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 2026  febbraio 13 Venerdì calendario

La mano di Maradona, i calci di Boban, la maglietta rossa di Panatta: tutte le volte che lo sport ha sfidato la politica

Nel 1990 Zorro Boban non aveva ancora compiuto 22 anni. Non aveva ancora conosciuto Berlusconi né quel Milan tritatutto. Aveva scarpe rotte e piedi sopraffini. Un ragazzino di talento sfrenato che il 13 maggio si ritrovò a menare calci volanti contro i manganelli. Lacrime e sangue in una partita di calcio poi abortita che diventò manifesto di una disgregazione politica. Sul prato dello stadio Maksimir, nel giorno di Dinamo Zagabria e Stella Rossa di Belgrado, restano 60 feriti e il trampolino della guerra dei Balcani. Ci sono giornate così dove lo sport sfida la politica. Esalta diritti o finisce piegato dai venti di guerra. La storia vive di cartoline indelebili di incroci epocali. Tanto che quel Danimarca-Stati Uniti che si giocherà sabato 14 febbraio all’Arena Santa Giulia di Milano non può non tenere sul ghiaccio mesi e mesi di minacce americane sulla Groenlandia che dal 1953 batte bandiera danese, in regime di autonomia interna dal ’79.
La madre di tutte le partite politiche però ha una data (22 giugno 1986), una sede mitologica (lo stadio Azteca di Città del Messico) e soprattutto un’immagine: quella di Diego Armando Maradona che (prima) decolla e schiaccia in rete (poi) dribbla l’Inghilterra intera e va in porta con il pallone. Quel giorno allo stadio fa un caldo cane. Gli argentini sono disperati perché la seconda maglia è torrida per giocare a quelle temperature. Raccattano in giro maglie tarocche, con collo a V e lo stemma incompleto. Ma basta Maradona, la sua «mano de dios» e il suo piede di fata per battere gli inglesi sulla scia della guerra delle Falkland iniziata 4 anni prima.
Altro giro, altra storia. Iran e Usa si trovano di fronte nel Mondiale del 1998 a Lione. Le tensioni durano dalla Rivoluzione Islamica del ’79. Sembra ieri. In campo non c’è Maradona, ma due squadre attese con l’elmetto. Polizia in stato d’allerta, il rischio di attentati è enorme. Khamenei la tocca piano chiedendo ai suoi di non avvicinarsi agli americani prima della partita. Ma gli iraniani si presentano in campo con un bouquet di rose bianche. In campo l’Iran porta a casa un 2-1 in contropiede. Ma il risultato più sorprendente sono proprio quei 90 minuti più recupero di pace, gli abbracci sugli spalti, il selfie di gruppo in campo. «Abbiamo fatto più noi in 90 minuti che i politici in 20 anni», commentò un terzino degli Usa più veloce di pensiero che di gamba.
Il calcio ha conosciuto pagine di indelebile violenza e tensione. Memorabile l’unico derby di Germania consegnato alla storia. È il Mondiale del ’74. Il 22 giugno al Volksparkstadion di Amburgo in campo non sono in 22 ma ci sono la Stasi, socialismo e democrazia, comunismo e capitalismo. Le due squadre già qualificate nel girone: condizione ideale per pensare solo al contorno. Ecco che lo sconosciuto Jürgen Sparwasser che, con la sua maglia azzurra battente falce e martello, sigla l’1-0 con cui la Ddr derise il resto del mondo. Sparwasser nato nel nulla, libero solo quando prendeva a pallonate certi muri grigi dei cortili della Germania Est si scopre icona del socialismo globale.
Certo il ’74, un bel crocevia della storia. Già nelle qualificazioni va in scena un’altra gara simbolo. Il 21 novembre ’73 il Cile si qualificò per i Mondiali in Germania vincendo contro nessuno. Due mesi prima Pinochet si era preso il potere. Il presidente dell’Urss Breznev rompe i rapporti con il Cile fascista. Gradinate e spogliatoi dello stadio Nacional di Santiago che ospitava la partita sono prigioni per gli oppositori. Torture, pestaggi: per la Fifa ci sono le condizioni per giocare. Per la partita fantasma ci sono anche 12 mila marionette sugli spalti. Il Cile schiera la formazione tipo. Da Mosca non arriva nessuno. Il Cile poi ai Mondiali tedeschi fu rimandato a casa al primo turno.
Il caso però più celebre intorno al Cile di Pinochet esce dal prato di un campo di calcio e atterra sulla terra rossissima di un campo da tennis. Qui gli attori protagonisti sono Nicola Pietrangeli (capitano-non giocatore), Adriano Panatta, Paolo Bertolucci, Corrado Barazzutti e Antonio Zugarelli. Coppa Davis 1976, diverse era tennistiche prima del bazooka di Yannick Sinner. È l’Italia degli anni di piombo, delle pistole per strada, dei 12 milioni di voti a Enrico Berlinguer. Dopo 4 mesi di risse televisive e sui giornali se partecipare o meno a quella finale, il 17 dicembre l’Italia indossa le magliette rosse e porta a casa Insalatiera e un orgoglio poi riscoperto in tempi recenti con il film di Mimmo Calopresti e dal documentario di Domenico Procacci.
Tra le pagine simbolo della storia olimpica c’è invece il bagno di sangue di Melbourne, raccontato anche da Quentin Tarantino in Freedom’s Fury. Correva l’anno olimpico 1956: Ungheria e Urss si incrociano in piscina il 6 dicembre a poche settimane dalla rivolta magiara soffocata nel sangue. Gli ungheresi a pallanuoto sono i migliori al mondo. Pronti via e capitan Gyarmati sfonda con un pugno un avversario. La piscina diventa un ring e 500 tifosi magiari completano l’opera sugli spalti. Il capitolo Guerra Fredda applicata allo sport dilaga anche davanti a una scacchiera. Mondiale 1972, sangue negli occhi tra Robert Fisher e Boris Spasskij. La sfida di scacchi più seguita di sempre. Oltre a torri e alfieri c’è di più. Casa Bianca e Henry Kissinger salgono sulle spalle di Fisher per festeggiare il colpo del secolo contro i sovietici titolari della cattedra dal dopoguerra.
Botte da orbi, anche se in questo caso fa parte del gioco, il giorno del «Miracle on Ice». Correva l’anno 1980, piena Guerra Fredda, l’Urss è appena entrata in Afghanistan. È il 22 febbraio, Lake Placid, quando gli Usa si misero in tasca l’oro olimpico dell’hockey su ghiaccio contro i giganti sovietici. In campo gli Usa non sono ancora lo star system dell’Nhl, ma un gruppo di universitari di talento. Il gol del mitologico 4-3 in faccia all’Unione Sovietica lo stampa un tale di nome Mike Eruzione, cognato di Giorgione Chinaglia. La più inattesa delle medaglie d’oro poi diventata tabù. Diceva re Micheal Jordan che per «vincere prima devi perdere». Ecco: Team Usa da quel giorno l’ha fatto per 46 anni. A Milano è un appuntamento con la storia. Con buona pace dei danesi, della Groenlandia e di quel presidente così poco olimpico.