La Stampa, 14 febbraio 2026
Italia senza legge sul fine vita
Procedure e tempi certi per un aiuto alla morte volontaria. Lo chiedono sempre più malati. Si dicono favorevoli sette italiani su dieci, ma una legge nazionale ancora non c’è.
Ci stanno provando alcune Regioni, al momento poche, a definire le modalità da adottare per la concessione, e soprattutto l’attuazione, del suicidio medicalmente assistito. L’ultimo caso è datato 17 settembre 2025: la Sardegna è diventata la seconda regione italiana, dopo la Toscana, ad aver approvato una legge specifica. Lo ha fatto non senza difficoltà per l’opposizione dei rappresentanti del centro destra (il governatore è Eugenio Giani, esponente del Pd al suo secondo mandato). Il testo della legge, sostenuta dall’Associazione Luca Coscioni, vuole garantire l’assistenza sanitaria regionale a chi, affetto da patologia irreversibile e dipendente da trattamenti vitali, sceglie il suicidio assistito. Una procedura che prevede la verifica delle condizioni da parte di una commissione multidisciplinare e del comitato etico. Norme che, peraltro, fanno esplicito riferimento alla sentenza della Corte costituzionale del 2019: il suicidio assistito non è punibile quando sussistono specifiche circostanze. Quali? Il malato deve dimostrare di essere capace di intendere e di volere, la sua patologia deve essere irreversibile, con sofferenze intollerabili e tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale. La risposta del governo non si è fatta attendere: a novembre il Consiglio dei ministri ha annunciato di voler impugnare la legge. Il nodo è la violazione dell’articolo 117 della Costituzione in materia di ordinamento civile e penale, che riguarda anche i Lep, livelli essenziali di prestazione. Tradotto: le norme sul fine vita esulano dalle competenze regionali.
Intanto, a fine 2025, la Corte costituzionale aveva respinto – in parte – il ricorso del governo contro la legge sul fine vita approvato dalla Toscana. I giudici hanno salvato l’impianto generale della legge. In sintesi, proprio per l’assenza di una legge statale, le regioni possono definire le procedure per il fine vita. E il servizio sanitario nazionale deve farse carico di spese e procedure.
Il 17 maggio dello scorso anno il primo caso di suicidio assistito porta il nome dello scrittore Daniele Pieroni. Senese, 63 anni, da quasi vent’anni era affetto da una grave forma di Parkinson. Non aveva più lo stomaco, lo alimentava una macchina. Ad oggi sono 17 le persone che hanno chiesto e ottenuto il via libera per l’accesso al suicidio medicalmente assistito (quattro di loro hanno scelto successivamente di non procedere). L’ultimo caso è storia di questi giorni a Torino. Il primo risale al giugno 2022: Federico Carboni, 44 anni di Senigallia, rimasto tetraplegico dopo un incidente stradale.
In assenza di una legge nazionale che regolamenti l’accesso al suicidio assistito, la scelta è normata dalla sentenza della Corte costituzionale: appunto la numero 242 del 2019 sul caso Cappato-Antoniani (dj Fabo). Lo scorso anno le richieste di informazioni sui diritti del fine vita raccolte dall’associazione Luca Coscioni sono state oltre sedicimila. Il 14% in più rispetto allo scorso anno. Ma il tema non è interesse esclusivo dei malati. Lo dimostra lo studio firmato a dicembre da Emanuela Turillazzi e Naomi Iacoponi dell’Università di Pisa e pubblicato sulla rivista Frontiers in Psychiatry. Dal 2019 le richieste formali registrate in Italia erano già 51. Confrontando i dati Censis, la fotografia del Paese è piuttosto chiara: il 74% degli italiani si dichiara favorevole all’eutanasia o al suicidio assistito, con percentuali ancora più alte se il sondaggio si concentra sui giovani e sui laureati. Così il vuoto legislativo risulta ancora più evidente e, per certi versi, incomprensibile. La posizione del governo è del resto piuttosto chiara e punta più sulle cure palliative piuttosto che a un processo di legalizzazione del suicidio medicalmente assistito. Concetto ribadito dalla stessa premier a gennaio, durante la consueta conferenza stampa di fine anno. «Compito dello Stato non è favorire il suicidio assistito. Dobbiamo cercare di ridurre al minimo solitudine e difficoltà», ha detto Giorgia Meloni.
Così resta il limbo burocratico. E il ddl approvato in Senato inquadra sì il suicidio assistito, ma lo fa in modo restrittivo. Escludendo ad esempio dai «trattamenti di sostegno vitale» le persone dipendenti da farmaci salvavita. Introducendo la figura di un comitato etico nazionale per valutare le richieste. La priorità, per la maggioranza, resta la terapia del sollievo.