repubblica.it, 14 febbraio 2026
Islanda, mareggiata cancella la spiaggia nera di Reynisfjara. Su Instagram era la Braies del nord
Reynisfjara, la spiaggia nera che si protende(va) sull’Atlantico all’estrema propaggine sud dell’Islanda, non esiste più. O, quantomeno, non come ce la ricordavamo, dal vivo i più fortunati, in fotografia gli altri. Icona tra le più amate tra le innumerevoli di cui pullula il paesaggio dell’isola vichinga, era diventata una star di Instagram e Tiktok – una sorta di Braies dell’estremo nord dell’Atlantico –. Un luogo magico, che poggia sul limite di un’immensa distesa di sabbia lavica che sfuma nell’oceano tra Vík í Mýrdal e Grindavik, per quasi 200 chilometri, e che, all’estremo orientale, cozza letteralmente su un frastagliatissimo promontorio di basalto, circondato da spuntoni rocciosi che si stagliano dal mare aperto, sorta di versione dark dei faraglioni di Capri o degli Apostles della Victoria australiana. Meraviglia letteralmente cancellata dalla sequenza di violentissime mareggiate che si sono abbattute nelle ultime settimane sulla costa del Suðurland, la regione meridionale della Terra del ghiaccio e del fuoco.
La notizia filtra da alcuni siti nordici, come ArcticPortal.org, ed è immancabilmente rimbalzata sui social network, dove Reynisfjara è una delle destinazioni cult, vuoi per la sua bellezza, vuoi paradossalmente per la sua pericolosità: l’imprevedibilità del mix di venti e correnti marine che gravitano nell’area è tale da provocare – anche in condizioni meteo in apparenza rassicuranti -ondate improvvise (le chiamano sneaker waves), tali da causare spesso momenti di panico, e in qualche caso persino morte, tra i visitatori, spesso numerosi e costretti ad affannose corse in massa verso monte. Tra le ultime vittime, un bambino di 2 anni, travolto nell’agosto scorso, mentre cercava di mettersi in salvo con i familiari e altre 200 persone, sorpresi dalla corrente mentre erano alla ricerca del video o del fotogramma memorabili, noncuranti degli avvisi di pericolo.
Ma quello che è accaduto in questo inizio 2026 va oltre e ha sicuramente a che vedere con il cambiamento climatico. Per buona parte del periodo tardo autunnale e del primo inverno, l’isola e la sua costa meridionale sono state sferzate da venti meridionali fortissimi che hanno innalzato le temperature su valori a due cifre superiori quelli medi, oltre i 10 gradi centigradi e addirittura fino a sfiorare i 20. Il tutto, seguito da un gennaio freddo ma insolitamente secco, senza neve. Il tutto si è battuto su un territorio vulcanico di recentissima (geologicamente parlando) origine e per sua natura assai fragile.
Risultato pratico, la linea di battigia avanzata fino a 50 metri in senso longitudinale; intere sezioni del promontorio di basalto, con le sue suggestive formazioni a pilastri di roccia a sezione esagonale, letteralmente strappati via dalla montagna e portati in mare; quello che resta non più raggiungibile dal litorale, letteralmente invaso da pietroni di grandi dimensioni; lo stesso parcheggio auto messo a rischio. I locali raccontano di non aver mai visto nulla di simile.
Reynisfjara è parte dello splendido Katla Unesco Global Gepoark, il parco nazionale dell’estremo sud islandese, che comprende tra l’altro meraviglie quali il Capo Dyrhólaey, promontorio lavico, situato subito ad ovest della spiaggia, più alto delle rocce di basalto che la sovrastano a sud-est e per questo capace di offrire un’impareggiabile visuale sull’infinito litorale lavico che arriva fino a Grindavik, nonché di alcune delle più spettacolari cascate dell’isola, a cominciare dalla Skógafoss, altra icona social. Un paesaggio bellissimo ma strutturalmente fragile, in continuo mutamento anche per ragioni di natura meramente geologica.
Non è dato sapere se e come la Braies del Suðurland – al momento transennata e inaccessibile – potrà ritrovare l’antico splendore, o addirittura superarsi. Di certo, quanto accaduto in questo scorcio di inverno è l’ennesima riprova – il caso Niscemi è un’altra faccia della stessa medaglia – che lo sconvolgimento climatico non è un’invenzione di qualche ambientalista. E che bisogna intervenire al più presto.