudere in un recinto. Il cantante si muoveva con estrema fluidità tra le diverse discipline, sperimentando sempre, ma mantenendo un meticoloso metodo. La moda e la cultura sono sempre stati ingredienti necessari per il suo processo creativo, veri e propri strumenti di trasformazione che hanno aiutato a plasmare uno dei personaggi più iconici del nostro secolo. Simbolo della cultura pop che ha dissolto per la prima volta i confini tra costumi, identità e performance, il suo stile non era altro che una tela su cui sperimentare e cambiare drasticamente per ogni nuovo show, lasciando spazio solo alla creatività.E questa complessità trova una perfetta rappresentazione nell’esposizione museale che, in realtà, potrebbe meglio essere descritta come un archivio vivo e dinamico. Come ha anche sottolineato Madeleine Haddon, curatrice del Centro, tramite la mostra i visitatori possono vivere sulla propria pelle tutti i momenti del processo creativo, dagli appunti al prodotto finito. «Bowie documentava ogni fase del suo processo creativo, dagli appunti scarabocchiati agli schizzi elaborati, lasciando un’eredità preziosa per chi lavora nelle arti». Per Haddon, l’esposizione permette di «conoscere gli strumenti che Bowie usava per la sua pratica creativa. Ma non solo: non si impara soltanto a contestualizzarli rispetto a David Bowie, li presentiamo in modo che i visitatori possano pensare come applicarli al loro lavoro».
Quattrocentoquattordici costumi, centocinquanta strumenti musicali, settantamila stampe fotografiche, negativi, diapositive, bozze di canzoni, post-it autografi, lettere da super star internazionali, schizzi, scenografie, progetti mai realizzati e tanto altro. I visitatori, che siano semplici appassionati o studiosi, possono anche prendere appuntamenti mirati alla visione e consultazione degli oggetti. Il più richiesto è il soprabito disegnato da Alexander McQueen e dallo stesso Bowie. Vederlo da vicino, sospeso nel silenzio, dà quasi i brividi: i fili consumati della Union Jack sembrano trattenere ancora il calore delle luci di scena e l’energia di quel concerto del 1997, quando Bowie festeggiò i suoi cinquant’anni sfidando, come sempre, le leggi del tempo.Tutti gli oggetti verranno mostrati a rotazione, per essere precisi, ogni sei mesi verranno allestite nove piccole esibizioni di 200 pezzi rappresentativi dell’archivio che ripercorrano l’impatto culturale e non solo musicale di Bowie.
All’entrata della mostra è stato incorniciato un foglio con una serie di fotografie di David Bowie da bambino, probabilmente risalenti al 1947 o al 1948, per far vedere com’era la star prima del suo successo internazionale. In questi giorni, tra le altre cose, sono esposte le sue incredibili ali di acciaio utilizzate durante il The Glass Tour nel 1987, accanto al completo disegnato da Freddie Burretti nel 1972 per il video di Life on Mars?. Ma anche il Brits Award che gli è stato consegnato nel 2016, un foglio con il testo scritto a mano della canzone Sons of The Silent Age nel 1977 e una lettera da parte di Lady Gaga. La cantante pop ha infatti voluto ringraziare Bowie per averle mandato in anteprima un album dicendo: «Ho pianto ascoltando ogni singola canzone. Mi sembra che tutta la mia carriera sia stata un appello artistico affinché tu mi notassi».
E ancora, il primo strumento del musicista, ovvero un sax che gli regalò il padre negli anni Sessanta, la sua tavolozza con colori asciutti, pennello e spatola, il testo originale di Heroes e i pupazzi di Jim Henson rappresentanti i personaggi interpretati da Bowie realizzati per un video mai uscito. E le scarpe da capogiro che il cantante aveva indossato nei panni di Ziggy Stardust nel 1972.Sia quelle con tacco in legno a strisce verdi e rosa ricoperte di glitter, sia quelle con plateau nero, verde e blu navy.
Per i veri fan, la novità assoluta del nuovo museo è però il servizio «Order an Object», grazie al quale i visitatori potranno prenotare e osservare da vicino, privatamente, fino a cinque oggetti alla volta facenti parte della collezione. Ma non c’è da preoccuparsi, per chi non potrà andare fisicamente al museo a Londra, l’intero archivio sarà progressivamente digitalizzato e reso consultabile online entro il 2026 sul sito del V&A East Storehouse.
Perché alla fine, camminare tra queste stanze non significa solo sfogliare un catalogo di successi, ma assistere da vicino a un metodo e a una disciplina che spiegano come la creatività possa essere una trasformazione continua. È come spiare dal buco della serratura nell’officina di un dio inquieto: la conferma che Bowie non è mai morto, si è solo dissolto nell’aria che respiriamo ogni volta che decidiamo di cambiare pelle.