La Stampa, 15 febbraio 2026
Concordato fiscale. Le mosse del governo per evitare un nuovo flop
Il governo sta lavorando al nuovo concordato fiscale: nel giro di un mese il vice ministro dell’Economia Maurizio Leo e l’Agenzia delle entrate saranno in grado di mettere nero su bianco le proposte da formulare alle Partite Iva per il biennio 2026-2027.
Il concordato biennale è uno degli elementi prioritari nella strategia di lotta all’evasione del centrodestra, sia per aumentare il numero dei contribuenti affidabili creando un rapporto di fedeltà con loro, sia per incassare risorse utili alla riduzione delle imposte. Chi aderisce, concorda con il Fisco un reddito su cui pagare le tasse e si mette al riparo dagli accertamenti dell’Agenzia delle entrate per due anni. Al primo patto biennale avevano aderito 460 mila autonomi, di cui 200 mila che si collocavano in una fascia di bassa affidabilità fiscale, con voti Isa inferiori a 8. «È come se avessimo fatto una lotta all’evasione importante su duecentomila contribuenti, che erano nell’area dei non affidabili», ha detto Leo intervistato da Bruno Vespa a Porta a Porta. Per le opposizioni e i sindacati, invece, quei numeri sono stati un mezzo flop.
Ora l’esecutivo dovrà convincere questi 460 mila contribuenti a confermare l’accordo con l’Agenzia delle entrate per un altro biennio, e soprattutto sedurre la platea dei 2,2 milioni di Partite Iva che sono rimaste fuori. Per farlo sarà necessario garantire degli incentivi ulteriori, perché accettare il concordato vuol dire dichiarare un reddito più alto e pagare più imposte. Oltre a beneficiare del reddito extra esentasse e dello stop ai controlli, la prima edizione del concordato era stata trainata anche dal ravvedimento speciale che consentiva, in cambio dell’adesione, una bassa imposta sostitutiva modulata sul punteggio Isa per regolarizzare le annualità dal 2019 al 2023. Le imprese, ad esempio, hanno chiesto di modificare la normativa attuale che non permette a chi applica il concordato di usufruire della deduzione del 180% stabilita dall’iperammortamento, l’incentivo sugli investimenti.
Il gettito della prima edizione del patto biennale si è attestato intorno al miliardo e mezzo di euro ed è stato utilizzato dall’esecutivo in legge di bilancio per finanziare il taglio dell’Irpef. Risorse che saranno fondamentali anche per la manovra di quest’anno per ampliare la fascia dei redditi tra 28 mila e 50 mila euro soggetta all’aliquota al 33%, visto che l’idea della maggioranza è quella di portare l’asticella fino a 60 mila euro.
L’adesione al concordato va comunicata entro il 30 settembre, mentre stringe il tempo per partecipare alla quinta rottamazione, la scadenza è fissata al 30 aprile. La sanatoria delle cartelle riguarda i carichi affidati all’Agente della riscossione nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2000 e il 31 dicembre 2023 derivanti da omesso versamento. Quindi, chi ha dichiarato, ma poi non ha versato. I carichi a cui si riferisce la sanatoria ammontano a 400 miliardi, una cifra enorme. L’Agenzia delle entrate si aspetta «una buona adesione», ma comunque in linea con le precedenti rottamazioni che hanno interessato il 20-25% dei contribuenti potenziali. Si stima di incassare 13 miliardi di euro spalmati in dieci anni.
Intanto, in vista della presentazione dei risultati della lotta all’evasione nel 2025 dell’Agenzia delle entrate, fonti vicini al dossier confermano che verrà superato il record dello scorso anno di oltre 33 miliardi di euro. Le risorse recuperate sono in costante aumento, così come la propensione degli italiani a evadere è diminuita. L’amministrazione può contare sull’interoperabilità di 200 banche dati, sulla digitalizzazione, sull’intelligenza artificiale. L’Agenzia delle entrate lo scorso anno ha verificato 17 milioni di posizioni, però, come ribadiscono sempre i vertici del Fisco in ogni dichiarazione, «non esiste il Grande Fratello fiscale, non c’è una macchina che sforna accertamenti, non facciamo la pesca a strascico dei contribuenti». Non esiste il Grande Fratello non perché la tecnologia non lo consenta, ma semplicemente per scelta politica. E così nonostante gli sforzi e i progressi l’Italia vanta ancora un tax gap di 90 miliardi di euro, Iva esclusa. Peggio di noi solo Romania, Malta e Grecia, però in termini assoluti battiamo tutti.