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 2026  febbraio 15 Domenica calendario

Intervista a Franz Cattini

Franz Cattini è stato per trent’anni La cura di Franco Battiato. Lo ha protetto, più che ha potuto, anche dalle malattie (“in realtà quel brano lo ha scritto per la madre”). Per trent’anni ha seguito i suoi dischi, tour, film, percorsi mentali; per anni lo ha sentito tutti i giorni (“era la mia prima telefonata del mattino”), lo ha vissuto, capito, interpretato. Perché “era un essere speciale”.
Ha visto il film di Renato De Maria dedicato a Battiato?
Hanno realizzato un bel lavoro e non era facile.
Perché?
La sua storia, la sua biografia, l’ha raccontata lui stesso con il primo film da regista (PerdutoAmor); però mi hanno sorpreso, soprattutto Dario Aita (Battiato nella pellicola): impressionante.
Anche secondo la sceneggiatrice del film non è stato semplice raccontare Battiato…
Franco rappresenta una vastità di ricerche, emozioni, esperienze impossibili da concentrare in due ore. Ha affrontato di tutto; (sorride) solo la storia del servizio militare è un film.
Servizio militare con Juri Camisasca.

Si sono conosciuti lì; Franco mi ha raccontato che Juri non aveva neanche la patente e nonostante questo ha frequentato il corso di guida per i camion. Quando gli hanno chiesto di riscaldare il mezzo, è andato e ha acceso un fuoco sotto lo stesso camion.

Quando ha conosciuto Battiato?
Luglio 1991, aveva pubblicato Come un cammello in una grondaia e cercava un’orchestra per il tour; di persona incuteva timore, con il suo barbone nero, gli occhiali scuri.
La carriera di Battiato rientrava nelle sue corde?
Sì, anche per l’utilizzo del côté classico, con il suo interesse per la musica di artisti come Stockhausen o di altri sconosciuti ai più. Lavorare con lui è stato fantastico, anni nei quali ho imparato tanto, pure come violinista.
Torniamo al primo incontro: oltre al timore suscitato.
Da bravo siciliano studiava a lungo il soggetto che aveva di fronte, poi emetteva lo scontrino; (sorride) a fine 1999 mi chiese di occuparmi dei suoi contratti discografici, poi della produzione esecutiva degli album, dei concerti, dei film…
Il rapporto di Battiato con i soldi.
Mai stato avido o materialista, non erano una fissazione, ma un mezzo per vivere bene lui e le persone che amava (resta in silenzio). Poi, certo, era uno nato in Sicilia e arrivato giovanissimo a Milano con periodi complicati, nei quali non riusciva a mettere insieme il pranzo con la cena.
Fino a quando?
Decide di guadagnare davvero perché conosceva alla perfezione gli ingredienti per ottenere successo: Battiato oltre a essere un grande compositore e autore, era un arrangiatore formidabile; come un grande chef, sapeva dosare i giusti ingredienti per esaltare le caratteristiche del pezzo.
Lo ha dimostrato pure nelle collaborazioni.
Anche nei tre Fleurs: le sue cover miglioravano i brani.
E quando i colleghi gli chiedevano l’autorizzazione per interpretare i suoi di brani?
Se il risultato era positivo, manifestava gioia come è avvenuto con i Subsonica (in Up Patriots to Arms); andò a un loro concerto per cantare insieme un paio di brani e rimase impressionato dai decibel. Non eravamo abituati a quel muro del suono.
E se il risultato della cover non lo convinceva?
Restava zitto.
Non protestava.
Era generoso sia dal punto di vista economico che affettivo; (pausa) ogni tanto gli proponevo il nome di un giovane per aprire i suoi concerti, magari Giovanni Caccamo, Arisa o Alessandro Mannarino e lui mi dava sempre la stessa risposta: ‘Fai quello che vuoi’ (lo imita in maniera commovente).
Non era una risposta polemica…
Aveva sempre ben chiaro qual è stato il suo passato, le sue difficoltà. E a quel tempo fu Milva ad aiutarlo, magari dandogli la possibilità di aprire i suoi live in Germania.
Lui, poi, è diventato una star in Germania.
Sì, ma il massimo lo ha raggiunto in Spagna: lì sono stati pubblicati i dischi e quando andavamo lì, anche nel 2016, per strada lo fermavano come in Italia.
Come viveva la fama?
Era una parte conseguente al successo, quindi era riconoscente, disponibile, capace di gesti unici.
Tipo?
Partire dalla Sicilia, destinazione Roma, per visitare un ragazzo che non stava bene. Aveva la capacità di leggere le persone oltre l’apparenza…
Ha affrontato le sue stesse letture?
Qualcosina.
I mistici?
Frequentandolo non potevi restare indifferente a certi stimoli, ma non in modo così profondo da poter parlare dei mistici.
Come erano i confronti tra Battiato e Manlio Sgalambro?
Fantastici perché spesso non erano d’accordo, soprattutto perché Franco accettava e capiva i fenomeni che andavano oltre la conoscenza scientifica, mentre Sgalambro era abbastanza nichilista e ogni tanto sentivo un ‘Franco, non dica sciocchezze’.
Si davano del lei?
Rigorosamente.
Le liti restavano sull’alto o ogni tanto scadevano?
Altissime, con grande rispetto.
Juri Camisasca ha rivelato al Fatto: “Quando Franco s’inalberava era meglio stare lontani”.
Se qualcosa non funzionava, non le mandava a dire. Però l’ho visto poche volte adirato; in alcune interviste ha spiegato: ‘Ero dell’Ariete’. Vuol dire: ero uno che partiva alla carica, ora sono migliorato.
Provocava?

No, preferiva la libertà, anche nei rapporti sentimentali.
Battiato sembrava quasi asessuato.
C’è stata un’evoluzione, come nel verso ‘emanciparsi dall’incubo delle passioni’.
Emanciparsi.
Ha avuto delle fidanzate.

Amava raccontare barzellette, dicono.
Gli piacevano molto.
Pudiche o no?
Se eravamo tra di noi, si lasciava andare a qualche licenza poetica, ma sempre con una certa eleganza.
Alla Battiato.
Quando veniva in agenzia, a Carpi, si presentava con in mano dei pasticcini, accompagnati dalla frase: ‘Questo negriero mi fa lavorare…’.
Il negriero era lei.
Nei tour lunghi quaranta o cinquanta date non andavo tutte le sere; quando mi presentavo scattava la scenetta: ‘Ma quello stronzo di Cattini lo avete visto?’.
La voleva con sé.
La prima telefonata del mattino era con lui e bisognava essere già ben svegli e pronti sui temi della giornata perché l’incipit era: ‘Hai saputo?’.
Com’era in sala d’incisione?
Sembrava un operaio che doveva timbrare il cartellino: preciso, con orari scanditi.
Esempio.
Alle dieci s’iniziava, pausa pranzo alle 13; alle 15 si riprendeva e stop massimo alle 19. Non era un animale notturno. Neanche un mangione.
Ascetico.

Ci sono artisti che dopo il concerto hanno bisogno di scaricare l’adrenalina, organizzare una bicchierata, poi a cena. Lui no. Finiti i bis entrava nell’auto con il motore acceso, destinazione l’hotel per bere una tisana.

Quanti artisti hanno cercato un “pezzetto” di Battiato?
Tanti, e tanti puntavano a ottenere la produzione, ma su questo Franco era restio: non era un imprenditore come Lucio Dalla.
Qualche volta gli è capitato.
Sì, con Giuni Russo, Alice e Milva, ma non era un cacciatore di lavoro; magari dava un ascolto, offriva qualche suggerimento, ma senza andare oltre, senza entrare nella fattura finale.
Insomma, non era un imprenditore…
Quando firmavamo il contratto con la casa discografica, magari per l’incisione di tre album in un arco temporale di anni, ogni tanto mi toccava ricordarglielo, non ci pensava: ‘Franco, si aspettano il prossimo disco’. E lui, con il tono alla Battiato: ‘Sei un bastardo!’.
Come impiegava il tempo?
Leggeva, vedeva tanti film, dipingeva, studiava Händel. E Händel è rimasto il suo cruccio: aveva svolto un gran lavoro per dedicargli il quarto film, ma non ci siamo riusciti.
Pigro?
Be’, sì.
Anche con i tour?
Negli ultimi anni aveva smesso di protestare se all’ultimo gli aggiungevo delle date.
Sentimento nuevo la cantava poco dal vivo.
Non l’amava, la considerava una canzoncina come Scalo a Grado
(la intona, benissimo).
Di Battiato quali sono i suoi brani preferiti?
L’ombra della luce; e l’album Il vuoto è di una bellezza e di una profondità non comuni.
Negli ultimi anni cosa non sopportava?
S’indignava di fronte alla prevaricazione, non tollerava questo desiderio di esportare la democrazia occidentale in certi Paesi. Poi non tollerava la decadenza generale.
Lo sogna?
Capita.
In quale forma?
Sempre positivo; Antonio Ballista racconta: ‘Dopo essere stato con Battiato, mi sentivo una persona con una grande pace interiore’. Questo capitava anche a me, pure nelle giornate non favorevoli. Mi bastava una telefonata.
È l’aspetto che le manca di più?
Sì, il confronto con lui: ha costretto tutti noi a migliorare.
Un difetto, per evitare l’effetto santino.
La fretta.
Battiato sembrava lontano dalla fretta.
Lo era, soprattutto nei film; in una vacanza al mare, quando scendevamo in spiaggia, dopo venti minuti scattava la frase: ‘Va bene, torniamo a casa?’.
I colleghi per i quali provava sintonia.
Grande considerazione per Ivano Fossati, poi stimava Morgan, amava Fabrizio De André e Lucio (Dalla); aggiungo Sergio Endrigo, ha pure inciso un suo pezzo in Fleurs. Al cinema Buñuel.
Tutto cantautorale.
No, seguiva tanto il Festival di Sanremo; quando vide per la prima volta Vasco Rossi non ebbe dubbi: ‘Avrà successo’.
E su Giuni Russo?
Le voleva molto bene, la sua morte è stata uno choc, come quella di Sgalambro: lo sentiva tutti i giorni, rappresentava una figura quasi paterna, come Giusto Pio.
Giusto Pio.
Franco lo considerava uomo di grandissima saggezza; (sorride) una volta la madre di Franco chiamò Giusto in aiuto: ‘Qui i conti non tornano’. Partì per la Sicilia e con i suoi modi pratici analizzò voce per voce la situazione: ‘È semplice, spende più di quello che guadagna’.
Per cosa?
Le sue ricerche musicali; (ci pensa) sono arrivato a Franco grazie a Giusto Pio.
Passaggio del testimone.
Una sera del 1999 mi chiama Franco e mi chiede di andare ad ascoltare la proposta di una major discografica: ‘Ma non so niente di contratti’. E lui: ‘Che ci vuole? Parli un po’ con Pio…’.
Appunto, passaggio di testimone.
Giusto Pio aveva spiegato a Franco: ‘Mandi Cattini, si fidi’; loro avevano dentro la saggezza contadina del ‘conosci le leggi del mondo e te ne farò dono’.
Lei come ha affrontato l’ultimo periodo di Battiato?
Con grande dolore, terribile, nel vedere una persona di quello spessore subire un decadimento mentale giorno dopo giorno; il dolore di assistere alla sua sofferenza quando non riusciva più a esprimersi.
È stato rispettato?
Sì.
Chi è stato Battiato per la cultura italiana?
Un unicum, non ce n’è un altro, neanche all’orizzonte.
Chi è stato per Cattini?
Un amico e un maestro di vita. Mi ha insegnato a cercare di volare più alto.