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 2026  febbraio 15 Domenica calendario

Piero Cassano: "Ho vinto il Festival tre volte Eppure non ci volevo andare"

Tre volte vincitore del di Sanremo su 21 partecipazioni, sia come autore che direttamente sul palco: Piero Cassano, con o senza i Matia Bazar, ha scritto la storia del Festival. E anche quella di Eros, che all’Ariston festeggerà i 40 anni da Adesso tu che proprio Cassano scrisse ai tempi della premiata ditta con Adelio Cogliati. A Sanremo ci sarà anche lui, a ritirare lunedì 23, in occasione del Press Golden Gala, il premio «Dietrolequinte 2026» che ne celebra la carriera. Ma Cassano è un settantasettenne con lo sguardo aperto nel futuro, che continua a scommettere su giovani talenti, come fece negli Anni ’80 con Eros.
La prima volta sul gradino più alto fu nel 1978 con i Matia Bazar:...E dirsi ciao. Sanremo a malapena era trasmesso in tv, ma il podio fu straordinario con Anna Oxa che cantava Un’emozione da poco e Rino Gaetano con Gianna. Che ricordi ha?
«Io non ci volevo andare. Nel ’77 con Solo tu vendemmo una marea di dischi, non solo in Italia, anzi: 5 settimane in cima alla classifica in Francia, 3 milioni di copie vendute in Sudamerica. Un successo planetario, temevo che se a Sanremo fossimo arrivati anche solo secondi ci saremmo rimessi in secondo piano. Salvetti insistette, anche il nostro produttore di allora, cedetti. Fortunatamente vincemmo, anche se ci diedero il premio sbagliato».
Cioè?
«Diedero a Rino Gaetano il Leone con la targa “primo classificato”, e a noi quella con “terzo classificato”. Ce ne accorgemmo solo anni dopo. Rino era già morto e chi stava rivisitando la sua carriera si accorse del premio. Verificammo e in effetti anche il nostro era sbagliato. Ma io non l’ho mai voluto cambiare».

E l’Anna Oxa punk di allora?
«Io mi innamorai subito di Anna. Mi capitò con lei quello che mi sarebbe capitato anni dopo con Arisa, nel 2012: durante le prove ben prima della finale predissi che sarebbe arrivata certamente sul podio. Ho avuto ragione con entrambe. Oxa era molto avanti, per le canzoni, il modo di usare la voce, quello di vestire, in cuor mio speravo un giorno di riuscire a scrivere per lei».
Cosa che successe.
«Dieci anni dopo, nel 1988. Quando nasce un amore».
Torniamo al ’78. Il pezzo non è tra i più ricordati tra i vincitori. Perché secondo lei? È rimasta molto di più Vacanze romane, quarta nell’83.
«Proprio perché nel ’78 non volevo andarci decisi di fare una canzone di cui tutti dicessero che non era all’altezza, ma il pubblico premiò la voce della grandissima Antonella Ruggiero. Nell’83 invece non c’ero, ero uscito dal gruppo e un po’ mi mangiai le mani: quella canzone avrei voluto scriverla io e su quel palco avrei voluto esserci».
Poi però Sanremo lo rivinse come autore di Adesso tu.
«Mi chiamarono un paio d’anni prima, appena dopo Terra promessa. Si pensava che il successo fosse dovuto alla canzone e non al personaggio, io sulle prime concordavo, ma chiesi di farmi ascoltare dei provini di Eros. E quella voce mi colpì: particolarissima e stupendamente identificabile. Mi ricordò per unicità quella di Battisti. E allora pensai che avremmo potuto creare un mondo su misura per lui, che parlasse ai giovani senza entrare in storie sdolcinate per conquistare anche un pubblico più adulto».
La terza vittoria nel 2002, di nuovo i Matia Bazar, la voce era quella di Silvia Mezzanotte con Messaggio d’amore. C’è un segreto per scrivere canzoni che vincono il Festival?
«Le mie sono tutte canzoni nate al pianoforte, a volte anche in 20 minuti come Quando nasce un amore. Ma la bravura tecnica l’ho sempre lasciata ad altri perché, anche se un po’ ho studiato, mi considero un’autodidatta. Un segreto c’è: ed è fare musica per gonfiare il tuo cuore e non il tuo portafoglio».
Oggi non è così? Dei nuovi autori cosa pensa?
«Gli autori di oggi purtroppo non li capisco. Per il mio background e per la mia età, il mio modo di concepire una melodia è totalmente all’opposto. Ormai si scrive più per una prospettiva di fama che non per vera passione. Oggi io vedo un coma musicale, perché non si fa più la gavetta e do la colpa ai talent e alla discografia. Si cantano pezzi costruiti con un computer scritti da chi neanche sa mettere le mani su una tastiera. Ma sono le melodie quelle che hanno portato la musica italiana nel mondo, da Modugno a Ramazzotti. Sono contro le canzoncine costruite su giri armonici elementari. Trovo però che oggi ci siano anche testi geniali che ai miei tempi non esistevano: e io mi inchino davanti a certi testi di oggi, ma chiedo, se non di inchinarsi, almeno di valutare bene le musiche dei miei tempi».
Ma nei giovani continua a credere, come in Matteo Macchioni.
«Matteo è un tenore lirico, con lui ci adoperiamo nel crossover, tra il pop e la lirica».
E poi c’è Cecilia Larosa.
«Un gioiello. Con lei puntiamo sulla melodia, e mi è venuta l’idea di tirare fuori le sue radici e scrivere una canzone in italiano e in dialetto calabrese. Non è facile, ma lei ha una voce straordinaria».
Non posso non chiederle di un altro suo successo enorme: la sigla di Pollon combinaguai.
«Mi chiamò un giorno Alessandra Valeri Manera, aveva bisogno di una bella canzone facilina. Non voglio essere immodesto, ma in quel momento ero subissato di richieste c’era Eros, mi cercavano anche per Mina... allora decisi di fare una cosa velocissima e semplicissima, scommisi con me che appena avrebbe sentito quel “pum-pa, pum-pa” mi avrebbe sbattuto fuori. Invece la vidi illuminarsi: “È fantastica”, disse».
Lo sa che i bambini di allora la cantano ancora oggi?
«Sì e Cristina D’Avena mi manda i video dai concerti scrivendomi “Piero, la tua canzone la cantano tutti!”. E io che volevo tenerlo nascosto».