La Stampa, 15 febbraio 2026
Scuola e divario sociale. A Torino e Milano la trappola delle periferie
Nel Nord che produce oltre la metà del Pil nazionale, quasi un giovane su dieci esce dal sistema di istruzione senza un diploma. E tra quelli che il diploma lo ottengono, una quota non trascurabile non raggiunge le competenze minime in italiano, matematica e inglese. È dentro questa doppia misura – dispersione esplicita e implicita – che si gioca una parte decisiva della tenuta educativa ed economica del Paese.
Partiamo dalla dispersione esplicita. Secondo alcuni rapporti, nel 2024 il 9,8% dei giovani tra i 18 e i 24 anni aveva al massimo la licenza media e non era inserito in percorsi di istruzione o formazione. Non si tratta di studenti ancora in aula, ma di giovani che hanno già interrotto il loro percorso senza conseguire un titolo. L’Italia resta sopra la media Ue (8,4%) ed è ancora distante dai Paesi che hanno portato il tasso sotto il 5%. Le differenze territoriali sono nette. Nel Mezzogiorno i valori restano più elevati: Sicilia 15,2%, Campania 13,3%, Calabria 10,8%. Le regioni del Nord si collocano su livelli più bassi e più vicini all’obiettivo europeo del 9% fissato per il 2030. Veneto, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia e Lombardia si attestano in genere tra il 6 e l’8%. Il Piemonte è intorno all’8,7%.
Se ci si fermasse a questo indicatore, il Nord apparirebbe sostanzialmente al riparo. Ma la seconda misura – la dispersione implicita – racconta un quadro più articolato. Secondo la definizione Invalsi, è «disperso implicito» lo studente che, al termine della secondaria di secondo grado, non raggiunge contemporaneamente almeno il livello 3 in italiano e in matematica e il livello B1 nelle prove di inglese: un diplomato che non possiede le competenze minime per affrontare studio, lavoro e cittadinanza attiva. «Attualmente – spiega Roberto Ricci, presidente di Invalsi – la fragilità educativa è influenzata dal contesto socio-economico-culturale di provenienza. Nonostante gli sforzi, la trasmissione sociale di questa fragilità rimane un problema irrisolto». Nel 2023 la dispersione implicita nazionale era pari all’8,7%. In Piemonte il 3,4%, segnalando una buona performance media del sistema regionale. Tuttavia, restringendo lo sguardo al comune di Torino, uno studio Invalsi rileva che la quota sale al 10,4%, superando la media italiana. Ancora più marcata è la differenza se si osservano le aree urbane attraverso un indicatore socio-economico come il valore medio al metro quadro degli immobili: nelle periferie con valori più bassi la dispersione implicita media cresce e raggiunge il 24%, con punte oltre il 50; nelle zone più benestanti si colloca poco sopra l’1%. In altre parole, all’interno della stessa città coesistono scuole dove quasi tutti raggiungono le soglie minime e scuole dove fino a un diplomato su quattro non le raggiunge. Una dinamica simile si osserva in altre grandi aree metropolitane del Nord, dove le medie regionali positive convivono con forti squilibri tra quartieri centrali e periferici. Il risultato è che il Nord presenta tassi di abbandono formale più contenuti rispetto al Sud, ma non è immune da una quota significativa di studenti che completano il percorso senza consolidare le competenze di base. «I casi di Milano e di Torino – aggiunge Ricci – mostrano la necessità di nuove categorie di analisi che superino in chiave moderna alcune tradizionali distinzioni come quella tra contesti urbani e rurali».
C’è anche un altro aspetto che fa la differenza, il background migratorio: «Tra questi studenti, i numeri di chi abbandona precocemente gli studi sono triplicati» spiega Caterina Corapi, fondatrice e direttrice di Next Level, ente del terzo settore torinese che si occupa di progetti dedicati all’inclusione giovanile. «In questi anni ci siamo concentrati su un lavoro di empowerment sia degli insegnanti che delle scuole con cui operiamo. Dai progetti che sviluppiamo con loro emerge l’enorme potenziale dei ragazzi che però partono svantaggiati. Stiamo rischiando di perdere questo capitale perché la dispersione implicita è correlata al rischio di Neet», aggiunge Corapi.
Le due forme di dispersione non sono fenomeni separati. Quella esplicita rappresenta l’uscita visibile dal sistema. Quella implicita è una fragilità che si manifesta più tardi, nel mercato del lavoro o nell’accesso all’istruzione terziaria. In entrambi i casi, il livello di istruzione incide direttamente sulle opportunità occupazionali: tra i 25 e i 64 anni il tasso di occupazione è intorno al 55% per chi possiede al massimo la licenza media e sale fino all’85% per chi ha un titolo terziario. In un contesto demografico segnato dall’invecchiamento e dalla riduzione della popolazione giovane, ogni punto percentuale di dispersione pesa di più.