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 2026  febbraio 13 Venerdì calendario

Il dilemma dei siriani in Turchia: «Quale futuro ci aspetta a casa?»

«Se lì non hai problemi, meglio che resti in Turchia, non rientrare». È il consiglio che, dalla Siria, i familiari hanno dato a nonna Aisha Murtaza, originaria di Aleppo, che ora vive a Kilis, sul confine turco-siriano. Dà il tormento abbandonare a forza il proprio Paese per mettersi in salvo. Nemmeno tornare indietro da dove si è partiti, però, è un affare da poco. Soprattutto se nel mezzo, oltre alla guerra, ci sono stati dieci anni e più di vita vissuti altrove. Chi ha un’abitazione rimasta in piedi in Siria, ha fatto ritorno. Chi non ce l’ha, come nonna Aisha, o ha figli a scuola e un lavoro, ci pensa due volte, anzi mille, fa piani, poi li disfa. «Se avessimo una casa, rientreremmo subito», confida ad Avvenire Maryam Tayjan, accanto ai figli Omar, Feisal e Rami. Sono quasi uomini fatti, ma all’arrivo a Kilis, avevano 9, 7 e 5 anni. Il minore va alla scuola turca e, come i connazionali suoi coetanei qui, non sa scrivere né leggere in arabo.
Dalla fine del regime di Bashar al-Assad nel dicembre del 2024, dalla Turchia sono già rientrati 562mila siriani con protezione temporanea. Il Paese ha ospitato il numero maggiore in assoluto di rifugiati, fino al picco di tre milioni e settecentomila nel 2021, non solo a Istanbul ma anche a Gaziantep (con punte di 460.700 presenze) e qui a Kilis, cittadina con la più alta concentrazione in percentuale (106.800 quattro anni fa, il 43% dei residenti). Ora, secondo i dati ufficiali aggiornati al 15 gennaio, a Kilis i siriani si sono più che dimezzati e da Gaziantep 130mila sono già partiti.
Salwa Khalil è una vedova con sette figli. A casa sua, davanti alla stufa che scotta la pelle mentre fuori si gela, riflette: «Dobbiamo tornare, abbiamo familiari là, e anche se non ne avessimo, è il nostro Paese. Solo tre dei miei figli hanno ricordi della Siria. La più piccola è nata in Turchia». Chiediamo il parere dei ragazzi. «Voglio rientrare ma anche proseguire la scuola qui, perché imparare a scrivere l’arabo da zero sarà complicato», risponde Ali, 17 anni. È giorno di consegna delle pagelle, e c’è eccitazione a casa della signora Nazo Khalil, siriano-curda con tre figlie, Habiba, Amina e Lubaba. Quando le chiediamo se desidera partire, Amina, con la pagella in mano, risponde con determinazione: «No».
In centro città incontriamo Esra Nasra, studentessa universitaria. Sa con certezza che casa sua è stata bombardata, anche se il padre non è tornato a controllare. Non ha approfittato della possibilità concessa da Ankara di recarsi fino a tre volte in Siria per verificare la situazione. Il tempo dei sopralluoghi è scaduto a luglio, e ora chi parte con beni e famiglia non ha più il diritto di cambiare idea. «Alcuni conoscenti sono tornati e se ne sono pentiti» spiega la ragazza. «Il governo turco, d’altra parte, ci rende complicata la permanenza. L’assistenza medica, che era gratuita, da inizio 2026 dobbiamo pagarla». Parla di «persone sotto choc al rientro» Abdulgani Alchawakh, direttore della Fatih Sultan Dernegi di Kilis, Ong siriana che assiste connazionali in difficoltà, fornendo casa e occupazione in un laboratorio tessile. «Vogliono liberarsi degli affitti alti di qui, per scoprire che in Siria sono più elevati». Tra le tessitrici dell’associazione c’è la signora Amal Halil: «In Turchia gli affitti sono costosi, ma in Siria so che arrivano a 150 dollari al mese», conferma. Quella degli alloggi è «la sfida principale» prosegue il direttore, che racconta anche di chi, al rientro, trova altre persone a vivere in casa propria. «I tribunali ci mettono tempo per restituire le abitazioni. Il governo cerca di definire accordi tra proprietari nuovi e vecchi. Questi ultimi dovranno pagare per riprendersi le case, perché chi ci vive le ha comprate dagli shabiha (milizie filogovernative del precedente regime, ndr) con un contratto». Altro ostacolo è la mancanza di lavoro. «Nessuna azienda è operativa a causa delle sanzioni, che sono state revocate, ma serviranno mesi per accorgersene», aggiunge il direttore.
Nell’edificio costruito a Kilis da un’altra Ong, la Shafaq Sham, vivevano quattordici famiglie. Ne restano quattro. «Le altre sono tornate in Siria, l’ultima due mesi fa. D’inverno nessuno va via», spiega il presidente Aboud Alhussin. Ampia parte del suo team si è già trasferita oltreconfine, così come la Syrian Ngo Alliance che coordinava una ventina di realtà. «Gli aiuti qui si interrompono uno dopo l’altro. Da Kilis i donatori vanno in Siria», dichiara Aboud Alhussin che, con la Fatih Sultan Dernegi, costruirà ad Aleppo un centro comunitario. Un secondo progetto prevede l’apertura di una scuola per chi rientrerà in Siria. «Cioè studenti che non sanno leggere l’arabo né scriverlo. Quando, per la guerra, siamo arrivati in Turchia, abbiamo avviato programmi per integrarci con il popolo turco. Ora pensiamo a progetti per integrare i siriani con i siriani».
In dieci minuti d’auto siamo al valico di Bab al-Salam. Oltre la frontiera c’è la Siria. Qualche camion in coda, poche macchine. In attesa ci sono il signor Zidane Zidane, la moglie e il figlio. Vanno a visitare parenti ad Azaz, hanno i documenti per farlo. «Zero servizi di là, niente acqua, e l’elettricità arriva dalla Turchia. Non torniamo stabilmente no, perché ho figli all’università e perché il nostro villaggio è stato distrutto dalle milizie curde».
Dopo gli scontri d’inizio anno nei quartieri di Aleppo a maggioranza curda e in settimane in cui prosegue l’avanzata dell’esercito del nuovo governo nel Nord est, in diverse conversazioni qui affiora l’apprensione per le violenze e la sicurezza che manca. Sul rettilineo che ci riporta a Kilis, ci fermiamo a un forno. Mentre impasta, Mustafa spiega di non sentirsi preparato al ritorno. Chiediamo se senta la pressione a rientrare da parte turca. «No, alcuni di loro vogliono che restiamo per lavorare». E infatti la manodopera, dopo tante partenze, scarseggia «nell’edilizia, nel tessile, nel calzaturiero», conferma Abdulgani Alchawakh. «Le strade, un tempo affollate di siriani, sono vuote. I loro negozi, chiusi. Kilis era povera e lo sarà di nuovo quando ce ne saremo andati, quando saremo tornati tutti in Siria».