corriere.it, 14 febbraio 2026
Joe Tsai, intervista al presidente di Alibaba: «Chi vincerà la corsa all’AI? Non il modello più potente, ma chi porta più benefici alla società»
Il Pentagono ha aggiunto colossi come Alibaba, Byd e Baidu a un elenco di aziende che aiutano l’esercito cinese, ma il documento è stato ritirato pochi minuti dopo, senza spiegazioni. La lista ha scosso le azioni delle società interessate, mentre gli analisti si interrogavano sulle conseguenze per il viaggio di Trump in Cina, previsto per aprile. Alibaba ha risposto con la nota di un portavoce: «Non vi è alcuna base per concludere che Alibaba debba essere inserita nell’elenco. Non siamo un’azienda militare cinese, né rientriamo in alcuna strategia di fusione tra settore militare e civile. Intraprenderemo tutte le azioni legali disponibili».
Poco prima che il documento-fantasma facesse fibrillare Wall Street, abbiamo incontrato il presidente e co-fondatore di Alibaba, Joe Tsai. La sua posizione è molto netta sul tema: «La globalizzazione porta efficienza. Soprattutto sull’AI i Paesi dovrebbero cooperare, perché può risolvere problemi enormi. La gara non è su chi ha il modello più potente, la vittoria si misura su quanto l’AI porta benefici alla società», ci dice quando gli chiediamo del “decoupling”, della scissione nel mondo tecnologico tra Cina e Occidente.
Nella sua biografia ci sono Cina, Taiwan, Canada, Stati Uniti: si sente una sorta di ponte tra Est e Ovest?«Sono cresciuto in una famiglia tradizionale cinese a Taiwan, ma a 13 anni sono andato negli Usa. Credo di essere in una buona posizione per fare da ponte: capisco non solo la lingua, ma la cultura e la mentalità. Oggi è più difficile esserlo, ma gli esseri umani hanno valori universali comuni come l’onestà, il rispetto per i genitori o la lealtà, a prescindere dalle forme di governo e dalla politica».
La tecnologia di Alibaba è nel cuore di questi giochi Olimpici di Milano-Cortina: che cosa permette?«Per lo spettatore cambia molto la presentazione grazie all’AI. Ad esempio, ci sono replay a 360 gradi: si può isolare uno sciatore dal contesto e ruotare la visuale attorno a lui, rendendo l’esperienza molto più viva. Ma la vera rivoluzione è nell’efficienza e nella sostenibilità. In passato servivano camion regia, satelliti e tantissimo personale sul posto. Ora abbiamo centralizzato le riprese sul cloud: i broadcaster possono montare e trasmettere istantaneamente ai loro paesi riducendo drasticamente l’impatto fisico. A Rio una grande emittente americana aveva 6.000 addetti, a Parigi solo 2.000. Meno costi, più ecologia».
È fiducioso che in futuro potremo avere più cloud e AI rimanendo sostenibili, o avremo bisogno di data center nello spazio come inizia a dire Musk?
«Il cloud a terra è decisamente più sostenibile perché riduce le infrastrutture fisiche nei luoghi degli eventi. Quanto allo spazio... Noi al momento non stiamo guardando in quella direzione. Elon Musk ne parla, ma bisogna pur sempre spedire server e chip lassù con i razzi. Lui li possiede, quindi ha tutto l’interesse a portare cose nello spazio».
Nel 1999 lei lasciò un lavoro pagato centinaia di migliaia di dollari per tuffarsi nell’avventura di Alibaba, sposando la visione di Jack Ma e accettando una paga di 50 dollari al mese. Quella scommessa ha pagato (il patrimonio di Joe Tsai oggi è stimato in circa 13 miliardi di dollari, ndr), ma c’è stato un singolo momento in cui hai pensato: “Oddio, cos’ho fatto?”?
«Mai. Non c’è mai stato un singolo momento in cui ho pensato di aver sbagliato a seguire Jack. Abbiamo discusso sulle strategie, certo, ma l’idea di essere suo partner e parte del team è stata una certezza assoluta».
Che consiglio darebbe a un giovane imprenditore oggi che ha paura di prendersi un grosso rischio come quello che si prese lei?
«Fare impresa si può imparare, ma la base è la propensione al rischio. Molti falliscono in partenza perché preferiscono la sicurezza. Io venivo dal mondo legale, dove sei allenato a vedere i rischi al ribasso. L’imprenditore invece deve guardare all’opportunità, bisogna scegliere rischi dove il guadagno potenziale è enorme e avere fiducia in sé stessi per limitare le perdite. E poi, il team: consiglio di avere molti co-fondatori. Noi ne avevamo 18: questo crea una cultura aziendale fortissima che non si diluisce quando l’azienda cresce».
Cosa la “Servant Leadership” di cui ha parlato in passato? Cosa significa quando sei il presidente di un gigante come Alibaba?
«Significa mettere gli altri nelle condizioni di lavorare al meglio, condividendo la stessa visione. Il mio compito è fornire risorse – soldi, persone – affinché il team possa operare. Ci sono tre livelli di leadership. Il primo è l’istruzione: “Fai così perché sono il capo”. Il secondo è la persuasione: ti convinco con la logica. Ma il livello più alto è l’ispirazione: dare una visione del futuro. Jack Ma è unico in questo: ogni volta che parlo con lui, mi trasmette un ottimismo incredibile».
Sentiamo parlare di “decoupling” tecnologico da alcuni anni: quali sono i rischi maggiori di un disaccoppiamento completo con la Cina?
«Non credo faccia bene a nessuno. Stiamo vedendo un disaccoppiamento nel commercio e nella tecnologia, ma la globalizzazione porta efficienza. Soprattutto sull’AI, i paesi dovrebbero cooperare. L’intelligenza artificiale può curare il cancro, risolvere problemi enormi. Il mondo starebbe meglio se lavorassimo insieme».
È una scelta filosofica o una strategia di business per Alibaba puntare su modelli open source nell’AI come il vostro Qwen?
«Entrambe le cose. A livello di fondo, l’AI è utile solo se è diffusa, e l’open source aiuta in questo. Economicamente, è più sicuro per le aziende: permette loro di mantenere i propri dati privati senza doverli cedere a terzi tramite API. Noi monetizziamo attraverso il cloud: far girare il nostro modello Qwen sull’infrastruttura Alibaba Cloud è la soluzione più efficiente ed economica per i clienti».
Jense Huang, il ceo di Nvidia, ha detto che la Cina vincerà la gara dell’AI (poi ha ammorbidito la dichiarazione): ma il mondo ha bisogno di una gara sull’intelligenza artificiale? Qual è il premio alla fine?
«Ha fatto la domanda giusta: qual è il premio? Non credo ci sia una vera gara su “chi ha il modello più potente”. La vera vittoria si misura su quanto l’AI porta benefici alla società. Se guardiamo a questo parametro, in Cina l’AI è già integrata ovunque: negli acquisti, nelle mappe, nelle consegne».
A proposito di questo, voi avete appena introdotto in Cina la possibilità di ordinare cibo nell’app Qwen, chiacchierando con il chatbot. Qual è la sua visione per le nostre vite tra 5 anni, con l’AI?
«Tra qualche anno avremo un’unica interfaccia AI. Non dovrai più aprire app diverse. Parlerai al telefono dicendo “Voglio un caffè” o “Compra un regalo per mia madre”, e l’AI lo farà, conoscendo i tuoi gusti. Ma voglio precisare una cosa: non credo che l’AI sostituirà gli esseri umani. L’esperienza umana, come quella di un genitore che educa un figlio, genera emozioni e dati che nessuna macchina potrà mai replicare».
Ha menzionato che l’AI scrive circa il 30% del codice di Alibaba. Cosa significa per i tuoi ingegneri umani? Ne assumerete meno?
«Serviranno meno programmatori junior per i compiti base, ma avremo sempre bisogno di ingegneri senior, ricercatori e persone che sappiano pianificare. È come per gli avvocati: l’AI può preparare una bozza di contratto, ma serve l’umano per coglierne le sfumature e perfezionarlo».
Come si adatta Alibaba alle restrizioni USA sull’export di chip avanzati per l’AI? State sviluppando i vostri semiconduttori?
«Le restrizioni colpiscono i chip di fascia altissima, ma possiamo ancora accedere a quelli appena sotto la soglia o usare le scorte accumulate in passato. Inoltre, abbiamo la nostra divisione chip: non sono potenti come quelli di Nvidia, ma sono già ottimi per l’inferenza. La scarsità di risorse ci ha costretto a essere più creativi, ottimizzando molto l’ingegneria software».
Vediamo sempre più turisti cinesi usare Alipay qui in Europa. Alipay potrebbe diventare un concorrente dei nostri sistemi di pagamento digitali o non è il vostro obiettivo?
«Il nostro obiettivo è servire i turisti cinesi all’estero, non vogliamo entrare in ogni Paese per gestire i pagamenti locali. La strategia è collaborare con i wallet esistenti sul territorio, creando un circuito globale simile a Visa o Mastercard».
Alibaba aiuta le aziende italiane a vendere in Cina. Quali nostri prodotti funzionano meglio in Asia?
«Vendiamo circa 30 miliardi di euro di prodotti europei in Cina, e di questi circa 6 fanno capo all’Italia. Dentro c’è moltissima moda e fashion, ovviamente».
Il tuo family office ha investito in Golden Goose. Perché scommettere sul lifestyle italiano?
«Golden Goose è un’azienda fantastica. Voi italiani siete maestri nel design: non fate semplici scarpe, create oggetti di moda. L’azienda è stata poi acquisita da altri, il che conferma che la nostra intuizione iniziale era giusta».
C’è un gadget tech o un servizio, di Alibaba o di altri, che negli ultimi due anni le ha fatto dire «wow, non credo ai miei occhi»?
«Sono stati i Large Language Models. La loro creatività è scioccante. È incoraggiante vedere che possiamo addestrare le macchine a fare cose simili».
Quindi l’AI non è un’altra bolla?
«Non è assolutamente una bolla. L’AI è reale e resterà con noi».