Corriere della Sera, 14 febbraio 2026
Paolo Calabresi: andavo in giro travestito da attori famosi, da Cage a Turturro
«Ricordo esattamente quella serata, ero a una festa di compleanno, c’era chi guardava la partita in tv, mio padre si alzò e la spense».
Paolo Calabresi aveva 21 anni quando, il 29 maggio 1985, avvenne il massacro per una coppa di calcio. Bruxelles, finale della Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool. La furia degli h ooligan inglesi si abbattè sui tifosi bianconeri. Crollò una tribuna, 39 i morti. Alla sua prima Berlinale, l’attore italiano porta Heysel 85 di Teodora Ana Mihai.
Come si sviluppa il film?
«Più che la tragedia in sé, il tema era se si dovesse disputare. Malgrado l’immediata diatriba, ci furono pressioni degli sponsor, la scusa era che per questioni di sicurezza fosse meglio giocare».
Il sindaco di Bruxelles si chiamò fuori dalle responsabilità.
«Era completamente ubriaco, fece Ponzio Pilato. È interpretato da Josse De Pauw, grande attore teatrale fiammingo, mentre io sono il ministro dell’Interno italiano che si oppose al fatto che si giocasse, al pari della dirigenza juventina. Non è una ricostruzione documentaristica, ci sono due momenti con immagini d’archivio per dare peso emotivo. C’è la sensazione di vivere lì quella tragedia. I giocatori non somigliano a quelli veri, Platini, Boniek, Tardelli, ma l’impianto è realistico, ci sono migliaia di comparse».
Lo stadio si vede?
«Mai, si vede quello che succede nel suo ventre, con la discussione tra presidente della Fifa, capi politici e le due società. I due giovani protagonisti sono la figlia del sindaco, Violet Braeckman, e un giornalista sportivo italiano, Matteo Simoni».
Per lei tante commedie, pochi film drammatici.
«Sì, dopo Rapito di Marco Bellocchio, ricordo la scena in cui chiedo perdono al Papa per le mie pressioni sui media per il rapimento del bambino. Camminavo sulle ginocchia, fu una mia invenzione, dava il senso di sottomissione, a Bellocchio piacque molto. Ma prima del film, voleva parlare solo dei miei travestimenti».
Cioè?
«Ho scritto un libro sul mio periodo folle. Mi sono finto persone esistenti, all’insaputa di tutti. Venivo da tre lutti, i miei genitori morirono a distanza di dieci giorni. Avevo uno strano torpore addosso, da quest’assenza uscii con una botta di adrenalina. Una volta andai allo stadio di San Siro, c’era Roma-Milan, e riuscii ad avere un biglietto spacciandomi per Nicolas Cage, all’epoca all’apice della fama, mi travestii e truccai come lui. Il telecronista di Sky annunciò un parterre hollywoodiano».
Ma come fu possibile?
«Giocai la parte della star scontrosa, negai qualunque intervista, Galliani mi accompagnò negli spogliatoi, ci cascarono tutti, Boban mi disse che ero il suo attore preferito, poi andai da Totti, gli dissi per venti volte di seguito You are number 1, lui rispose grazie per venti volte. Da lì in avanti, quella che era stata la cura delle mie ferite divenne la mia dipendenza. Riandai allo stadio, Real Madrid-Roma, e Totti, l’unico ad aver capito tutto, mi disse, ma lo voj paga’ una volta il biglietto?».
Lo Zelig italiano.
«C’era una mia rivalsa verso il mondo dello spettacolo di cui facevo parte ma mi irritavano i narcisismi, l’autoreferenzialità. Andai alla cerimonia dei David fingendomi John Turturro, non chiesi cachet ma di parlare di un mio film da regista, Open your eyes, la storia di un attore sconosciuto che per diventare popolare prende l’identità di uno più famoso di lui. Era il mio testamento artistico. In sala mi sedetti tra Sordi e la Sandrelli. Scorsese ebbe dei sospetti, la sicurezza mi beccò, ricordo Freccero (direttore di Rai 2) che dietro le quinte mi prese a calci nel sedere, io continuavo a essere Turturro, dicevo che nessuno mi aveva mai trattato a quel modo».
E poi?
«Confessai, io non sono Turturro ma questa non è la notte degli Oscar... Ora sto per farne uno spettacolo teatrale. A un derby Roma-Lazio dissi di essere il cerimoniere del principato di Monaco che accompagnava il figlio di Carolina, in tribuna Leonardo DiCaprio e Massimo D’Alema si presentarono. Era un modo per fuggire da me stesso, per affrontare una depressione nascosta. Poi mi venne un rifiuto. Parenti e amici da tempo mi dicevano di smettere, solo mia moglie Fiamma capì. Loro dicevano che stavo diventando pazzo. Lei: “Lasciatelo fare”».