Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  febbraio 13 Venerdì calendario

Intervista a Sandro Mazzola

Ci sono campioni che appartengono alla storia del calcio e altri che, oltre ai trofei, custodiscono radici profonde. Sandro Mazzola appartiene a entrambe le categorie: bandiera dell’Inter e protagonista di un’epoca irripetibile. Un filo affettivo con Giovinazzo, paese della provincia di Bari dove la sua mamma era imparentata con i De Venuto, nome conosciuto in città per aver gestito uno storico cinema. “Sandrino”, 83enne magnificamente lucido, ripercorre ricordi d’infanzia, aneddoti della grande Inter e momenti indelebili della sua carriera, intrecciando calcio, memoria e appartenenza, con quella naturalezza che solo i grandi sanno avere.
Mazzola, a Giovinazzo c’è una targa commemorativa che ricorda lei e suo padre. Che effetto fa saperlo?
«Mi fa pensare che mio padre è stato un grande giocatore ed un grande uomo, conosceva la gente, e non dimenticava mai i suoi compagni».
Ha qualche ricordo di quando era bambino a Giovinazzo?
«Uno, in particolare. Mi facevano tirare i calci di rigore e segnavo sempre. In realtà mi facevano segnare, ma io non lo capivo. Pensavo di essere davvero bravo. Il portiere mi faceva cenno come per dire: “Guarda che bravo che sei”. E io credevo che fosse tutto merito mio».
Suo padre Valentino, vedendo quella targa, come avrebbe reagito?
«Si sarebbe emozionato. Era troppo grande, troppo sensibile e tanto legato a certe prove di affetto».
La Puglia cos’altro le fa venire in mente?
«Che facevo tanto casino, raccoglievo fiori. Poi nel 1976, sono stato al Carnevale di Putignano con la maglia dell’Inter, dovrei averla da qualche parte. Ci sono venuto l’ultima volta 40 anni fa, sarei voluto tornarci e non è stato possibile, ma mai dire mai».
Del suo carattere c’è qualche lato meridionale?
«La testardaggine».
Dopo la tragedia di Superga in cui suo padre morì con i compagni del grande Torino, oltre a Giuseppe Meazza c’è stata un’altra figura paterna per lei?
«No, solo lui. Meazza era il mio capo, il mio capitano, l’uomo più importante per me».
La grande Inter, scelga un giocatore che ricorda con nostalgia.
«Mariolino Corso: era un fenomeno. Come calciava lui la palla, non l’ho mai visto fare a nessuno. Guardava a destra, tutti si spostavano, ma io sapevo che la voleva a sinistra. Gliela mettevo a sinistra e lui mi faceva cenno: “Ok”. Era matto. Meno male, perché poi capimmo: quando la partita era difficile, cercavi Mario, gli davi la palla e lui ti faceva l’assist o il gol».
Lei ha vissuto sotto altre vesti Lothar Matthäus. Chi era più forte tra il tedesco e Luisito Suarez?
«Bella lotta. Non si può dire chi fosse più bravo, per cui dico pari».
Quando esordì nella famosa partita persa 9-1 contro la Juventus, cosa pensò di Angelo Moratti?
«Ero un bambino. Pensai: questo è matto, non si può fare una cosa del genere. Però, appena lo vidi, gli dissi che era giusto».
Ha una partita, magari non una finale o con una rivale meno blasonata, che le è rimasta nel cuore?
«Tutte quelle con Milan e Juve, dovevamo scendere in campo per vincere e basta, non c’erano altri risultati che andassero bene, e lo sentivi dentro il petto. E col Milan dovevamo dimostrare che noi eravamo la prima squadra di Milano».
L’aneddoto che la fa sorridere della grande Inter?
«Alla finale di Coppa Intercontinentale in Argentina contro l’Independiente ci fingemmo ragazzini e spiammo l’allenamento avversario. Quando lo seppe, Herrera si infuriò»
Finali perse: le fa più male quella con Ajax o l’altra con il Celtic?
«Celtic, eravamo convinti di vincere. Invece li sottovalutammo. Anche se contro l’Ajax di Cruijff io ci credevo».
Ricorda il gesto di Puskas che le portò la sua maglia dicendo, a fine partita, «sei un degno erede di tuo padre»?
«Mi tremarono le gambe e, se ci penso ancora, mi tremano di nuovo. Puskas era il mio dio, tu andavi in chiesa per pregare di giocare con o contro di lui, anche se dopo ti faceva gol».
Lei ha vinto tutto: Coppe Campioni, scudetti, l’Europeo con la nazionale, qual è stato il titolo il più bello?
«Non un trofeo: la partita contro la Germania, quella del 4-3. Era difficilissimo batterli. Ma entrammo in campo con la voglia di dimostrare che eravamo più forti noi».
Suo fratello Ferruccio ha gettato qualche ombra sulle vittorie dell’Inter, per i famosi caffè.
«Mio fratello, quando diceva una cosa, non aveva mai ragione (ride, ndr). Le nostre vittorie erano pulite».
Da seconda voce era un commentatore raffinato, pacato. Oggi invece si mette più enfasi nelle telecronache. Cosa ne pensa?
«Il mondo cambia. Oggi il modo di commentare è diverso e serve a far capire alla gente cosa succede in campo. Fanno bene a comportarsi così».
Ricorda la telecronaca della finale del 2006 tra Italia e Francia a Berlino?
«Non realizzavo che avevamo vinto. Poi guardai il mio carissimo amico Marco Civoli negli occhi e gli dissi: “Dai, continuiamo”. Io volevo che quella partita non finisse mai, davvero».
Ha visto vincere l’Italia due mondiali, 1982 e 2006, uno in tribuna d’onore, l’altro in tribuna stampa: anche solo per un attimo, ha ripensato a cosa provò nella finale persa nel 1970?
«Neanche un attimo. Da calciatore sei in campo in prima persona, quando sei tifoso sei sempre in campo ma sotto un’altra veste».
Lei rifiutò le grandi squadre estere per restare all’Inter?
«Eh sì, per me l’Inter era l’Inter. Con mio fratello ero cresciuto così. È come quando vai a farti la confessione o la comunione, è una cosa sacra. La vede quella foto laggiù? Quelli siamo io e mio Ferruccio da bambini con la maglia dell’Inter. Come avremmo potuto?».
I momenti più belli da dirigente dell’Inter?
«Quando facevo capire ai ragazzi che anche il gesto più semplice nei loro confronti era importante. Lo facevo per il loro bene, affinché si presentassero in campo nel migliore dei modi. Ed è cosi che si vincevano le partite».
Perché non ha mai pensato di allenare?
«Perché ho sempre visto l’allenatore come una figura di riferimento, da seguire, non mi ci vedevo a dirigere».
Segue ancora il calcio?
«Sempre. Il calcio è la mia vita».
Chi le piace dell’Inter di oggi?
«Lautaro mi piace tantissimo. Anche Dimarco, batte certe punizioni».
Le ricordano per caso...
«Alt, non ci provi. Mariolino Corso è inarrivabile».
Che consigli dà a suo nipote Valentino che pratica calcio?
«Devo darglieli sottovoce, perché porta il nome di papà, se lo chiamo e gli dico “Valentino, fai così…” succede un finimondo. Allora devo saperlo prendere e dire magari “Valentino, non fare così”. Diventa tutto più facile, lui riesce a entrare in partita ed a giocare sereno».