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 2026  febbraio 15 Domenica calendario

Garibaldi, l’eroe agricoltore

Un Giuseppe Garibaldi senza piedistallo né cavallo di bronzo come sul Gianicolo a Roma. Non monumento nazionale ma personaggio antiretorico, tra debolezze e coraggio. Un uomo che ama molto le donne e cerca continuamente di esserne riamato, passionale e narcisista. Che trasforma la sua proprietà sull’isola di Caprera in un’azienda agricola d’avanguardia (altro che esilio pensoso e solitario), ama il suo bestiame al punto da cercare una notte d’inverno, da solo e caparbiamente, un agnellino neonato disperso, ritrovandolo a mezzanotte e curandolo. Che pianta, zappando, patate all’alba. O soprannomina gli asinelli selvatici come i suoi nemici (Pio IX, Napoleone III, anche Immacolata Concezione). Patriarca di una sterminata famiglia con figlie che amaramente gli premuoiono. E che si batte per un cervellotico progetto di deviazione del Tevere, su cui si intestardisce tra il gennaio 1875 e il giugno 1876 quando siede in Parlamento. Un piano poi affossato da un eterno classico italiano, ovvero una commissione di ingegneri nominata per esaminare la sua proposta insieme ad altri progetti sul corso di un fiume che continuamente straripa e allaga Roma neocapitale. La storia della nostra nazione insegna che quando si insedia un comitato, qualsiasi programma naufraga nel gorgo del rinvio, degli scontri politici, della burocrazia. Anche se porta la firma di un eroe nazionale.
Il titolo del nuovo libro di Virman Cusenza è L’altro Garibaldi. I «Diari» di Caprera (Mondadori). Intenzione programmatica che sorregge un ritratto volutamente agile: scrittura e ritmo narrativo sono quelli di un giornalista di lungo corso, con la curiosità, l’attenzione per il dettaglio e le fonti (qui ovviamente storiche) tipica di un cronista. L’inizio è un «autoscatto», ovvero un Garibaldi che scrive in prima persona e spiega il senso della scelta di radicarsi a Caprera («Da quando ho comprato questo pezzo di terra, nel dicembre 1855, non c’è stata azione senza Caprera e non c’è stata Caprera senza azione. Le due cose stanno insieme, perché è il mio cervello che le fonde nel suo ritmo»).
Cusenza ci spiega come e perché, seguendo i puntigliosi «Diari agricoli» e l’accurato «Giornale del bestiame», l’uomo della spedizione dei Mille sia perfettamente sovrapponibile al visionario proprietario terriero: «Il piano d’azione quotidiano è simile a quello di un militare che passi in rassegna le truppe ogni mattina per accertarsi che siano pronte a combattere». Sono testi in cui, annota Cusenza, «non c’è prestito o debito che non venga annotato, non c’è fornitura aggiuntiva (dalle fave alle patate) che non compaia in questi libri mastri del condottiero-agricoltore». È il Garibaldi che si appassiona agli innesti, studia le api e intrattiene una preoccupata corrispondenza con la rivista milanese «L’Apicoltore», acquista una innovativa «locomobile» che consente il passaggio dalla trebbiatura manuale a quella meccanica.
Una doppia identità che coincide in un unico Garibaldi e regala una diversa leggibilità a un protagonista della nostra storia spesso poco amato proprio perché sovraccarico di retorica ufficiale. Il libro naturalmente ci riporta sempre alla storia. Per esempio al mancato ingaggio di Abraham Lincoln. O allo scippo della «sua» Nizza, dov’è nato il 4 luglio 1807 quando era sotto l’Impero napoleonico con tutto il Piemonte (di nuovo indipendente dal 1814) e che torna alla Francia col trattato di Torino nel marzo 1860. O alla Regina Vittoria che vede la presenza di Garibaldi a Londra nel 1864 come possibile miccia di un incendio rivoluzionario.
Cusenza si diverte poi a elencare un catalogo, per dirla col Don Giovanni mozartiano, delle avventure sentimentali garibaldine. Su tutte aleggia la figura di Anita, amata e scomparsa troppo presto. Però ecco Marie Espérance von Schartz, prima fiamma e poi amica-complice. Lui corteggia la marchesa Paolina Pepoli Zucchini e anche Teresa Araldi Trecchi. C’è l’incredibile capitolo del matrimonio con Giuseppina Raimondi, abbandonata poche ore dopo le nozze, legame tempestosamente annullato anni dopo. Poi un paio di nobildonne inglesi fino all’approdo con l’ultima moglie, la giovanissima Francesca Armosino che coordinerà a Caprera la schiera dei figli di vari letti.
C’è, come si è detto, la cronaca della sconfitta di Garibaldi sul fronte politico del Tevere. Ma la conclusione riguarda l’ultima battaglia perduta, quella che Garibaldi affidò al suo testamento: l’ordine di essere cremato «con legna di Caprera», dimostra-zione di una mentalità modernissima («racconta la figlia Clelia che suo padre considerava i cimiteri fonte di miasmi»). Ma il meccanismo (l’italica burocrazia e il desiderio di tanti garibaldini di non veder bruciare il loro generale) si inceppa.
Alla fine, conclude Cusenza, «vince il compromesso, verrà inumato nella sua Caprera, la sola terra che non lo ha mai tradito». Le pagine finali sono dedicate al Garibaldi politicamente strattonato dai posteri, tra Pantheon fascista nel Ventennio e Fronte popolare nel 1948. Resta l’indelebile traccia storica di un Garibaldi «strano impasto, poco italiano nell’assenza di calcolo e furbizia, molto italiano nella generosità dell’azione che prescinde da ritorni materiali e onorifici».