la Repubblica, 14 febbraio 2026
Gli Usa e la Nato versione 3.0: “L’articolo 5 non è più garantito”
La vecchia Nato non esiste più. Lo si era capito nel primo anno dell’amministrazione Trump ma adesso viene esplicitato dalla mente più strategica del Pentagono, quella del sottosegretario Elbridge Colby, nipote del fondatore della Cia e sostenitore della priorità della sfida con la Cina. I concetti chiave del suo messaggio agli europei sono «realismo» e «reciprocità»: tutto viene messo in discussione in funzione degli interessi statunitensi. È lui che giovedì davanti ai ministri della Difesa della Nato e ora nei lavori della conferenza di Monaco teorizza la nuova visione dell’Alleanza nell’era dell’America First. E se ribadisce l’impegno di Washington a garantire lo scudo del deterrente nucleare, allo stesso tempo apre allo sviluppo continentale dell’ombrello atomico presentato dal cancelliere Merz.
Nelle parole di Colby persino l’Articolo 5, quell’impegno di intervento in caso di attacco che è sempre stato percepito come il cemento del Patto Atlantico, smette di essere un automatismo e diventa più sfumato. Il sottosegretario riafferma che «il Dipartimento della Guerra continua a preparare le forze a fare la loro parte come previsto dall’Articolo 5» ma subito introduce una condizione vincolante: «Con l’Europa che prende la guida della sua difesa convenzionale».
Colby decreta la fine della Nato così come era stata concepita dalla dissoluzione dell’Urss: «Il mondo che aveva generato le procedure, le convinzioni e la postura dell’Alleanza nel cosiddetto “momento unipolare” non esiste più. Le politiche basate sulla forza sono tornate e gli eserciti ora vengono usati su larga scala». La chiama “Nato 2.0” per distinguerla dall’accordo originario che era riuscito a tenere testa al blocco sovietico ed aveva ottenuto il successo nella Guerra Fredda. Una fase in cui – secondo Colby – gli alleati non avevano risparmiato nel fornire uomini e mezzi per fronteggiare il Patto di Varsavia.
Adesso l’amministrazione Trump vuole una “Nato 3.0”: una riforma drastica imposta da Washington, in cui l’Europa deve farsi completamente carico della sicurezza del Continente. «Gli Stati Uniti – ha sottolineato Colby – hanno come priorità le minacce ai loro interessi, in particolare la difesa della patria nella sfera delle Americhe e il rafforzamento della deterrenza nel Pacifico Occidentale». Le conseguenze sono chiare: gli europei faranno a meno dei militari americani. «Non è una ritirata – dice il sottosegretario -. È piuttosto un’affermazione di pragmatismo strategico e il riconoscimento dell’indubbia capacità dei nostri partner di impegnarsi e prendere la guida della difesa in una maniera che ci rende tutti più forti». Questo significa anzitutto l’incremento della spesa militare fino al 5% del Pil. Ma non è solo una questione di soldi.
La Casa Bianca vuole che gli eserciti europei si trasformino in armate pronte allo scontro. «I livelli di spesa sono importanti e non ci sono alternative al raggiungerli. Ma quello che conta è ciò che producono: forze pronte al combattimento, scorte di munizioni, una logistica resiliente e strutture integrate di comando. Questo significa mettere al primo posto l’efficacia nel combattimento sulla paralisi burocratica. Questo significa fare scelte dure che riflettono le realtà delle guerre moderne e non le politiche dei tempi di pace».
Non tutti al Pentagono la pensano come lui. Lo testimonia la lettera aperta firmata da 16 ex generali ed ambasciatori Usa: «La Nato non è un atto di generosità americana. È un’iniziativa strategica che garantisce agli Usa di rimanere la nazione più potente con una frazione del costo dell’agire da soli». E c’è un lavoro concreto per tenere viva l’ossatura dell’organizzazione atlantica, trasferendo agli europei il vertice dei tre comandi di Napoli, Norfolk e Brunssum. La rotta dell’amministrazione Trump adesso però è chiara e tocca alle cancellerie europee stabilire quali risposte mettere in campo.