la Repubblica, 14 febbraio 2026
Anna Finocchiaro: “Trent’anni fa la legge sullo stupro, un patto segreto fra donne”
«Ci incontravamo in segreto, la sera, anche fino a notte fonda, nelle stanze della commissione Giustizia alla Camera, quando il palazzo era vuoto e buio. Nessuno doveva sapere – tantomeno i capigruppo dei nostri partiti – che con un’alleanza tra donne di tutti gli schieramenti stavamo finalmente scrivendo il testo della legge contro la violenza sessuale. Altrimenti, ne eravamo certe, le logiche politiche gestite dai maschi ce l’avrebbero affossata di nuovo. E Nilde Iotti che troppe volte aveva visto naufragare quella legge, fu la nostra più grande alleata».
Sono passati trent’anni dal 15 febbraio del 1996 ma per Anna Finocchiaro il ricordo di quei giorni è ancora vivido e appassionato. In quel febbraio, presidente della Camera Irene Pivetti, l’Italia buttò alle ortiche l’articolo del codice Rocco (guardasigilli di Mussolini) che definiva lo stupro un delitto contro la morale e non contro la persona.
Magistrata, a lungo parlamentare Dem, ministra per le Pari Opportunità, oggi presidente della fondazione “Italia decide”, Finocchiaro scrisse il testo della legge numero 66, approvata in exstremis mentre la legislatura finiva. E fu una rivoluzione.
Giorni eroici, Finocchiaro. Un ricordo su tutti?
«Alessandra Mussolini, relatrice della legge, incinta con il pancione che difende strenuamente in aula il nostro testo. Siamo rimaste buone amiche. L’idea fu di Alberta De Simone, eravamo insieme nel Pds e in commissione Giustizia: dopo 18 anni di fallimenti parlamentari, propose di costruire un’alleanza trasversale su quel tema che era carne viva per tutte noi, che fossimo di sinistra, di centro o di destra. Avevamo capito che per approvare una legge contro la violenza sessuale dovevamo passare dal livello di partito al livello di persone. Ossia le donne. Che la tragedia dello stupro la portano addosso da millenni. Ne parlammo in gran segreto con Nilde Iotti che ci spronò a continuare, scegliendo di tacere anche con il partito».
Su 88 deputate ben 75 aderirono alla stesura segreta della legge. Praticamente tutte. Oggi che sul tema del consenso c’è stata invece una lacerazione profonda per la retromarcia della destra, un’alleanza come quella del 1996 appare impossibile.
«Discutevamo fino allo sfinimento, in serate che non finivano più centro Montecitorio. Era la lezione del femminismo. Ma a tutti costi cercavamo il punto di unione. Ce l’avevano insegnato le battaglie sul divorzio, sull’aborto. E non potevamo essere più diverse. Di sinistra, cattoliche, di Forza Italia, di Alleanza Nazionale, spesso in dissenso anche con i nostri partiti. Incredibile. Chi eravamo? Vado a memoria e cito con nostalgia anche amiche che purtroppo non ci sono più, come Maretta Scoca, Tina Lagostena Bassi, Alma Cappiello. E poi c’erano Alberta De Simone, Livia Turco, Stefania Prestigiacomo, Tiziana Maiolo, Carol Beebe Tarantelli, Alessandra Mussolini, Valentina Aprea, Maria Rita Lorenzetti. Ma sono soltanto alcuni nomi, trent’anni sono tanti».
Dunque quella legge fu un unicum parlamentare? Un’esperienza non ripetibile?
«Noi dovevamo picconare un sistema per il quale la donna violentata veniva tutelata “soltanto” in quanto rappresentante della moralità pubblica, non perché lo stupro venisse considerato ciò che è, un delitto contro la libertà personale. Dove tutto si riduceva a penetrazione sì o no, quanto e come. E infatti violentare le prostitute non era considerato reato, così come abusare di un minore, “moralmente corrotto” di fatto assolveva lo stupratore. Insomma, senza enfasi, dovevamo fare una rivoluzione che le donne aspettavano da decenni. Questo ci spinse a un’alleanza che resta sì straordinaria e irripetibile. Però quel metodo è sempre valido».
Discutere e discutere fino a trovare un punto d’incontro?
«Bisogna fare un lavoro politico paziente, continuare a dissodare il terreno senza fermarsi alla prima gelata. Il consenso è un tema delicatissimo, non ci può essere contrapposizione frontale o sudditanza ai partiti. Partiamo già da un corpus di leggi molto avanzate, penso anche alla sentenza della Cassazione del 2025. La legge del 1996 mostra che la politica vince quando non è un fatto individuale ma collettivo».
Le riunioni segrete e notturne durarono cinque settimane. Quel testo però fu poi presentato in aula dai capigruppo dei partiti.
«Sì. E naturalmente erano tutti maschi. Praticamente gli regalammo il testo, dopo aver disvelato che notte dopo notte le donne avevano scritto la nuova legge sulla violenza sessuale. Firmarono, stupiti, senza opporsi».
Quali erano i punti più controversi tra di voi?
«Personalmente ero schierata per la procedibilità d’ufficio in caso di stupro, pensando soprattutto alle ragazze giovani, che magari non avevano il coraggio di denunciare. Un tema molto dibattuto nel femminismo. Non passò, restò la querela di parte, cioè la vittima che denuncia in prima persona, ma la querela diventava irrevocabile».
Sulla sessualità consensuale tra minorenni invece il vostro testo fu duramente attaccato.
«Bisognava stabilire quando un rapporto tra minorenni potesse nascondere una violenza sessuale. I cattolici di destra e il movimento sociale su quel punto provarono a far saltare la legge. Invece trovammo la mediazione. A partire dai 13 anni, quando la differenza di età non supera i tre anni, non è violenza».
La legge del ‘96 anticipa di fatto la definizione, poi ratificata dalla Convenzione di Instanbul, della violenza sessuale come violazione dei diritti umani.
«Sì, per questo aver definito lo stupro reato contro la persona è stata una svolta epocale. Io ricordo quei giorni dell’approvazione della legge con grande emozione, anche perché poco dopo fui nominata ministra per le Pari Opportunità. L’Europa era sconvolta dalla guerra dei Balcani e dalle violenze etniche. A Roma venne siglata la fondazione della Corte Penale internazionale e l’Italia, su spinta del mio dicastero, ottenne che lo stupro venisse dichiarato crimine di guerra e contro l’umanità. Fu un momento straordinario».