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 2026  febbraio 15 Domenica calendario

L’autoritarismo «astuto»: come fa la Cina a essere leader mondiale di innovazione nonostante la repressione

La madre di tutte le previsioni sbagliate sulla Cina è quella secondo cui, diventando più ricco, il colosso asiatico sarebbe diventato anche più democratico. Il Wandel durch Handel, «cambiamento attraverso il commercio», trasposto dall’epoca sovietica al mondo post Guerra fredda. Arricchendosi, la Cina si è invece ritrovata, a Pechino, con un presidente, Xi Jinping, non meno autoritario e forse persino più potente di Mao Zedong. C’è, però, un’altra previsione che va (o andava) per la maggiore: quella secondo cui le istituzioni autoritarie del Paese comunista, soffocando l’innovazione attraverso repressione, censura e corruzione, impediscono in modo inesorabile alla Cina di competere davvero con gli Stati Uniti dal punto di vista tecnologico, con conseguente impossibilità di minacciarne anche il primato economico e militare.
Jennifer Lind, docente al Dartmouth College e associate fellow alla Chatham House, ha dedicato un libro intero (Autocracy 2.0: How China’s Rise Reinvented Tyranny) a smentire quella previsione. E riassume le sue tesi in un intervento su Foreign Affairs. Partendo da una constatazione: smentendo il pronostico di cui sopra, la Cina è diventata leader mondiale dell’innovazione. Le aziende cinesi dominano settori high-tech come veicoli elettrici, batterie avanzate, energie rinnovabili e telecomunicazioni. E Pechino ora contende la leadership nell’intelligenza artificiale, nel supercalcolo e nella scienza quantistica, le tecnologie su cui si baseranno la produttività e la potenza militare del futuro.
Come ci è riuscita? Applicando quello che Lind chiama
«autoritarismo astuto» (smart authoritarianism). In cosa consiste? Nell’applicare repressione e censura in dosi ben calcolate, che consentano di uscire dal dilemma dei regimi autoritari: si può mantenere il controllo politico e sociale e si può creare un’economia innovativa. Ma, almeno da un certo punto in poi, non tutte e due le cose insieme. Perché è assodato che anche un regime illiberale e autoritario può innescare un processo di crescita, puntando sul vantaggio competitivo di una manodopera a basso costo. Ma, per evitare la «middle income trap», la trappola del reddito medio, ad un certo punto è imperativo aumentare la produttività attraverso l’innovazione. E lì si sbatte contro il dilemma di cui sopra, che il politologo Samuel Huntington ha chiamato «il dilemma del re»: un regime può mantenere una presa salda sulla società, ma così facendo sopprimerà l’innovazione e la crescita. In alternativa, può consentire un flusso più libero di informazioni e incoraggiare creatività e dinamismo, ma ciò può aprire la società a fonti alternative di influenza e potere in grado di minacciare il regime.
Sembrava questa la lezione di Taiwan e Corea del Sud. L’uscita dalla povertà è iniziata sotto governi autoritari, ma per diventare economie all’avanguardia la democratizzazione è risultata necessaria. A Pechino, però, hanno studiato un altro modello: quello di Singapore, città-Stato hi tech, nella quale l’autoritarismo non è sparito con lo sviluppo. La maggior parte di politici ed economisti avrebbe obiettato che la ricetta di una realtà così piccola non poteva funzionare in un Paese così grande. Nelle stanze del Partito comunista cinese, fin dai tempi di Deng Xiaoping, si sono però convinti del contrario («Singapore sarebbe tutto sommato una piccola storia, se non fosse – secondo parecchi osservatori – il modello a cui anche la Cina si ispira», ha scritto anche Battaglia nel suo reportage).
Lind riassume così quello che è successo a quel punto: «A partire dalle riforme di Deng, il governo cinese ha creato una forza lavoro altamente qualificata investendo massicciamente nell’istruzione superiore d’élite. 
Oggi, la Cina è leader mondiale nella formazione di ingegneri e dottori di ricerca in scienze e ingegneria, e le sue università si sono aggiudicate otto delle prime dieci posizioni nella classifica mondiale 2025 delle università per produzione di ricerca scientifica, stilata dall’Università di Leida. Il Partito comunista cinese ha anche professionalizzato la pubblica amministrazione, implementando severi esami di abilitazione e dando priorità alla competenza rispetto alle conoscenze. Il governo ha gradualmente migliorato la tutela dei diritti di proprietà e il diritto commerciale. (...) Nel periodo delle riforme, soprattutto sotto la guida di Jiang Zemin (1989-2002), il Pcc ha anche consentito l’espansione di media, aziende del settore privato e organizzazioni non-profit. Una società civile più ampia non solo ha stimolato la crescita economica e consentito la diffusione delle idee, ma ha anche rafforzato il partito, come ha osservato la politologa Jessica Teets, fungendo da fonte di informazione sui problemi sociali e promuovendo riforme politiche che hanno rafforzato la presa del regime sul potere».
Il regime comunista è, dunque, diventato meno autoritario? No, meglio dire che ha imparato, appunto, ad applicare l’autoritarismo in modo più intelligente. «Il regime non ha mai rinunciato al controllo sulla società civile. Il partito sfrutta il suo monopolio del potere per indirizzare i programmi di ricerca verso argomenti in linea con gli obiettivi statali, limitare il dibattito pubblico sulla politica e predeterminare le sentenze giudiziarie se ritiene che la stabilità sociale o la propria reputazione siano a rischio. Inoltre, monitora rigorosamente individui, aziende e organizzazioni non governative e consente solo a coloro che rispettano le regole di operare».
Semmai, il partito è «passato dalla repressione ad alta intensità a quella a bassa intensità» (in termini relativi, se si pensa alla feroce persecuzione di dissidenti come il premio Nobel per la pace Liu Xiaobo, morto nel 2017 per la lunga detenzione, e l’editore di Hong Kong Jimmy Lai, appena condannato a 20 anni, o al pugno di ferro in Tibet e contro gli uiguri dello Xinjang). «La sanguinosa repressione di Piazza Tienanmen nel 1989 – spiega Lind – aveva messo la repressione del Pcc sotto i riflettori globali e scoraggiato gli investimenti stranieri in Cina. Da allora, il partito ha adottato metodi più mirati per limitare gli oppositori interni. Come ha scoperto il politologo Rory Truex, Pechino monitora attentamente dissidenti e cittadini scontenti per impedire loro di unirsi alle proteste, osserva un “calendario dei dissidenti” attraverso il quale incarcera preventivamente gli attivisti durante gli anniversari chiave e recluta i familiari per fare pressione sui manifestanti affinché desistano. Quando il regime ritiene di dover ricorrere alla violenza, vedi il caso in cui voglia sfrattare con la forza i contadini da terreni interessati da progetti di sviluppo, esternalizza la coercizione a “criminali a pagamento”, come ha sostenuto la studiosa Lynette Ong, per prendere le distanze dalle aggressioni. E, grazie a massicci investimenti nell’intelligenza artificiale, in particolare nel riconoscimento facciale e in altri sistemi biometrici, il Pcc può contare più sulla tecnologia che sui manganelli per controllare la popolazione».
L’atteggiamento all’apparenza ondivago e contraddittorio del partito nei confronti del settore tecnologico (al giro di vite su Jack Ma e compagni del 2020 è seguito, per dire, un simposio nel febbraio 2025 un simposio nel febbraio 2025 per dimostrare il sostegno del Pcc agli imprenditori del settore) si spiega con il fatto che l’«autoritarismo intelligente» ha bisogno di continui adattamenti e correzioni. «L’autoritarismo astuto non è una strategia volta a massimizzare la crescita. I leader sono consapevoli che, attraverso i loro sforzi per mantenere il controllo, stanno lasciando sul tavolo una parte della crescita economica. Ma anche se una maggiore apertura e libertà potrebbero tradursi in maggiore innovazione e in una crescita più rapida, ciò rischierebbe di avvenire al prezzo di una perdita di potere. Il punto di equilibrio tra libertà e controllo cambia in base alla risposta all’opinione pubblica, allo stadio di sviluppo dell’economia, all’evoluzione delle tecnologie e dei metodi di controllo, nonché ai motori della crescita e dell’innovazione. I leader autoritari astuti devono costantemente adattare le leve del controllo per aprire la società quando possono e rafforzare la presa quando devono. Quando riescono a trovare il giusto equilibrio, l’innovazione può prosperare anche in assenza di istituzioni inclusive». Smentendo così le previsioni (anche di premi Nobel per l’Economia come Daron Acemoglu e James Robinson, che individuano nelle istituzioni inclusive, anziché estrattive, la radice del successo economico delle nazioni). Colossi dai nomi ormai conosciuti a livello globale, come BYD, Huawei, ByteDance, Alibaba – e startup sorprendenti come DeepSeek – sono lì a dimostrarlo.
Il che, intendiamoci, non vuol dire che il modello economico cinese sia privo di difetti e debolezze. Sempre sul sito di Foreign Affairs si può leggere l’analisi di Dinny McMahon (titolo: «Il modello di crescita cinese è ancora in crisi») dove si legge: «La Cina non sta riequilibrando la propria economia orientandola verso i consumi. Questo non significa che non voglia maggiori consumi. Anzi. I leader di Pechino hanno pubblicamente sostenuto la necessità di aumentarli: nel febbraio 2025, ad esempio, il premier cinese Li Qiang ha chiesto di “aumentare i consumi per espandere la domanda interna, smussare il ciclo economico e stimolare la crescita”. Ma i leader cinesi prevedono che l’aumento dei consumi avverrà alla fine della transizione economica cinese, non all’inizio. Piuttosto che ridistribuire la ricchezza affinché le persone possano spendere di più ora, Pechino vuole concentrarsi sulla creazione di nuova ricchezza nella speranza che ciò stimoli maggiori consumi in futuro. Nel lungo termine, questo approccio potrebbe portare a un modello di crescita più equilibrato. Tuttavia, a fronte della debole domanda interna derivante dallo sgonfiamento della bolla immobiliare, la Cina sta incrementando ulteriormente le sue esportazioni nel breve termine. Questo non solo ritarda la svolta cinese verso i consumi, ma promette anche distruzione di ricchezza per altri Paesi che cercano di competere con la Cina o di trovare il loro posto nell’economia globale».
In ogni caso, l’affermarsi dell’«autoritarismo astuto» con caratteristiche cinesi non è una buona notizia per chi autoritario non è. Intanto perché, anche se il sistema cinese, come ricordato sopra, non è privo di punti di debolezza, si deve probabilmente «dare per scontato che la Cina rimarrà una formidabile potenza economica, tecnologica, diplomatica e militare», più ingombrante ancora dell’Unione sovietica che fu. E poi perché «il Pcc condivide le sue tecnologie di controllo con autocrati in tutto il mondo, tra cui Egitto, Etiopia e Iran, e addestra di frequente i funzionari di quei Paesi ai metodi di governo autoritario (...). Il successo dell’autoritarismo astuto cinese offre un modello interessante da emulare per i leader di Paesi come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e il Vietnam». Di tutti i prodotti cinesi da esportazione, questo è senz’altro tra i più dannosi.
Non ci resta che rassegnarci? Secondo Lind, no. Perché le società aperte e i sistemi democratici qualche vantaggio ce l’hanno ancora, anche se a volte sembrano scordarselo. «Gli Stati Uniti non possono semplicemente aspettarsi che la Cina e il suo regime autoritario seguano l’esempio dei sovietici e finiscano nel dimenticatoio. Anzi, smentendo l’arroganza occidentale, i regimi autoritari astuti si sono dimostrati adattabili e competenti. Per affrontare la sfida di una Cina innovativa, gli Stati Uniti devono fare perciò affidamento sui punti di forza che li hanno resi resa una potenza tecnologica: istituzioni educative di livello mondiale (con i talenti stranieri che attraggono), mercati finanziari ben regolamentati e solidi, leadership finanziaria globale, una solida cultura imprenditoriale, una società civile vivace e una posizione unica al centro delle reti di innovazione sia in Europa che in Asia». La Cina ha dimostrato che, attraverso l’adattamento, i regimi autoritari possono innovare con efficacia e competere con le democrazie. La capacità degli Stati Uniti di gestire l’ascesa di un autoritarismo astuto dipenderà, a sua volta, dalla propria capacità di adattamento».