Corriere della Sera, 14 febbraio 2026
L’illusione dell’equivalenza
Per l’Europa, la condanna di Jimmy Lai a vent’anni di carcere, a Hong Kong, è un richiamo alla realtà. Ribadisce che, per quanto Donald Trump sia brutale e poco democratico, non esiste equivalenza tra Stati Uniti e Cina. Il supplizio dell’editore, leader delle passate e represse manifestazioni democratiche nella ex colonia britannica, è l’esempio, davanti agli occhi del mondo, di come Pechino intende trattare chi dissente dalle idee e dagli ordini del Partito Comunista Cinese. In casa (perché Hong Kong è ormai «normalizzata» e integrata nella cosiddetta madrepatria) e fuori dai confini. Ritenere, come non pochi ritengono nel Vecchio Continente e oltre, che Stati Uniti e Cina siano fungibili, e che quest’ultima sia un’alternativa all’unilateralismo di Washington, non può che portare al disastro.
Non è solo il caso di Jimmy Lai a raccontarlo. E non sono nemmeno le aggressive e apparentemente bizzarre politiche della Casa Bianca a mettere sullo stesso piano Stati Uniti e Cina. Da quando, nel 2012, Xi Jinping è diventato il leader del Paese, la politica di Pechino è via via evoluta verso una postura imperiale. Innanzitutto, nel commercio. Il surplus negli scambi globali, che ha toccato i 1.200 miliardi di dollari nel 2025, non è il successo di un’economia aperta e di mercato: è il prodotto delle politiche industriali di partito, delle sovvenzioni alle imprese cinesi, delle vendite sottocosto nel mondo. Una sovrapproduzione che i consumi interni non riescono ad assorbire e che viene riversata nella conquista di mercati esteri. Una realtà che all’estero distrugge intere industrie: per esempio quelle dell’auto e delle tecnologie per la transizione verde in Europa. In parallelo, una politica di sempre maggiore autosufficienza tende ad azzerare le importazioni in una serie di settori. Imperialismo economico classico.
Dal punto di vista politico, Pechino continua ad appoggiare la Russia nell’invasione dell’Ucraina e i regimi antiamericani del mondo, con l’obiettivo di indebolire l’Occidente (con scarso successo, occorre dire: in Venezuela e in Iran, Xi non è stato in grado di «proteggere» due Paesi amici finiti sotto la pressione di Trump). Nei confronti di Taiwan le minacce della Repubblica Popolare crescono sistematicamente, con manovre militari che simulano lo strangolamento dell’isola (strategia dell’anaconda) e interventi nella politica interna di Taipei. Al momento, è difficile leggere il senso delle purghe straordinarie compiute da Xi contro i massimi vertici militari cinesi: molti esperti sospettano che si tratti della rimozione degli ostacoli interni all’Esercito Popolare di Liberazione in vista di un’offensiva di qualche genere contro Taiwan nel 2027; di certo, danno a Xi un potere sulle forze armate praticamente illimitato e non soggetto a critiche.
In Giappone, Pechino ha attaccato e minacciato la prima ministra Sanae Takaichi, molto vicina agli americani e preoccupata delle conseguenze regionali di un eventuale attacco cinese a Taiwan. In pratica, l’ha aiutata a stravincere le elezioni di domenica 8 febbraio ma resta il fatto, significativo se si immagina un mondo con una Cina egemone, che, così come ha punito Jimmy Lai a Hong Kong, Pechino punisce regolarmente i governi che non si allineano ai suoi desiderata: oltre al Giappone, negli anni scorsi Australia, Norvegia, Lituania.
Se, dunque, i recenti viaggi dei primi ministri di Regno Unito e Canada, Keir Starmer e Mark Carney, sono calci negli stinchi di Trump per le sue provocazioni, bene. Se invece sono davvero la ricerca di una partnership con il gigante asiatico alternativa alla collaborazione con gli Stati Uniti, allora c’è un problema. Un britannico direbbe «too clever by half», così eccessivamente scaltri (di un 50%) da risultare autolesionisti. Washington è in un passaggio storico per molti versi drammatico. Ma è saggio non essere emotivi di fronte alle scelte della Casa Bianca. Innanzitutto, per quanto attaccato da Trump, il sistema americano dei tribunali, dei media, degli Stati, della politica, del Congresso, dell’intelligence e in parte delle forze armate rimane solido, in grado di fare deragliare le iniziative non costituzionali del presidente. In secondo luogo, le iniziative di Washington sono unilaterali, spesso violente ma a livello internazionale intervengono in realtà da tempo sclerotizzate, in genere ritenute intrattabili e in gran parte dei casi favorevoli a Paesi antidemocratici. Per esempio, in Venezuela in cui la realtà post Maduro sta prendendo piede; in Iran, con il regime degli ayatollah non più in grado di destabilizzare il Medio Oriente; in India, Paese dai dazi altissimi che sotto la pressione americana sta aprendo al commercio come mai prima; a Panama, dove l’egemonia cinese nei due porti del Canale è stata frenata; in una serie di istituzioni internazionali negli anni finite sotto l’egemonia di Paesi autoritari e repressivi.
È vero che la propensione di Trump a imporre la volontà di Washington ha fatto saltare il mondo delle regole, che la sua retorica sulla Groenlandia ha inacidito i rapporti transatlantici e, soprattutto, che sull’Ucraina i suoi rapporti con Vladimir Putin sono oscuri e inquietanti. Ma l’Europa e probabilmente anche il Canada sarebbero più lucidi se distinguessero il buono dal pessimo in questo primo anno di Amministrazione Trump. E se seguissero l’impostazione di Sanae Takaichi in Giappone: anche se il presidente Usa è un distruttore (si vedrà quanto creativo), al fondo l’America per ora rimane l’America. E non ha un Jimmy Lai da mostrare al mondo.