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 2026  febbraio 13 Venerdì calendario

Nel festival più politico del mondo Wim Wenders sceglie di non entrare nel rumore. A 80 anni, presidente di giuria della Berlinale 76, simbolo vivente del cinema europeo ma anche autore capace di attraversare Hollywood, il documentario, la musica e la fotografia, Wenders rifiuta di trasformare il palco in tribuna

Nel festival più politico del mondo Wim Wenders sceglie di non entrare nel rumore. A 80 anni, presidente di giuria della Berlinale 76, simbolo vivente del cinema europeo ma anche autore capace di attraversare Hollywood, il documentario, la musica e la fotografia, Wenders rifiuta di trasformare il palco in tribuna. Mentre intorno infuriano polemiche su guerre, leadership globali, ritorni nazionalisti, il regista di Paris, Texas e Perfect Days – film che ha ribadito la sua capacità poetica – rivendica il primato dello sguardo sul commento. Lo incontriamo a margine della conferenza stampa, in un hotel a Potsdamer Platz.
Malgrado le ripetute domande, ha scelto di concentrarsi sul cinema e meno su quello che chiama “il rumore della politica”. Perché?
“Il cinema è diventato sempre di più il contrappeso al rumore che ci circonda. Viviamo in un tempo in cui si produce più rumore che mai, perché ci sono persone al potere che pensano di dover fare rumore ogni giorno per ricordarci che esistono. Per un po’ ne sono stato anch’io vittima: seguivo le notizie quotidianamente e quel rumore era assordante. Ora non so neppure più che rumore facciano queste persone, e so che tutto questo passerà, mentre il cinema resterà”.
Negli Stati Uniti ha girato Paris, Texas, Hammett – Indagine a Chinatown, Lo stato delle cose, Così lontano così vicino, La terra dell’abbondanza, Non bussare alla mia porta. Com’è cambiato il rapporto con l’America?
“Quel Paese e quella cultura hanno invaso il ragazzo giovane cresciuto nella Germania del dopoguerra che sono stato. Ero pieno di speranza e di visioni dell’America. È stata la prima cultura che mi ha riempito completamente, come quella tedesca non aveva fatto. Cercavo qualcosa di più bello, più grande, più ampio, e quella cultura me lo ha dato. Poi mi ci è voluto tempo per capire e vedere che lentamente si era allontanata da ciò per cui l’avevamo amata. E in alcuni miei film ho fatto i conti con il mio sogno americano. L’ho esorcizzato, e uso questa parola perché lo penso davvero”.
E oggi com’è il cielo sopra gli Usa?
“Adesso guardo a nazioni che mi sorprendono, che partono da zero. Ho appena visto un film con un amico nepalese, stasera vedo il film afghano. Vedo film che generazioni fa non avevano un punto di vista nel cinema. Non c’è posto migliore per vederlo”.
Come si sente da presidente della giuria?
“Orgoglioso di farlo nella mia città. Ho sempre amato la Berlinale. Essere qui con una giuria così competente, a guardare 22 film – già dopo i primi tre ci siamo resi conto di quanto sia ampio lo sguardo sul mondo che emerge dalla selezione. Sarà bellissimo”.
Il primo ricordo in questo festival?
“L’ho conosciuto tardi, da bambino non avevamo neanche la televisione. Da studente di cinema non avevo voglia di andarci. Arrivai nel ‘76, estate, magliette, zampe d’elefante...Bellissimo”.
Il suo migliore ricordo?
“Quello stesso anno. Incontrai François Truffaut. Nessuno si occupava di lui, cercava qualcuno che lo riconoscesse, che gli facesse domande. Trovò me, che parlavo un francese fluente. Parlammo così a lungo che persi il film successivo. Era il regista più alto che abbia mai incontrato, anche in senso metaforico”.
Strano che sia stato presidente di giuria a Cannes e solo ora qui?
“Non è mai troppo tardi. Pensavo che l’esperienza della giuria fosse finita per me. L’esperienza in giuria a Cannes è stata il periodo migliore che ho vissuto lì. Era il 1989, Palma d’Oro a Sesso, bugie e videotape di Soderbergh, ma c’erano film così grandi che non riuscimmo a premiarne alcuni per mancanza di premi”.
Come si riconosce una voce autoriale?
“Si percepisce subito la sicurezza con cui un regista racconta qualcosa. Solo chi inventa le proprie regole può dirci qualcosa.
La Berlinale è un grande festival per le giovani voci, ci sono tante registe. Venezia oggi è diventata una piattaforma di lancio per le campagne Oscar. È cambiata molto. Per un periodo ho pensato: ‘Se solo Berlino fosse d’estate’, ma questo significherebbe avere soprattutto film delle piattaforme, che partono in estate. Adesso mi piace Berlino d’inverno: si sta in sala, non fuori sotto neve e pioggia. Il festival ha ancora una visione unica, non troppo influenzata da forze esterne”.
Quanto è cinematografica Berlino?
“Quando girai qui era straordinariamente cinematografica. Aveva spazi aperti, orizzonti visibili. Potsdamer Platz era come la Patagonia. Portava ancora le ferite della guerra. Era un libro di storia aperto”.
Un ricordo di Bruno Ganz?
“Uno dei più grandi attori con cui abbia lavorato. Lo capii già con L’amico americano, il suo primo vero film “per strada” da attore di cinema accanto a un mostro sacro come Dennis Hopper. Per lui fu una esperienza decisiva. Quando arrivarono i monitor sul set mi disse: ‘Sto recitando e nessuno mi guarda. Tutti guardano il monitor. Per favore continua a guardarmi’. E da allora l’ho sempre fatto”.
Un film che non si aspettava di amare ma che oggi difenderebbe fino all’ultimo?
“Difenderò sempre tutti e tre gli Avatar. Penso siano grandi film.
James Cameron è un grande regista. È l’opposto di ciò che vediamo qui in concorso, ma dimostra che sono aperto a ogni tipo di esperienza. Il mio cuore è con i piccoli film, quelli fatti con idee più che con denaro. Ma alcuni film con grandi mezzi sono comunque avventurosi, e alcuni film poverissimi lo sono ancora di più”.
Quanto conta il contesto culturale di un film?
“È fondamentale. Ogni film porta la propria complessità culturale. Non è solo una questione di lingua, ma di abitudini, di modi di pensare. Bisogna immergersi ed essere aperti a punti di vista che non pensavamo di poter comprendere. Se guardi un film nel modo più aperto possibile, quel film diventa te”.
Film importante o film ben fatto?
“Sono quasi l’opposto. Un film ben fatto secondo le regole non significa molto. Mi piacciono i film con difetti. L’importanza emerge nel tempo, per ciò che resta dentro di te. Un esempio è Il ragazzo selvaggio di Truffaut. Un film piccolo, ma che col tempo è diventato enorme per me”.


Preferisce ancora la sala?
“Sì, Mi siedo in prima fila. Più lo schermo riempie il mio campo visivo, meglio è”.

A cosa sta lavorando?
“Lavoro a un film da quattordici anni, ho iniziato nel 2012. È un film sull’architettura dedicato a Peter Zumthor. Ha costruito meno di venti edifici, ma ognuno è esemplare.
Ogni grande architetto dice: ‘Nella prossima vita devo essere lui’. L’ho conosciuto perché avevo girato un corto su di lui, è nata un’amicizia e ho capito, guardando i suoi edifici, che è l’uomo giusto per parlare dell’architettura in quanto tale”.
E poi?
“Ora che ho quasi chiuso questo passo a un altro progetto a cui lavoro da tantissimi anni, ho fatto tante ricerche. È un film di fantascienza, ma posso dire poco”.
Lei è, malgrado tutto, un ottimista?
“Se ha visto i miei film sa che non sono un pessimista. Il genere della fantascienza è quasi tutto dedicato agli abusi del pianeta, più distopico che utopico. E quelli che considero grandi film sono distopici, con una visione terribile. Io lavoro a una versione rara: un film di fantascienza con un’idea utopica. Sì, sono ottimista, perché ho capito che nessun pessimista ha mai mosso qualcosa”.
Il silenzio nel cinema?
“È la cosa più preziosa. Quando improvvisamente c’è silenzio, passa un angelo”.
L’intelligenza artificiale?
“È già presente ovunque. Un giorno produrrà il film perfetto da studio. Ma non farà il film indipendente ideale. Come ha detto Nick Cave: l’IA non soffre”