Corriere della Sera, 15 febbraio 2026
Intervista a Salvatore Adamo
Salvatore Adamo mi riceve nel suo bell’appartamento alle spalle degli Champs-Elysées pieno di dipinti e trofei. Ha 82 anni. Ha venduto 100 milioni di dischi. Ha composto e cantato le sue canzoni in francese, italiano, spagnolo, tedesco, portoghese, turco. Vero menestrello degli anni Sessanta e Settanta, Adamo canta ancora. Il suo ultimo album, des nèfles et des groseilles..., nespole e ribes, ha 25 titoli originali, fra i quali Migrant, dedicato ai migranti come lui: «Respinti dagli uni, ignorati dagli altri». Ma tutto è iniziato in Sicilia.
Lei nasce a Comiso il 1° novembre 1943. A 4 anni con mamma Concetta segue suo padre Antonio a Jemappes, in Vallonia, dove lui aveva trovato lavoro come minatore. Sono gli anni difficili del Dopoguerra, un minatore italiano poteva venire in Belgio per ogni tonnellata di carbone venduta all’Italia. Come li ricorda?
«A quell’età non mi rendevo conto delle difficoltà, della miseria, della fatica dei miei genitori. Solo dopo ne ho avuto consapevolezza. Ero felice di averli vicini. Ricordo la traversata dello Stretto di Messina, su un traghetto che a me sembrava sterminato. Ricordo papà e mamma che mi tenevano per mano. Avevano ventisette anni lui, uno di meno lei, stavano lasciando il sole e la luce del Sud per la nebbia, il vento e la neve in cambio di una nuova dignità, che a quei tempi la Sicilia non garantiva. Mio padre scavava i pozzi, aveva iniziato a lavorare a 13 anni, ma dopo la guerra lavoro non ce n’era più. Ma per me contavano solo tenerezza e amore».
Dove vivevate?
«Per tre anni siamo vissuti in una città di baracche, senza riscaldamento, insieme a operai e minatori italiani, alcuni polacchi e anche un algerino, Barak, che mi aiutava nei compiti perché parlava francese. Un giorno venne la polizia a prenderlo, perché non aveva ottenuto il permesso di soggiorno. Non ho più saputo nulla di lui. Il villaggio era attaccato alla miniera, dove papà lavorava a 800 metri di profondità. E c’era una campana che suonava troppo spesso, per annunciare un incidente. Quando ne sentivamo i rintocchi, le famiglie si radunavano subito in trepidazione, per sapere quante fossero le vittime e a chi era toccato».
Quanto ha inciso nella sua vita personale e artistica l’infanzia da emigrante?
«La vita di mio padre mi ha messo su dei binari che non si lasciano mai: la solidarietà, la compassione, la dignità del lavoro. E sono cose che ho voluto cantare».
Erano discriminati gli italiani in Belgio?
«C’era chi ci chiamava maccaroni. Io a scuola non mi sono mai sentito discriminato. Ma non c’è dubbio che in Belgio c’erano forti pregiudizi: ci consideravano ladri, approfittatori, gente che rubava il lavoro e le donne degli altri. Poi però è successo Marcinelle...».
Otto agosto 1956, incendio in miniera, 262 morti, 136 erano italiani. La ricorda?
«Certo. Avevo 13 anni. Mio padre aveva lasciato la miniera nel 1952 dopo un incidente, che gli era costato un anno di convalescenza. Era andato a lavorare in una fabbrica di tubi. In verità, disgrazie minerarie c’erano già state: 15 morti in un posto, 10 in un altro. Ma Marcinelle fu spaventosa, fece emergere la totale insicurezza e le condizioni disumane in cui lavoravano i minatori. Paradossalmente ebbe alcune conseguenze positive: c’erano anche decine di operai belgi tra i morti, il dolore ci coinvolse tutti. Penso che da quel momento gli italiani in Belgio vennero considerati con più rispetto e anche con un po’ di ammirazione».
Torniamo a Jemappes, come arrivò alla musica?
«La musica era molto presente in casa, mio padre era fanatico della lirica e della canzone napoletana. Mia madre intonava le nenie siciliane, cantilenanti, a lei e alle sue intonazioni devo la mia maniera di cantare, con un po’ di lamento. Cade la neve, uno dei miei pezzi più conosciuti, è una melodia in minore alla siciliana. Nella nostra baracca vivevano anche altri italiani, mia madre cucinava e faceva il bucato anche per loro. La sera sentivamo tutti la radio italiana sulle onde corte: il Festival di Sanremo, quello della Canzone napoletana. Imparavo tutte le canzoni a memoria. A 13 anni mia madre mi vide di nascosto mentre davanti allo specchio, con una scopa, imitavo Elvis Presley. Non disse nulla. Scrisse a suo padre e un mese dopo uno zio che tornava dalla Sicilia mi portò una chitarra, regalo di mio nonno. Con quella chitarra ho iniziato a strimpellare, ma non ho mai preso lezioni di musica, costavano troppo. Sono autodidatta. Non scrivo e non leggo veramente la musica».
Quindi come funziona?
«La memoria. Incido la melodia che mi viene in testa. Allora lo facevo sul magnetofono Geloso, ora lo faccio sul cellulare. Le canzoni mi cercano, specie di notte. Ancora oggi, registro uno o due pezzi di canzone al giorno. È la parte di adolescenza o gioventù che conservo. Jacques Brel diceva che “occorre molto talento per essere vecchi senza diventare adulti”. È una frase che ho fatto mia».
Quale fu il debutto? È vero che il suo primo premio fu della cioccolata?
«C’era un concorso per voci nuove a Condé-sur-l’Escaut, vicino alla frontiera francese. Andammo in bici, con un amico, costeggiando il canale che legava quella cittadina a Mons, senza dire nulla ai miei. Cantai L’amore è un mazzetto di viole, un pezzo di Luis Mariano, cantante e attore franco spagnolo molto popolare all’epoca. Ho vinto e mi diedero in premio due chili di cioccolata. Quando sono arrivato a casa i miei genitori non mi hanno creduto, pensavano l’avessi rubata. No, urlai, l’ho vinta onestamente cantando».
Il successo arriva nel 1963 con «Sans toi ma ‘mie», Sei qui con me in italiano: «Ascolta i nostri cuori/ ascolta come cantano/ si sono ritrovati/ di tanta gioia piangono». Come andò?
«Devo andare un po’ indietro. Avevo iniziato a partecipare ai concorsi nei paesini della Vallonia. Poi, nel dicembre 1959, senza dirlo a mio padre che non era favorevole, ma spinto dagli amici, andai a Mons per presentarmi a un concorso radiofonico di Radio Lussemburgo. Fui eliminato alla preselezione, ma un giurato che mi aveva sentito sostenne che era un errore. Venni ripescato e arrivai alla finale di Parigi dove ho vinto con voto unanime della giuria. La serata andò in onda alla radio due settimane dopo, il 14 febbraio. Per i miei genitori, che non sapevano e la ascoltarono con me, fu una sorpresa. Sull’onda di quella vittoria incisi quattro 45 giri, ma passarono tutti inosservati. Pensavo di smettere. Fu papà invece a dirmi: ora so come ti guadagnerai da vivere. Prese in mano la mia carriera. Mi aiutò a parlare con le case discografiche. E poi nel 1963 venne il successo di Sei qui con me: sei mesi in testa alle hit parade francese e belga».
Il resto è storia. La consacrazione all’Olympia nel 1965, i primi posti delle classifiche, le tournée all’estero. Cantante più popolare in Francia nel 1966 e 1967 secondo la rivista «Salut les copains», quello che vende più dischi in Francia e Belgio dal 1966 al 1969. In Italia ci vollero però alcuni anni prima che lei sfondasse, perché?
«È vero, ci volle la consacrazione a Parigi. C’era una commissione alla Rai, che valutava i cantanti e decideva chi potesse andare in onda e chi no. Io venni scartato per “voce sgradevole”. Ora, avevo una voce androgina, “rauca e vellutata” ha detto qualcuno, sicuramente particolare. Ma sgradevole proprio non direi. Poi però nel 1966, il successo in Francia e Belgio convinse le case discografiche a far pressione e anche la Rai per fortuna cambiò idea».
Cantavamo a memoria «La Notte»: «Il giorno posso non pensarti/la notte maledico te/E quando infine spunta l’alba/c’è solo vuoto intorno a me/ La notte mi fai impazzire». E poi «Cade la neve», «Amo», «Lei», «Il nostro romanzo», «Insieme», «Perduto amore», che molti anni dopo ispirò un film di Franco Battiato. Nel 1968 vince il Festivalbar con «Affido una lacrima al vento». Ma prima, nel 1965, lei incide «Dolce Paola»: «Paola, dolce Paola, in un mio sogno mi sono permesso/Paola, la mano tremante ho sfiorato il suo viso/gli ho colto un sorriso». Paola era Paola di Liegi, italiana, allora principessa e futura regina del Belgio. Le venne attribuito un flirt con lei.
«Fu un suo collega italiano, non ricordo se di Oggi o Gente, a inventarsi di sana pianta un articolo dal titolo “Adamo fa cantare Dolce Paola a tutto il Belgio”. Ma io non avevo mai incontrato la principessa e soprattutto quando uscì il pezzo non avevo scritto alcuna canzone. Qualche tempo dopo fui invitato a Bruxelles a un evento per i cento anni della Croce Rossa, di cui era presidente il Principe Alberto, marito di Paola. Ci fu un concerto allo Stadio Heysel, dove cantai cinque canzoni alla presenza della famiglia reale, che dopo offrì un ricevimento a Palazzo. Quando andai a stringere loro la mano, fu la principessa Paola a dirmi divertita: “Ho letto che lei ha scritto una canzone su di me”. Risposi che non mi sarei mai permesso senza il suo accordo. Lei rispose: “Se sarà così bella come Sei qui con me, perché no?”. Per me fu come un contratto morale. Così la composi, il titolo me lo aveva dato il giornalista italiano. E fu un altro successo. I media si scatenarono. Vennero scritte cose incredibili, pezzi che descrivevano noi due a passeggio mano nella mano. Tutto inventato. Ma vennero riprese anche da giornali seri, come Die Welt in Germania».
Ammetta che lei era un po’ innamorato della bellissima principessa.
«Era una figura affascinante. Ma sono sempre stato consapevole dei miei limiti. Non ho mai passato un minuto con lei fuori da circostanze ufficiali. Una volta a un pranzo con cinquanta persone al Casino di Knokke, ero seduto accanto a lei. Mi sono reso conto della sua voglia di fantasia, usava un linguaggio molto giovanile e un po’ irriverente, poi quando si accorgeva che qualcun altro l’ascoltava, tornava a un eloquio più formale. Nel 2020, era già regina, avevamo organizzato per maggio una cena a casa mia insieme a Re Alberto e al Presidente del Senato. Ma l’abbiamo dovuta annullare per il Covid».
Negli anni della protesta giovanile lei s’impone con uno stile melodico e sentimentale, mentre infuriano il beat e le canzoni di protesta. Era in controtendenza, stava lontano dalla realtà?
«È vero solo in parte. Quella di menestrello era la parte preferita dal pubblico. Ma nei miei album c’erano sempre due o tre pezzi se non impegnati sicuramente “concerné”, preoccupati. Ho scritto almeno 100 canzoni di questo genere. E poi nel 1967 avevo inciso Inch’Allah».
Un grande successo, ma fu proibita nei Paesi arabi perché considerata una canzone filoisraeliana.
«Invece era un testo che denunciava l’assurdità di tutti i conflitti e richiamava alla pace universale. L’ho scritto nell’ottobre del 1976, mesi prima che scoppiasse la Guerra dei Sei giorni. Dovetti annullare i concerti in Marocco, Tunisia, Libano. È vero però che dal 1983 ho cambiato il testo, per esempio la frase “In Israele ci sono bambini che tremano” ora è “In Palestina e Israele ci sono bambini che tremano”».
Il nostro Dino Buzzati voleva farle musicare il suo «Poema a fumetti»: «Magari potessi offrirle le parole per una bella invenzione», le scrisse confessandole di aver «ascoltato decine di volte un disco suo (grande) con grande piacere, e commozione. Per la musica, la voce, l’umanità».
«Un grande rimpianto. Lo incontrai a Milano, eravamo d’accordo, bastava solo la musica. I testi erano perfetti. Purtroppo, è morto poco dopo».
Françoise Sagan raccontava che in auto ascoltava Schuman, Schubert e Adamo. Leopold Senghor, poeta e presidente del Senegal, quando la incontrò si disse «felice di parlare da poeta a poeta». L’hanno citata nei loro romanzi Skarmeta e Murakami. Nanni Moretti ha inserito la canzone «Lei» nella scena finale di «Ecce Bombo» e l’ha cantata ne «Il Caimano». Jacques Brel e George Brassens erano suoi estimatori. Perché intellettuali e artisti sono stati così attratti da lei?
«Penso di aver sempre conservato un po’ di candore. Sono un ingenuo lucido e forse questi giganti lo hanno captato».
Da figlio di emigranti cosa pensa e prova di fronte al fenomeno odierno delle migrazioni?
«Ho scritto una canzone che si chiama Migrant, è nell’ultimo disco. Quando la canto sul palco, lo faccio a malincuore, trovo imbarazzante essere applaudito parlando di una cosa così drammatica. Penso che un po’ tutti in Europa abbiamo perso empatia e comprensione. Non capisco come figli e discendenti di migranti votino per partiti politici che vogliono cacciarli via. La linea dura dell’esclusione non mi piace».
Ha paura della morte?
«Ci penso. So che sono più vicino alla fine che all’inizio. Pensavo di frenare un po’ il lavoro, ma scrivere canzoni e cantarle non è come lavorare. Sul palco mi sento vivo. So che forse un giorno o l’altro diventerà penoso ascoltarmi. Conto sulla mia famiglia, per dirmelo con sincerità. Ma per il momento, andiamo avanti. Il 22 marzo sono all’Olympia, viene a sentirmi?».
Ci può contare.