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 2026  febbraio 14 Sabato calendario

I super stipendi di 6 banchieri di Wall Street: nel 2025 hanno guadagnato oltre 250 milioni di dollari

A Wall Street li chiamano bonus, pacchetti azionari, carried interest. Ma visti da fuori – e soprattutto confrontati con gli stipendi medi dei dipendenti – sembrano un’altra unità di misura: quella dell’euforia finanziaria. Come ha rivelato il Financial Times, nel 2025 i sei amministratori delegati delle maggiori banche americane hanno portato a casa oltre 250 milioni di dollari complessivi, con compensi individuali tutti sopra quota 40 milioni. Una pioggia di milioni che racconta meglio di qualunque indice l’anno d’oro della finanza statunitense.
Alla guida dei colossi di Wall Street – JPMorgan Chase, Bank of America, Citigroup, Goldman Sachs, Wells Fargo e Morgan Stanley – i sei ceo hanno incassato in media il 22% in più rispetto all’anno precedente. Già nel 2024 guadagnavano 298 volte lo stipendio del dipendente mediano delle rispettive banche. Ora il divario è destinato ad allargarsi ancora, proprio mentre l’inflazione continua a mordere il potere d’acquisto degli americani.
Il più pagato è stato David Solomon, numero uno di Goldman Sachs: 47 milioni di dollari tra bonus cash, azioni e una voce sempre più tipica della finanza alternativa, il carried interest sui fondi gestiti dalla banca. Una scelta – spiegano i documenti societari – pensata per allineare la sua retribuzione ai grandi gestori patrimoniali e non perdere i manager di punta in un mercato ipercompetitivo.
Subito dietro si sono mossi gli altri protagonisti del grande risiko bancario americano. Brian Moynihan di Bank of America ha raggiunto quota 41 milioni, con un balzo del 17% in un solo anno. Jane Fraser di Citigroup è salita a 42 milioni, quasi un quarto in più rispetto all’anno precedente, impreziositi da un bonus di «fedeltà» da 25 milioni incassato in autunno.
Davanti a lei solo Jamie Dimon, il decano dei banchieri americani, con 43 milioni, e Ted Pick, arrivato a 45 milioni nel pieno della ripresa dell’investment banking.
Numeri che non nascono nel vuoto. L’anno scorso le azioni delle grandi banche statunitensi sono salite in media del 42%, sospinte dal ritorno delle operazioni straordinarie, dal rilancio dei mercati dei capitali e soprattutto da un clima regolatorio tornato più morbido.
Washington ha allentato diversi vincoli introdotti dopo la crisi del 2008: maggiore leva per gli istituti sistemici, stress test rivisti, meno paletti sui prestiti più rischiosi.
È la nuova stagione del «bull market banking», come l’ha definita l’analista Mike Mayo: risultati da mercato toro (con un mercato azionario nel quale i rialzi si susseguono per numerose sedute) e stipendi da mercato toro. Con una differenza rispetto al passato recente: stavolta le banche non stanno solo sopravvivendo alle regole, ma prosperano grazie al loro smantellamento parziale.
Alcune storie aziendali spiegano meglio di altre l’esplosione delle buste paga dei vertici. Citigroup, per anni fanalino di coda del settore, è diventata nel 2025 il titolo bancario migliore di Wall Street, mentre si avvicina al traguardo di una ristrutturazione mastodontica voluta da Fraser, ormai completata per oltre l’80 per cento. Wells Fargo, sotto la guida di Charlie Scharf, ha finalmente visto cadere il tetto da 2.000 miliardi di dollari agli attivi imposto dopo lo scandalo dei conti fasulli che aveva travolto la banca californiana.
Entrambi, Fraser e Scharf, hanno anche conquistato il doppio ruolo di ceo e presidente del consiglio di amministrazione, formula già adottata dagli altri giganti del settore e che concentra ancora di più potere – e remunerazione – nelle mani dei vertici.
Il paradosso, osservano molti investitori, è che mentre Wall Street festeggia utili record e pacchetti retributivi sempre più creativi, il resto dell’economia americana continua a fare i conti con salari che crescono lentamente e con un costo della vita diventato il primo tema politico.
Per ora, però, nel cuore finanziario degli Stati Uniti la distanza tra piani alti e sportelli continua ad allargarsi. E i milioni che piovono sui ceo raccontano che il ciclo d’oro delle banche è tutt’altro che finito.