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 2026  febbraio 15 Domenica calendario

Da Clinton a Jack Lang. Se lo scandalo travolge il mondo progressista

Dei cinquecento e passa interlocutori principali di quel milione e 400 mila mail inviate e ricevute da Jeffrey Epstein nell’arco degli anni, quali nomi alimentano maggiormente la nostra curiosità? In quella tela fitta di relazioni in cui, secondo la dettagliata conta dell’Economist,il 20% erano finanzieri, il 10% scienziati e medici, l’8% gente dei media e dello spettacolo e il 6% appartenenti a ciascuna delle seguenti categorie – avvocati, politici, accademici, uomini d’affari —, si potrebbe delineare una sorta di divisione politica nel gruppo degli «amici» del grande tentatore? Erano più i liberal o i conservatori, i repubblicani o i democratici? Destra o sinistra in Europa?
Poiché «il potere è la retorica più persuasiva» (Friedrich Schiller) e «la forza sempre attrae gli uomini di dubbia moralità» (Albert Einstein), tenuto conto che «quando si tratta di denaro, siamo tutti della stessa religione» (Voltaire), si dovrebbe concludere che nella tela bipartisan di Epstein hanno zampettato in tanti e di tutti i colori, non si sa bene se nella parte dei ragni o delle mosche. Ma essendo che «l’alleanza con un potente non è mai sicura» (Fedro), la tessitura di rapporti per quanto estesa alla fine (molto alla fine) non ha evitato a Epstein il carcere, e ora non evita l’imbarazzo o la vergogna dei tanti amici e frequentatori di isole private e salotti, se non (addirittura!) un’inchiesta giudiziaria come accade in queste ore (con l’accusa di corruzione aggravata) all’ex premier norvegese Thorbjørn Jagland, ex presidente del Comitato per il Nobel, un laburista scandinavo sulla cui integrità avresti scommesso un pozzo petrolifero nel Mare del Nord. Cosa direbbero oggi di lui il papà Helge, professione saldatore, e la mamma cuoca Ingrid? E cosa possono pensare gli ammiratori del linguista guru della sinistra Noam Chomsky, a cui Epstein nell’agosto 2015 consigliava «di volare in Grecia solo se ti senti bene», scherzando sul fatto che già gli era toccato «mandare un aereo a prendere un altro lefty friend per farlo vedere di corsa da un medico a New York»?
Nei panni di consigliere (anche) di questioni sessuali spesso miserrime, Epstein fu molto richiesto dall’economista Larry Summers, ex ministro del Tesoro sotto Bill Clinton, il quale in quei tre milioni di file viene indicato come «amico» di Jeffrey. Certo, l’ombra di Monica Lewinsky rende meno sorprendente il legame con l’ex presidente, così come i racconti e le accuse di tante donne rendono plausibile il legame con il presidente attuale. Fa più impressione la corrispondenza con l’ex consigliera di Obama Kathryn Ruemmler, che in una mail parla di Trump che appare «così rozzo» e si sente rispondere che «dal vivo è molto peggio». Kathryn che chiede a Epstein se in una certa situazione intenda fare uso delle sue «ragazze russe».
Già, «le ragazze»: visto che ci sono i nomi e i volti di mille vittime di abusi sessuali nei faldoni degli Epstein files, forse sarebbe il caso che cominciassero a ottenere giustizia, mentre i media di tutto il mondo dipanano l’immensa tela dei ragni e delle mosche da una parte all’altra dell’Atlantico. Ecco cadere in parallelo il lord laburista britannico Peter Mandelson, antico consigliori di Tony Blair, e il principe della Cultura francese Jack Lang, antico protetto del presidente François Mitterrand: uno 72 e l’altro 86 anni, entrambi costretti a una pubblica ritirata dalle scene per via dell’amicizia con il finanziere pedofilo rimasta impigliata nella rete di mail. Due politici simbolo di una vecchia «nuova sinistra» di governo, Lang nella Parigi degli anni Ottanta del secolo scorso e Mandelson nel New Labour a cavallo del millennio.
Il fatto che anche loro, come la maggioranza delle persone coinvolte (senza essere penalmente accusate) nello scandalo Epstein, siano due epigoni, tutto sommato due «parrucconi» come il settantenne Bill Gates anche lui attivo nella rete del ragno-finanziere, pone forse una questione legata, se non ai tempi della giustizia, di certo a quelli della denuncia. Un po’ come il caso Harvey Weinstein, il produttore di Hollywood accusato di violenza da decine di donne e tardivamente condannato nel 2023 a 16 anni di carcere. Come il #MeToo, anche gli Epstein files esplodono in differita, a distanza di molto tempo dai fatti a cui si riferiscono. E fanno nascere il sospetto che, nel frattempo, altre tele più o meno sconosciute siano aperte adesso da qualche parte. Tele che attirano o spingono, per dirla con Einstein che di forze se ne intendeva, gente «di bassa moralità» verso il gorgo della violenza. Epstein ha degli eredi? Ne parleremo forse nel 2040?