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 2026  febbraio 13 Venerdì calendario

Nones, l’intervista: “Nel fondo gli azzurri pensano troppo al posto fisso”

«La spinta in più la dai se ti senti sempre a un passo dal burrone. Si arriva in alto solo quando non ci si può permettere di scivolare in basso». Il trentino Franco Nones è stato il primo atleta non scandinavo, o sovietico, a vincere un oro olimpico nel fondo. Grenoble, 7 febbraio 1968: il giorno in cui l’Italia con la sua 30 chilometri ha scoperto gli sci stretti. «Sono nato a Castello di Fiemme, le piste dei Giochi passano davanti a casa mia. La mia famiglia conosceva il sapore della guerra: volevo sentirne uno diverso, non ho avuto scelta».
A 85 anni il «non avere scelta» resta per lui la «pinza che estrae l’eccellenza dalla mediocrità». «Forse è l’attrezzo che manca un po’ ai giovani arrivati dopo la generazione dei giganti azzurri: De Zolt, Fauner, Albarello, Vanzetta, Manuela e Giorgio Di Centa, Belmondo. Ci siamo illusi che allenamento e materiali siano tutto. A fare la differenza sono le montagne che devi superare prima di arrivare in cima: quel vuoto sotto, dentro cui se cadi muori».
Per tornare nell’élite del fondo all’Italia manca un po’ di fame?
«Mancherei di rispetto ai nostri atleti, se dicessi che non fanno sacrifici. I cicli esistono da sempre e in ogni sport. Torneremo presto ai vertici, spero in una gioia già nei prossimi giorni: a patto che entrare in Nazionale non resti percepito come un punto di arrivo».
Non è la condizione per competere a livello internazionale?
«La sfida è farla rimanere un punto di partenza. Le nostre promesse, per finanziarsi, entrano nei corpi della sicurezza di Stato e non escono più. In gara hanno un retropensiero: male che vada, mi ritiro e faccio il maresciallo fino alla pensione: per un campione il piano B è un macigno al collo».
A lei non è successo?
«Mi sono congedato dalle Fiamme Gialle da campione italiano. Gli scandinavi, per emergere, pagano di tasca propria. Le famiglie rinunciano a tutto per finanziare allenamenti e trasferte dei figli. Solo difficoltà e rischi fanno crescere».

Non teme che così lo sport ad alto livello non rimanga aperto a tutti?
«Ero un ragazzo e volevo sciare. La mamma all’alba mi metteva gli sci e le scarpe fuori dalla porta. Il papà non doveva accorgersi che uscivo per allenarmi. Diceva che così non facevo niente e che saltavo perfino la messa. Avevo un’idea chiara: o riuscivo, o andavo a lavorare. Oggi vedo un eccesso di alternative».
Non è un vantaggio la tranquillità di concentrarsi solo su ciò che si fa?
«Il confine tra l’Italia, i Paesi scandinavi e gli Usa è culturale. Per noi lo sport viene dopo, per loro prima. Per un bambino qui lo sport è un premio se va bene a scuola: là studi se hai meriti sportivi e cresci sapendo che ognuno nella vita deve superare spietate selezioni».
Troppo facile, nello sci azzurro, arrivare in Nazionale?
«Da oltre mezzo secolo ospito norvegesi e svedesi: fuoriclasse che conservano l’umiltà degli esordienti. Non è un programma vivere di sci arrivando decimi per quindici anni».
Klaebo è suo ospite: davvero per vincere rinuncia a vivere?
«Ha trasformato il mio albergo in un ospedale: tutti con la mascherina, lui non deve ammalarsi. L’intera sala da pranzo riservata: pasti leggeri ogni tre ore e sempre da solo. Scia, corre, mangia, dorme e gioca al computer. Il tempo passa anche per lui: stare lontano da tutto non è superficialità, ma la brutale cura dei dettagli imposta a chi sogna di spostare più in là il limite».

A Tesero insegue sei ori come ai Mondiali 2025: vinti i primi due, la pressione può penalizzarlo?
«La pressione logora chi perde. Se vinci la testa rimane leggera. Per lui non c’è alternativa alla normalità del successo. Quando nello sci non sarà più possibile, smetterà per fare altro: sempre al massimo».
Non è eccessiva l’ossessione per la gloria?
«La scelta è tra agonismo e dilettantismo. Il primo non vale più del secondo, ma impone scelte estreme: l’educazione di una professione. Essere seri significa provare sempre a essere i migliori».
Lei, a 85 anni, ci prova ancora?
«Ogni giorno cammino per dieci chilometri. E continuo a lavorare. Per un vecchio, provare a essere il migliore significa non rassegnarsi a fare l’anziano: impegnarsi per restare sano, resistere alla tentazione di chiedere aiuto. Quando è possibile, non si rinuncia all’ultima Olimpiade della vita».