Corriere della Sera, 15 febbraio 2026
Resta lo scetticismo sull’alleanza fragile. E Hillary Clinton posa con i droni di Kiev
A metà pomeriggio, Hillary Clinton compare nella «Casa dell’Ucraina», uno spazio ospitato nell’edificio a fianco del Bayerische Hof Hotel. Si guarda intorno, si fa fotografare accanto ai droni portati da Kiev. Riusciamo a scambiare qualche parola. La guerra in Ucraina è il vero banco di prova per la tenuta del legame transatlantico? «L’America ha fatto molto per l’Ucraina», dice Clinton con un gesto che rimanda al passato, evidentemente agli anni di Joe Biden, «certo, potrebbe fare di più, ma ora è molto importante che gli europei abbiano cambiato passo». Come dire: se gli europei vogliono contare di più, devono fare di più. Questo può cambiare i pesi nell’alleanza con gli Stati Uniti, senza metterla in discussione. Ma tra gli europei non c’è affatto questa sicurezza. L’intervento di Marco Rubio è come scivolato su una patina, sempre più spessa, di inquietudine, di scetticismo. «E gli europei hanno ragione, visto che gli Stati Uniti non stanno facendo più niente per l’Ucraina; tra gli europei cresce la consapevolezza che dovranno agire da soli», commenta il politologo americano Ian Bremmer che incrociamo in un corridoio. Non sarà facile. E nonostante gli annunci, le promesse dei leader, da Merz a Macron, passando per von der Leyen, gli umori sono piuttosto mogi. Soprattutto tra gli ucraini. Da Kiev sono arrivati qui una decina di soldati professionisti e alcuni modelli di droni. Li hanno disposti su piccole colonne e da lontano sembrano sculture vagamente futuriste. C’è il «P1-Sun», micidiale «intercettore». A fianco, ecco il «Vampire», accompagnato da una scheda tecnica super complicata, tranne che per una riga: «ha distrutto asset nemici per un valore di decine di miliardi di dollari». Hillary Clinton si mette in posa accanto al «Vampire», ma quando va via, uno degli organizzatori ci confida: ha mostrato sincero interesse, peccato che non sia al governo. L’Ucraina cerca soci per aumentare la produzione di droni. La Germania è disponibile. La Danimarca anche. Gli Usa si sono defilati. La distanza da Washington è palpabile e si concretizza nelle conversazioni tra i partecipanti. La prova più clamorosa: chi avrebbe mai immaginato una discussione sul nucleare europeo? Invece, ora, è un tema. Il premier britannico Keir Starmer lo ha annunciato in mattinata: pronti a mettere a disposizione dei partner il nostro arsenale nucleare. D’accordo c’è il Segretario della Nato, Mark Rutte, che insiste: possiamo rafforzare quanto vogliamo il pilastro nucleare europeo, ma non si può fare a meno di quello americano. Eppure, se ne parla, eccome. L’altro giorno, prima del discorso di Rubio, il parlamentare britannico Mike Martin, liberaldemocratico, si poneva già il problema di chi fosse più adatto a coordinare le forze armate europee: «Dovrebbe toccare al Regno Unito o alla Francia e non solo perché sono gli unici due Paesi ad avere l’atomica. Londra e Parigi hanno una lunga esperienza organizzativa e di comando. Due elementi fondamentali che mancano alla Germania».
La Bomba europea, cioè la prospettiva nel medio-lungo termine, si mescola con le urgenze di oggi. Si torna allora all’Ucraina. La Victor Pinchuk Foundation ieri ha allestito il tradizionale «Ukrainian lunch». Quindici tavoli tondi con nove commensali. Insalatina mista e, a seguire, rollè di pollo con patate. Per i giornalisti, confinati ai margini, panini al formaggio e pasta al sugo. Ma il piatto forte era la squadra dei cinque capi di Stato e di governo, allineati su un palchetto: Petr Pavel, presidente della Repubblica Ceca; Edgars Rinkevics, presidente della Lettonia; Dick Schoof, premier olandese; Mette Frederiksen, premier danese; Andrej Plenkovic, primo ministro croato. Non sappiamo se i padroni di casa si aspettassero una frustata di energia. Quello che abbiamo sentito, invece, è stata una corale e sconsolata previsione: la guerra non finirà nel 2026, perché «Putin non vuole la pace». Sì, ma Trump? Imbarazzo generale. Mette Frederiksen ha risposto con una smorfia. Nel pomeriggio si è capito perché: «Sulla Groenlandia non è ancora finita con Trump», ha dichiarato la premier danese.