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 2026  febbraio 15 Domenica calendario

La legge, il travaglio cattolico, la linea della Cei, lo stallo dei partiti

Q uindi, qual è il punto di equilibrio o di rottura dei cattolici e della Chiesa italiana sul fine vita? Ancora una volta, dopo tante apparenti avanzate e repentine ritirate, un progetto di legge «in materia di morte medicalmente assistita» si affaccia in Parlamento: è il ddl 104, in agenda al Senato il 17 febbraio. Relatori Ignazio Zullo di FdI e Pierantonio Zanettin di Forza Italia.
La polvere già si alza, si muovono le truppe. La posizione ufficiale della Cei si è via via affinata. Tanto per cominciare i vescovi chiedono che il Parlamento non resti inerte. Qualcuno ha interpretato come una virata il senso delle ultime parole del cardinale Matteo Zuppi, nella prolusione al Consiglio permanente dei vescovi: «Norme che legittimano suicidio assistito ed eutanasia legittimano i più fragili a togliere il disturbo». La virata, però, non c’è. Affermazioni e contesti diversi si integrano. Sul punto Zuppi (e la linea è nuovamente accreditata da verifiche all’interno della Cei) è stato cristallino: «La politica – ha detto al Corriere lo scorso dicembre – agisca, seguendo il modello delle sentenze della Consulta». Questo è. Traduzione: il diritto alla vita sopra ogni cosa, le cure palliative da rendere un fatto reale ovunque in Italia, e l’esclusione della punibilità per il medico che aiuta il suicidio assistito, ma solo in alcuni casi di malati terminali tassativamente previsti. Nessuna deriva verso la morte di Stato. Ma la comprensione di un fenomeno nella sua complessità, senza per questo accettare in alcun modo che venga codificato un diritto al suicidio.
È appunto pietra angolare della Corte costituzionale, che, esaltando la difesa della vita ad ogni passo dei propri pronunciamenti, ha però scolpito le ipotesi di sofferenza estrema in cui non costituisce reato aiutare chi se ne vuole andare. Un indirizzo (che ha già forza di legge) rivendicato da Augusto Barbera, presidente della Consulta al tempo dei principali interventi in materie di fine vita. «Sono cattolico praticante – ricorda il professore – come molti dei componenti di quella Corte che approvò le sentenze».
Nel momento in cui il dibattito riaffiora dalla morta gora, la Chiesa italiana non sembrerebbe voler concedere alibi a un legislatore refrattario. In realtà una certa spinta al Parlamento a intervenire può persino essere dettata «dalla necessità di arginare altre e più permissive incursioni della Consulta». Sono assestati su questa linea diversi gruppi cattolici. Così riflette, ad esempio l’avvocato Domenico Menorello, presidente del network di associazioni cattoliche «Ditelo sui tetti».
La Cei, incardinata su un’ovvia difesa del diritto alla vita e non alla morte, si ritrova al centro di opposte spinte. Si fanno sentire, con una certo eco anche in Parlamento, i movimenti Pro Vita e i gruppi di cattolici più conservatori, i quali sollevano muri: no a qualunque legge.
In un panorama assai frastagliato c’è persino un gruppo di malati, rappresentati dagli avvocati Mario Esposito e Carmelo Leotta, che ha chiesto di costituirsi davanti alla Consulta per evitare che si allarghino ulteriormente le maglie del suicidio assistito, con il proposito di non essere esposti alla tentazione di avvalersene, in un momento di particolare debolezza. Così come i due legali hanno scritto intervenendo sul quotidiano dei vescovi, il quale è assai attento a restituire «laicamente» tutte le sfumature dei cattolici sul fine vita.
Ma è la società nel suo complesso che si è assestata su una posizione di favore a una legge sul fine vita. Uno spirito del tempo in cui si riconosce la maggioranza di coloro che si dichiarano cattolici. In un sondaggio di Ipsos sulla popolazione over 65 (con un 42 per cento di praticanti, inteso come persone che vanno a messa o tutti i giorni o almeno più volte al mese) presentato un anno fa in Vaticano e commissionato dalla Fondazione Età grande di monsignor Vincenzo Paglia, il 59 per cento degli intervistati si è detto d’accordo con la pratica dell’eutanasia, il 53 con il suicidio assistito e il 70 con il testamento biologico, ossia la possibilità per ogni persona di esprimere le proprie volontà in tema di trattamenti sanitari (accettarli o rifiutarli), a fronte di una possibile futura incapacità di autodeterminarsi. È la legge nata dopo il caso di Eluana Englaro.
Esistono poi anche altri modi di stare in campo: gruppi di cattolici impegnati in difesa della vita, ma senza farsi impigliare in arene ideologiche. A Calcio, nella Bassa Bergamasca, si ritrova un popolo di malati, molti dei quali piegati da diagnosi complicate da sopportare. A volte intollerabili. Sono lì con i parenti, con gli amici. Chi può offre al microfono una testimonianza, sciogliendo ognuno il proprio grumo di dolore. Talvolta sul filo del sorriso, in un gospel collettivo che pare voler sfidare la malattia. Si chiamano Quadratini, così come appaiono le loro immagini intagliate in video, tutte insieme sullo schermo, quando i loro raduni avvengono online: tanti piccoli quadrati.
Un gregge di malati dietro a un prete, don Eugenio Nembrini, che accoglie tutti «anche quelli che dicono di volerlo, il suicidio assistito». Nati ai tempi del Covid, i suoi Quadratini hanno via via ingrossato le file, superando quota 2.500: 307 di loro, fino ad oggi, si sono spenti. E non sono mancati i suicidi. La linea di Nembrini è questa: noi crediamo nella vita, chi vuole venga, comunque la pensi. Vale l’esempio, insomma.

E i cattolici in politica, quelli che poi devono decidere, tenendo le leve della maggioranza?
Lo scorso gennaio, alla conferenza stampa di inizio anno, la premier Giorgia Meloni, che della propria fede ha fatto un tratto distintivo («Sono Giorgia, sono madre, sono cristiana») e che notoriamente teme la prevaricazione del «pensiero unico», ha affermato: «Il compito dello Stato non sia favorire il suicidio assistito. Il governo si rimette al Parlamento e alle sue decisioni». Un percorso al quale presterà sicuramente cura un altro cattolico di prima fila nel governo Meloni, il sottosegretario Alfredo Mantovano. In un recente vertice di maggioranza è stato Maurizio Lupi, leader di Noi moderati e politico di storica militanza ciellina, a schierarsi tra coloro che spingono per l’approvazione di una legge «evitando scontri ideologici». Che pure sono già scritti nelle stelle: il centrodestra vorrebbe infatti escludere il servizio sanitario nazionale da qualunque coinvolgimento nell’erogazione del suicidio assistito. È qui che si giocherà la vera battaglia. E, probabilmente, anche futuri ricorsi. Senza contare che qualcuno potrebbe anche fare calcoli sui costi elettorali, per quanto minimi. La sensibilità sul tema aumenta qua e là nel centrodestra. A lungo, nella Lega, da presidente del Veneto, si è battuto, anche ricordando il suo essere cattolico, l’ex governatore Luca Zaia. Ma ha perso.
Nessuno pretenderà che il Parlamento risponda alla domanda che tormenta Servillo-presidente della Repubblica nella Grazia di Sorrentino: «Di chi sono i nostri giorni?». Basterebbe una buona legge.