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 2026  febbraio 14 Sabato calendario

Intervista a Anton Maria Cardini

«Se sono ancora qui il merito è suo», si rivolge con un gesto cavalleresco alla bella signora che gli è seduta accanto, bruna e allegra. «Ci conoscemmo al Lido Di Ostia, 19 anni lei, 34 io. La vidi e pensai, questa me la sposo. Incredibile come succedono certe cose quando meno te le aspetti». La moglie Gianna libera una risata squillante. Durante l’intervista non distoglierà mai lo sguardo dal marito, un uomo ancora imponente nonostante l’incurvatura tracciata dall’età, ex biondo, occhi castani vigili e allusivi, personalità da vendere.
Anton Maria Cardini, 101 anni compiuti ieri, medico infettivologo. «Qui» è lo studio aperto nel 1972, quartiere Trastevere a Roma, un palazzo con tante scale e androni. È un andirivieni di pazienti, figli e nipoti di quelli seguiti 50 anni fa. Vengono per i prelievi di sangue («perché come è bravo il dottore nessun altro, la sua mano è una piuma»). Oppure per farsi visitare, stesi sul lettino, lui che ausculta e tasta, come quando la medicina era clinica e non solo tecnologia. Mentre parliamo una signora consegna sulla porta un cestino di limoni sorrentini, un piccolo pensiero. «Toto», come è stato sempre chiamato, è chino su un cruciverba, per ingannare il tempo in attesa del nostro incontro. Niente occhiali, invisibili apparecchi acustici che getterà via infastidito. È il secondo paio a fare questa fine. Il primo glielo hanno mordicchiato i cani. Alza lo sguardo, curioso, ironico. «Allora, cosa voi sape’?».
Come si diventa centenari?
«Il cervello va educato alla vecchiaia, quindi la prima regola è pensarla e accettarla. Io sto bene. Eppure non ho fatto un granché per arrivare così al traguardo. Poco sport, solo per un po’ ho giocato a golf a Marina Velca. Mangio cibi di qualità, preparati da mia moglie che cucina senza grassi al di fuori dell’olio crudo e sala con parsimonia. Fosse per me abbonderei con le porzioni, ma mi è proibito e, anche se potessi, non arriverei agli eccessi. L’altra sera ha portato in tavola una pasta e ceci che cantava. I nipoti sono un traino. Animano la mia casa, abitata da due bassotti e un gatto randagio. Senza bestie non si può stare, il problema è che muoiono prima di noi e ci fanno soffrire. La longevità è una questione di testa. Mai preso integratori, niente intrugli strani, unica concessione la vitamina C. Farmaci solo se servono. Ringraziando Dio, solo pochi acciacchi. Il segreto è qui», e punta l’indice alla tempia.
In parte dipende dalla genetica e dai progetti che sono un elisir. Lei ne ha?
«Vengo in questo studio cinque mattine a settimana, se non piove e non fa troppo freddo. Gianna mi accompagna a un laboratorio di fiducia dove lascio i campioni dei prelievi. Poi torniamo a casa e la giornata in genere termina tra lettura dei quotidiani, libri e tv. La mattina mi sveglio contento che Dio mi abbia regalato un altro giorno. Per sentire la vita pulsare nelle vene mi basta ascoltare i rumori di mia moglie che traffica per casa. Che fortuna, la mia. Non tremo, non sbavo, con l’aiuto di bastone o deambulatore cammino da solo. Sono soddisfatto del passato di cui non cambierei una virgola e aspetto con serenità il futuro. In fondo la morte vuol dire addormentarsi. Almeno spero».
La medicina, amore a prima vista anche quello.
«Sono medico da sempre, in un certo senso. Da ragazzino marinavo la scuola Apollinare, dove frequentavo il ginnasio, correvo all’ospedale Santo Spirito. Mi mettevo a gironzolare, quanto mi piaceva. L’odore di disinfettante, i camici bianchi, le corsie. Un giorno vedo una bambina. Mi dicono che sta per essere operata per una grave infezione delle ossa. Esce il chirurgo e urla “ragazzì, che stai a fa”. “Stò a guardà”, rispondo. E quello, “Be’, allora aiutami”. L’infermiera mi porge una matassa di garze imbevute di etere. Capisco che tocca a me fare l’anestesia. In quel momento mi ricordo di mamma che mi aveva raccontato di quando era stata operata: bastava fare un respiro profondo e la coscienza svaniva. Ho detto alla bimba: su bella, un respiro profondo. E si è addormentata».
Non ci credo Toto, mi sta raccontando un film
«Macché. Siamo nel 1940, c’è la guerra, gli ospedali un marasma. Imparai a fare le endovenose. Poi mi iscrissi a medicina al Policlinico Umberto I e, dopo qualche borsa di studio, passai in pianta stabile allo Spallanzani, specializzato in malattie infettive. Di famiglia stavo bene, mio padre era pizzicagnolo, tagliava salami e mortadelle nel negozio di via Metastasio».
Cosa ricorda della guerra?
«Gli aerei sulla testa, le sirene, ma non avevo paura. Passavo per San Lorenzo diretto verso casa quando bombardarono il quartiere nel ‘43. Ero appena uscito dall’istituto superiore di sanità, in viale Regina Elena, dove lavorava mia sorella Celeste come ricercatrice. Anche lì facevo l’impiccione. Mettevo il naso ovunque odorasse di medicina e scienza. Le bombe cadevano, quando misi il naso fuori dal rifugio mi ritrovai davanti allo sfacelo e tornai di corsa a casa, vicino al Pantheon».
Quando la guerra finì avrà festeggiato.
«Avevo il mito di Mussolini. Non ho digerito l’arrivo degli americani a Roma, le confesso. Ero giovane. Facevo il balilla».
Il dono più grande della vita.
«Eccola qua, la mia Gianna.
Era agosto, stabilimento della Statistica a Ostia, il mare di Roma. Lei accompagnata dalla mamma. Frequentavo l’istituto di idrologia all’Umberto I con una borsa di studio e mio fratello, dipendente dell’Istat, mi propone: dai facciamo una scappata al mare, ci portano in pullman. Gianna era sul bagnasciuga, si guardava attorno, incerta se procedere verso le onde o tornare indietro e sdraiarsi sul lettino. Mi avvicinai che avevo già deciso di sposarla. Sotto l’ombrellone, parlavo fitto con sua madre, per ingraziarmela tanto che la figlia pensava corteggiassi lei. Ero un uomo serio, devoto, fin da ragazzo in chiesa. Non avevo avuto altre donne, prima. La mia famiglia non fu molto contenta della scelta perché per me, medico, speravano in un matrimonio altolocato. Abbiamo avuto tre figli meravigliosi, Carlo Luigi, Alessandro Maria e Maria Vittoria. Ci siamo sposati a San Pietro dei Falegnami dove ero andato tante volte con mamma».
Ha superato una seconda guerra, la pandemia.
«Non ce lo siamo presi il virus, nessuno dei due. Vaccinati e rivaccinati, ovviamente. Non potrei pensarla diversamente, da infettivologo. Quando i figli erano piccoli e raffreddati dicevo a Gianna: “Stai tranquilla è un banale coronavirus”. Ne è arrivato uno molto più cattivo e ringraziamo il vaccino se siamo ancora qui. I no vax? Poveracci. Devono ringraziare noi vaccinati se il virus non circola quasi più, è diventato uno qualsiasi».
Gli ultracentenari come festeggiano?
«In casa, con la famiglia, una torta e un’unica candelina, sperando non sia l’ultima. E che non mi rimbambisca».