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 2026  febbraio 15 Domenica calendario

Rubio, segnale all’Europa: «Siamo legati, ma si svolti»

La standing ovation che chiude il discorso di Marco Rubio a Monaco, alle 9.30 del mattino, è più di un sospiro di sollievo: è il gesto liberatorio di una sala che riconosce un vecchio linguaggio, sollevata per aver evitato il peggio, o uno schiaffo. Marco Rubio è venuto a dire «agli amici europei» che «il passato è finito, il futuro inevitabile, e il nostro destino insieme ci aspetta».
Ma non c’è illusione. Per la stragrande maggioranza del pubblico di Monaco la frattura è consumata. Il segretario di Stato americano, il «ricucitore di Trump», è venuto a riparare i danni prodotti un anno fa da JD Vance. Dice che l’America sarà sempre «figlia dell’Europa». Non ha rinnegato nulla delle politiche trumpiane – salvo la retorica. Però ha proposto una via comune per andare avanti, e tanto basta.
Rubio dice che l’Occidente si è nutrito di un’illusione dopo la caduta del Muro di Berlino: quella della «fine della storia». Nulla di più folle o in contrasto con la natura umana. È da qui che nascono, secondo lui, le scelte sbagliate negli ultimi trent’anni: «Abbiamo aperto i nostri confini a un’ondata incontrollata di migrazione di massa che minaccia la nostra società e la nostra cultura». L’Occidente ha scelto di deindustrializzare, ha seguito una «setta climatica», mentre altri si armavano e usavano le catene di valore come mezzi d’estorsione. «Abbiamo commesso questi errori insieme». Ora gli Stati Uniti con Trump vogliono correggerli. Se necessario da soli: «Ma la nostra preferenza è farlo con voi». Il motivo di tante critiche all’Europa, dice, è che «siamo profondamente preoccupati e ci sta a cuore».
«Siamo parte di una civiltà, quella occidentale – argomenta – Siamo legati gli uni agli altri dai legami più forti, da una storia comune, dalla religione, dalla lingua, dagli antenati e dai sacrifici che hanno compiuto». Elenca gli eroi del suo pantheon, e metà sembrano essere italiani: Dante, Michelangelo, Da Vinci accanto a Shakespeare, i Beatles e i Rolling Stones; la Cappella Sistina accanto al Duomo di Cologna (nessun francese). E Cristoforo Colombo, l’esploratore che ha dato il via alla «colonizzazione». Ricorda i suoi avi, partiti dal Piemonte e dalla penisola iberica, nella più classica success story americana. Chiede all’Europa di essere «orgogliosa» di questa storia, di abbandonare «il senso di colpa». È la versione repubblicana classica della condanna del woke, ma senza accenti estremisti. Rievoca piuttosto gli spiriti di Reagan e Bush, quando fa un paragone con il 1945: anche allora l’Europa sembrava finita, mentre avanzavano «la falce e martello» e l’anticolonialismo. Ma l’Europa allora decise che il «declino non è una scelta», dando vita a una rinascita. Ed è questo che Rubio invita a fare ora. Non si tratta, dice, solo di investire in armi: «Quanto spendiamo per la difesa, come utilizziamo queste risorse – sono domande importanti, ma non decisive. La domanda a cui dobbiamo rispondere è: che cosa stiamo esattamente difendendo?». Per Rubio, la civiltà. Con toni apocalittici, il mondo Maga direbbe lo stesso.
A freddo, la battuta più frequente nei corridoi è stata che Rubio e Vance sono il poliziotto buono e quello cattivo. Che Rubio ha portato «vernice fresca» per coprire la crepa nel muro; che la «performance è molto migliore», ma Rubio deplora la fine dell’«imperialismo occidentale» (Gideon Rachman); che chiede agli europei il «vassallaggio felice» (Gilles Gressani). Altri sono più clementi. Si nota che Trump è stato citato 4 volte, che Rubio punta alla Casa Bianca, ponendosi come pontiere tra i vecchi repubblicani e la nuova destra: e sarebbe meglio di The Donald. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen nel suo intervento ha ribadito l’alleanza con gli Usa, ma ha sottolineato la necessità di una «indipendenza» europea». Il premier britannico Keir Starmer ha paragonato l’Europa a «un gigante addormentato» a cui serve «una maggiore autonomia» di difesa, «che non preannunci il ritiro degli Stati Uniti ma risponda alla richiesta di una maggiore condivisione degli oneri e ricrei i legami che ci hanno servito così bene». In altre sessioni si è notato come Rubio non abbia parlato di Ucraina, né di democrazia. Il ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski ha ricordato che gli Usa non danno più un dollaro per la difesa di Kiev e che quindi non siano più titolati ad avere la leadership nei negoziati di pace