il Fatto Quotidiano, 14 febbraio 2026
Intervista a Gabriella Cortese
La vita di Gabriella Cortese è un romanzo di formazione. Torinese di nascita, parigina d’adozione, cittadina del mondo per vocazione. La sua storia non è solo quella di un marchio, Antik Batik, che dal 1992 ha definito l’estetica boho-chic unendo l’Oriente alla Rive Gauche. Fuggita a Parigi appena maggiorenne per diventare ballerina, di giorno studiava alla Sorbona e di notte si esibiva al Crazy Horse prima di mollare tutto e ritrovarsi a insegnare l’uncinetto alle donne di Bali e il rispetto dei diritti umani nelle caste indiane. Stilista ‘per caso’ e imprenditrice sociale vent’anni prima che diventasse una strategia di marketing, ha costruito un impero basato sull’empatia e sulle mani degli artigiani.
Oggi ci accoglie nella sua casa di Pigalle che fu un tempo l’atelier dei grandi pittori Toulouse-Lautrec e Giovanni Boldini, nonché il set del film I 400 colpi di François Truffaut.
Gabriella, partiamo da Torino. Una città sabauda, rigorosa. Le stava stretta?
Decisamente. Era una città conservatrice, borghese, dove il blu era l’unico colore concesso per la primavera e guai a togliere i collant.
E la sua famiglia?
Era austera, ma grazie a mia nonna ungherese in casa entrava un guizzo di Mitteleuropa.
È vero che persino indossare i jeans era un atto rivoluzionario?
È stata una lotta. Mio fratello li ha avuti prima. Io ho dovuto battagliare davvero. Ci sono riuscita solo perché i miei cugini dall’Ungheria ci chiedevano di portarglieli perché da loro erano proibiti. Lì ho capito che l’abbigliamento era un codice di libertà.
Poi, a 18 anni, la fuga. Destinazione Parigi.
Mio padre mi disse: ‘Solo chi sta male a casa se ne va’. Io usai la scusa di uno stage di danza nel sud della Francia e non tornai più. Arrivai a Parigi alla fine dell’84. Ero sola, incosciente e con quella sensazione di onnipotenza che si ha solo a vent’anni. Volevo mangiarmi il mondo.
E finì al Crazy Horse.
Finiti i soldi per la Sorbona, feci l’audizione con il patron Alain Bernardin. Mi prese. Mi misero una mutanda striminzita, la coreografa mi tirò fuori il sedere e mi disse: ‘Vai in scena, ti chiamerai Drama Tanagra’. Passai dalla danza classica al cabaret. Mio padre non mi parlò per più di un anno, a Torino ero lo scandalo. Ma mia madre venne a vedermi.
Cosa le ha lasciato quell’esperienza?
Ho imparato lì a vestire i corpi con la luce e ad amare la ritualità della preparazione. Ma la vita notturna ti risucchia, non vedi mai la luce del giorno. Per rimettere i piedi per terra ho iniziato a viaggiare. E ho scoperto l’Oriente.
Così a Bali nasce Antik Batik.
A Bali ho scoperto il batik, la tintura con lamine di rame. Io facevo i disegni, loro creavano gli stampi. Ma loro non conoscevano l’uncinetto: gliel’ho insegnato io. Facevamo parei in viscosa, che a Parigi le mie amiche giornaliste e attrici usavano come sciarpe d’inverno. In Italia mi prendevano per pazza, i francesi invece capirono subito la rivoluzione del colore.
Che cosa le dicevano all’inizio?
Mi dicevano: ‘Lo posso fare anch’io’. Oppure: ‘È fatto in India quindi non ha valore’. Io rispondevo: ‘Non vi rendete conto. Sono ricami che hanno una tradizione secolare’.
Lei è stata un’imprenditrice sociale ante-litteram in India. Come ci è riuscita?
Non l’ho mai fatto per marketing, ma per etica. In India, trent’anni fa, le caste erano gabbie rigide. Io valorizzavo il talento: se un intoccabile aveva l’occhio per il colore, diventava il capo. Ho comprato Vespe per farli spostare, condizionatori per i taxi, ho pagato le scuole ai figli. Oggi lavoro con i nipoti di quegli artigiani.
Essere una donna sola è stato un ostacolo?
Andavo a Multan, al confine con l’Afghanistan: appena entravo gli uomini si alzavano perché non potevano starmi vicino, dovevo tenere gli occhiali da sole per non guardarli negli occhi. Ma la barriera si annientava quando creavamo.
Oggi tutti i brand di lusso corrono in India. Lei che quel mondo lo conosce dal profondo, cosa ne pensa?
Che spesso sbagliano approccio. Gli indiani ricchi non comprano il lusso occidentale in India, vanno a Londra o New York. E hanno una cultura del gioiello e del tessuto millenaria: se vedono certe produzioni occidentali ridono. Per entrare in quel mercato devi capire le dinamiche familiari, i maragià, i codici non scritti. È un sistema complesso, non basta aprire un negozio in un mall.
Forse per questo Macron l’ha voluta con sé in India.
Quando mi hanno chiamata dall’Eliseo pensavo a uno scherzo! Invece era davvero la segreteria del presidente. Mi voleva nella delegazione ufficiale per il suo viaggio di Stato in India. Brigitte conosceva le mie creazioni, ma è stata la mia conoscenza profonda del tessuto sociale indiano a convincerli.
Com’è stato viaggiare sull’aereo presidenziale?
Surreale. Eravamo un gruppo ristretto: grandi industriali e pochi esponenti della cultura. Ognuno aveva un dossier personalizzato con il percorso. Lì ho capito che la moda non è solo vestiti, ma diplomazia culturale. Ero l’unica in grado di spiegare al presidente non solo l’economia, ma l’anima di quel Paese, le sue contraddizioni e la sua società ancora feudale.
Oggi gestisce la creatività e la produzione di un marchio globale in modo totalmente artigianale. Come concilia i tempi della moda?
Diamo dai 4 ai 5 mesi per la fabbricazione. Disegniamo a Parigi, ma poi arrivi sul posto, fai le prove e spesso cambia tutto. Certo, è faticoso, parlo con tutti gli atelier per spiegare ogni dettaglio. Ma la relazione umana è essenziale: anche il manager più titolato fallisce se manca di empatia.