Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  febbraio 15 Domenica calendario

Era mia madre: Maria Luisa Spaziani

Maria Luisa Spaziani, nata a Torino, è stata una poetessa, scrittrice e traduttrice italiana. Laureata in lingue, fondò nel 1949 il Centro internazionale Eugenio Montale e fu più volte candidata al Nobel per la Letteratura. Oriana Rispoli Spaziani, in questa intervista, racconta del suo rapporto con la madre, una straordinaria narratrice che le faceva ascoltare le arie della Carmen.
Chi era sua madre Maria Luisa?
«Una donna passionale, volitiva, estremamente dinamica. Viveva con intensità; tutti i periodi della sua vita furono connotati da vicende fuori dall’ordinario, che lei riversò nella sua poesia e in parte nel racconto della sua amicizia con Eugenio Montale».
Che rapporto era il vostro?
«Il nostro rapporto non è stato ordinario: Maria Luisa non mi ha cresciuta e non ha permesso di conoscere mio padre. Da bambina mi portava in vacanza, mi comprava dei libri e mi faceva regali per Natale, ma era quasi sempre assente, perfino nel giorno del mio compleanno. Ci teneva alle sue relazioni, alla vita mondana, ai viaggi, alla carriera… Per me è stata un esempio di donna diversa, che non reprimeva nessuna parte di se stessa per adeguarsi ad un modello».
Un momento emozionante per sua madre?
«Quello in cui ricevette dal Presidente Ciampi il titolo di Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica, nel 2003. Mi portò con sé alla cerimonia. Durante il ricevimento Maria Luisa ed io voltammo le spalle ai tavoli imbanditi, aprimmo una grande porta e ce ne andammo a spasso per le sale deserte del Quirinale, lei ed io sole, senza che nessun corazziere ci notasse, né che suonasse alcun allarme. L’intraprendenza era una caratteristica di spicco della personalità di Maria Luisa!».
E Oriana che bambina era?
«Una bambina fuori dal comune: figlia unica, abituata a frequentare quasi esclusivamente gli adulti, perennemente occupata nello studio. Mia madre aveva dettato le regole della mia educazione: niente musica al di fuori della classica, niente fumetti, niente cultura “pop” e niente televisione. Ci si può immaginare quale fosse l’interazione tra me e i miei coetanei: semplicemente nulla! Ad interloquire con i letterati invece, ammetto che me la cavavo discretamente, anche se in molti casi facevo ridere tutti, come quella volta in cui definii la lettura come “uno dei più grandi piaceri della vita”...».
Un pregio di Maria Luisa?
«Senz’altro la straordinaria abilità di narratrice a cui sommava un’ironia e una punta di cinismo che trascinavano il suo pubblico in un irresistibile divertimento. Da bambina la ascoltavo con gusto quando mi raccontava delle favole di sua invenzione».
Cosa la commuoveva e cosa la faceva arrabbiare?
«La commuoveva parlare dei suoi genitori: entrambi morirono piuttosto giovani e lei ne sentiva la mancanza. Tra le situazioni che la facevano arrabbiare, ce n’era una che riguardava me: non desiderava che frequentassi i personaggi famosi della sua cerchia, ne era gelosa. Una volta stavamo passeggiando in via Margutta, quando incontrammo Federico Fellini e Giulietta Masina. Fellini conosceva bene Maria Luisa, ma non sapeva che avesse una figlia, e rimase colpito da me: così m’invitò ad andare a trovarlo. Ma mia madre, molto contrariata, pose un veto: quella visita non avrebbe dovuto avere luogo senza di lei. Attesi invano, di lì a un paio d’anni Fellini morì».
Un oggetto che le è rimasto, a cui è molto affezionata?
«Il cofanetto di dischi in vinile della Carmen di Bizet, con Maria Callas. Negli anni Sessanta Maria Luisa aveva uno dei primi apparecchi stereofonici. Con quello stereo mia madre mi faceva ascoltare le arie della Carmen, e mi raccontava di quando studiava canto e voleva diventare una cantante lirica. Tra un ascolto e l’altro si sentiva il verso delle tortore nel cortile della casa di via del Babuino. Ricordi indimenticabili…».
C’è un profumo che le ricorda sua madre?
«Sì, il profumo del sambuco. Maria Luisa diceva che sentirne il profumo era un piacere paragonabile al bere una coppa di champagne. Proprio il sambuco era al centro di un aneddoto su Montale che Maria Luisa raccontava. Un famoso endecasillabo del premio Nobel recitava così: “alte tremano guglie di sambuchi”, ma un giorno in cui “la Volpe” e “the Bear” (questi i soprannomi con cui si appellavano reciprocamente) erano in campagna, vedendo un sambuco in fiore, Montale non seppe riconoscerlo. Maria Luisa rimase esterrefatta, ma lui, noncurante, le rispose: “le poesie si fanno con le parole”».
E suo padre?
«Per tutta l’infanzia e la giovinezza mi è completamente mancata la vicinanza non soltanto di mio padre Claudio, ma di mia zia Paola e delle mie cugine. Sono stata cresciuta da mia zia Bianca Maria e ho passato molti anni in solitudine. Dopo i vent’anni sono andata a conoscere Claudio, ma quando Maria Luisa è venuta a saperlo, ne è nata una tragedia che non si è più risolta».
Cosa le ha insegnato sua madre?
«Mi ha fatto conoscere la Francia: d’estate viaggiavamo attraverso la Camargue, la Provenza e la Savoia, oppure in Normandia, dove c’era una splendida, antica dimora, sede di iniziative culturali, dov’era possibile fare incontri straordinari. Soggiornando lì abbiamo conosciuto, ad esempio, Eugène Ionesco, e poi il grande storico Jacques Le Goff, oltre a scrittori, filosofi e storici».
Una giornata passata insieme? Cosa facevate?
«Trascorrevamo la mattinata a Villa Borghese. Partivamo a piedi da via del Babuino, salivamo al Pincio e prendevamo a noleggio due biciclette, con le quali attraversavamo tutta la villa; poi seguiva il pranzo: andavamo al ristorante Dal Bolognese, in piazza del Popolo, oppure alla birreria Viennese. Maria Luisa non guidava, non cucinava, non si occupava di attività domestiche né di alcuna attività pratica; sapeva soltanto scrivere a macchina con la sua Olivetti Lettera 22, utile, ovviamente, per il suo lavoro».
Se la potesse rivedere ora, cosa le direbbe?
«Le confermerei di avere mantenuto l’impegno che lei mi chiese di assumermi, ovvero di far sì che la sua memoria rimanesse viva. Ci terrei molto inoltre, a recuperare le carte, le opere d’arte e i beni personali di Maria Luisa rimasti nella sede del Centro Montale dopo il passaggio in altre mani dell’associazione di Poesia da lei fondata. Lancio qui il mio appello».