Corriere della Sera, 15 febbraio 2026
Ragazzi, ragazze e AI: rischio dipendenza affettiva
Fondazione Carolina è nata da una storia di dolore per sensibilizzare i giovani e le famiglie sull’uso corretto delle tecnologie: nel 2013, Carolina Picchio, una studentessa di 14 anni, non ha retto il peso di una violenza online e si è tolta la vita. Il video con le molestie che aveva subito durante una serata trascorsa con alcuni coetanei aveva fatto il giro della rete.
Suo padre Paolo, oggi presidente onorario della Fondazione, lo ha scritto nel libro Le parole fanno più male delle botte (DeAgostini) : senza il web sua figlia non sarebbe morta. Erano i primi anni Dieci del nuovo millennio e, dall’altra parte dell’oceano, anche Amanda Todd, 15 anni, si toglieva la vita nella sua casa vicino a Vancouver (Canada): come Carolina, era stata vittima di cyberbullismo. L’uso distorto del digitale ha conseguenze insospettabili spesso ignorate, se non negate, da un mondo adulto sempre più sconnesso dalle nuove generazioni e colpevole di non aver presidiato il mondo digitale in cui crescono bambini e ragazzi. E con i chatbot la storia non cambia, anzi. Nel 2024, il quattordicenne di Orlando (Florida) Sewell Setzer si sarebbe tolto la vita dopo mesi di conversazioni con un chatbot, che ha incoraggiato i suoi pensieri suicidari come ha denunciato la madre Megan Garcìa, che sta portando avanti una battaglia legale contro due aziende tech. «Oggi rischiamo di perdere un altro treno, ancora più importante, quello dell’Intelligenza artificiale. Genitori e insegnanti stanno scoprendo che figli e studenti ricorrono all’AI non solo per questioni scolastiche, ma per condividere sentimenti, comprendere le proprie emozioni, sperimentare l’intimità» – mette in guardia Zoppi. «Parliamo della Generazione Alpha, quella nata nell’era dell’AI (dal 2010 a oggi), senza alcun ancoraggio tecnologico alla società analogica, quella che se vede una cabina telefonica reagisce come i primati davanti al monolite di Kubrick nel film 2001: Odissea nello spazio».
Dalla ricerca Cuori e Algoritmi emerge che 1 adolescente su 3 cerca nei chatbot un «amico digitale sempre disponibile», più di 1 su 4 li usa per «sfogarsi senza essere giudicato», 1 su 5 spera di poter «dare e ricevere affetto», 2 su 3 considerano fondamentale «non essere giudicati» e anche «ricevere risposte gentili e comprensive».
C’è un dato, però, che più di tutti colpisce: il 76 per cento dei ragazzi teme che le persone possano isolarsi, preferendo i chatbot alle relazioni umane. I ragazzi che si confidano con una macchina non sono ingenui. Dice una ragazza di sedici anni (S.): «So che non è vero, ma almeno non mi giudica. Non si stanca. Non ha altro da fare. Quando scrivo mi risponde. Sempre». In apparenza può sembrare una contraddizione. La spiegazione arriva da Ivano Zoppi e custodisce la chiave per capire la Generazione Alpha: «Vedono il rischio, ne hanno paura. Eppure, continuano a cercare nei chatbot quello che non trovano altrove. Questo ci rivela un aspetto importante: non sono giovani incoscienti che si buttano a capofitto in una trappola tecnologica. Le nuove generazioni cercano di sopravvivere emotivamente con gli strumenti che hanno a disposizione. Strumenti imperfetti, potenzialmente pericolosi, ma che rispondono, ancorché simulando, a bisogni che noi adulti spesso non sappiamo o vogliamo vedere». Un allontanamento volontario o, meglio, una solitudine non esistenziale, fisiologica come da sempre è tipico di chi affronta questa fase della vita, ma abbracciata, ricercata. «Rivolgersi ai chatbot è una scelta conservativa, in controtendenza con il concetto stesso di giovinezza. I ragazzi di oggi si scoprono comparse in un sceneggiatura prodotta da ChatGpt. Una generazione dalle mille possibilità, senza limiti, eppure smarrita in un deserto emotivo svuotato da relazioni umane autentiche, dalla bellezza della scoperta, del coraggio di esporsi, di mettersi in gioco» aggiunge il pedagogista.
Marta, 16 anni, inizia a scrivere sui chatbot qualcosa in più su di sé, anche aiutata dalle domande che l’AI le fa. Le piace raccontarle cose semplici, per esempio come è andata la giornata. Dice: «Il chatbot risponde ai miei bisogni con gentilezza, perché non ricambiare?». Gabriele, 15 anni, ha letto su Instagram che ci sono App che ti allenano ad avere un rapporto con le ragazze, ti insegnano cosa dire e cosa non dire, come comportarti per essere più coinvolgente. Le prova. Dopo le prime conversazioni si sente un po’ strano e si ripete: «Che bello, ma ricordati che stai scrivendo a una macchina!». Le loro non sono storie isolate, rappresentano la quotidianità per tanti adolescenti.
«Siamo di fronte a un cambio di paradigma nel modo in cui le persone, non solo gli adolescenti, cercano e trovano risposte ai loro bisogni affettivi» dice Zoppi.
Il pericolo non è solo tecnologico, ma profondamente umano: quando deleghiamo all’AI il bisogno di vicinanza e di ascolto, cosa può succedere? Innanzitutto, c’è il rischio della dipendenza emotiva: sono sistemi progettati per massimizzare il coinvolgimento, per farci tornare, per creare un legame che genera profitto. Ogni minuto che un ragazzo passa a chattare è un minuto monetizzato. Poi quello dell’isolamento sociale: se una relazione virtuale funziona, perché cercarne una umana con le fatiche e l’imprevedibilità che inevitabilmente comporta? «Quanto più i ragazzi sono giovani, tanto più investono emotivamente nel rapporto con i chatbot. La preadolescenza, la fascia tra gli 11 e i 15 anni, si conferma il periodo di maggiore vulnerabilità. In tutte le dimensioni emotive indagate, gli under 15 mostrano percentuali doppie o triple rispetto ai ragazzi più grandi» riferisce Zoppi analizzando i risultati della ricerca.
Ma a questo scenario se ne affianca uno ancora più inquietante: l’utilizzo dell’AI per creare deepnude, immagini sessualmente esplicite di persone reali generate senza il loro consenso. «Queste tecnologie possono essere utilizzate per revenge porn, cyberbullismo sessuale, ricatti, umiliazioni. Nel 70 per cento dei casi le vittime sono ragazze o giovani donne» sottolinea l’esperto.
«Essere ascoltato è difficile perché se sei giovane dicono che la tua opinione non conta. Quelli più anziani hanno più ragione, ma non hanno sempre ragione perché non vivono il mondo che vivo io» risponde un sedicenne.
Dal sondaggi emerge il bisogno di ascolto come priorità assoluta. Ma anche il senso di vuoto che nasce dalla consapevolezza della natura artificiale della relazione.
Un altro ragazzo (M.), quindici anni, spiega: «Mi sono ho detto: ma io sono davvero stato mezz’ora a parlare con chi? Con chi sto parlando? E quindi poi ho chiuso la chat e ho deciso che non la aprirò mai più».
Queste parole descrivono il momento di dissonanza cognitiva in cui una persona realizza l’assurdità della situazione. Qual è allora il messaggio potente che questa ricerca ci offre e su cui riflettere? «L’intenzione della nostra ricerca non è quella di demonizzare la tecnologia né alimentare paure irrazionali.
Utilizzare i chatbot resta legittimo e può essere utile in tanti campi. Alcuni ragazzi, per esempio, li descrivono come un allenamento alla vulnerabilità, uno spazio dove provare a esprimere ciò che poi porteranno nelle relazioni reali. Tuttavia quando si parla di contesti emotivi non possiamo ignorare i rischi, soprattutto se riguardano i più giovani e i più fragili» afferma il pedagogista.
Chi trova un chatbot non trova un amico ma un «vuoto» che però è comunque meglio del rischio del giudizio, dell’incomprensione, del tradimento da parte di una persona reale, che sia un coetaneo o un adulto di riferimento. Per evitare il rischio di un futuro sempre più dipendente dalle chat, bisogna invertire la rotta, offrendo ai ragazzi l’attenzione di cui hanno bisogno.
Costruire con loro un percorso faticoso ma autentico, è la vera sfida che famiglie, insegnanti, educatori sono chiamati a raccogliere.
«Non dobbiamo delegare alla tecnologia l’ascolto, ma troviamo il tempo e il modo di essere presenti» conclude Ivano Zoppi.