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 2026  febbraio 13 Venerdì calendario

Intervista a Italo Bocchino

Non ha mai pensato di cambiare il suo cognome, nonostante gli sfottò da ragazzo. E, nel caso, avrebbe preso il doppio cognome, aggiungendo quello della madre: De Cristofaro. Italo Bocchino, napoletano, classe 1967, giornalista, direttore editoriale del Secolo d’Italia, per 4 volte deputato da An al Pdl fino a Futuro e Libertà, con un passato nel quotidiano Roma, commenta l’episodio dei tre fratelli di Rimini che hanno scelto di rinunciare al cognome «Bocchini» per adottare quello della madre, «Muratori».
 
Bocchino che ne pensa di questa scelta, con un cognome molto simile al suo?
«Io non ho mai voluto cambiarlo. Se la cosa genera un disappunto, un fastidio è bene farlo, altrimenti no, dipende da come la si vive. Ma li capisco. Ho due figlie e il mio cognome finirà con loro però ho chiesto se volevano anticipare questa fine ma loro non hanno voluto. Forse perché ora sono avvantaggiate, essendo il mio cognome noto e più volte apparso in tv o sui giornali».

L’ha sdoganato allora.
«Esattamente. Anche se per me è stato un po’ più complicato, perché comunque qualche presa in giro l’ho avuta quando ero ragazzo, non a scuola però».
Mai preso a pugni nessuno?
«Non ho mai fatto a botte perché il fisico non me lo permetteva e non me lo permette tuttora. Sono un nano rachitico, preferivo usare le armi dialettiche sapendo di potermela giocare così. Rispondevo scherzosamente a tono. Mio padre, che aveva un modo di fare un po’ dissacrante, diceva che bisognava dissacrare le cose che ti potevano far star male, e così ho fatto».
Scuole senza problemi allora?
«Ho fatto le elementari ad Aversa, era una classe di ragazzi della piccola borghesia di provincia degli anni ‘70, dove c’era una grande attenzione per l’educazione nei confronti dei figli, perché i nostri genitori erano stati i primi ad aver studiato all’interno delle loro famiglie. Mio padre era direttore dell’ufficio postale e mia madre maestra elementare, ci tenevano molto a far sì che noi parlassimo solo in italiano e non usassimo nessuna parola in dialetto, e che fossimo rispettosi nei confronti di tutti. Si era educati e ci si proteggeva all’interno della comunità».
E dopo?
«Mi sono trasferito in Umbria, in una piccola realtà, a Cascia in provincia di Perugia, dove ho fatto le medie: un paese di mille abitanti, lì tutti si conoscevano e gli episodi sgradevoli non erano proprio all’ordine del giorno, come pure alle superiori a Norcia. Poi l’università a Perugia ma alla fine mi sono laureato in giurisprudenza alla Federico II».
Quindi è stato un ragazzino tranquillo.
«Non ho dato mai un problema ai miei genitori, non sono mai mancato un giorno a scuola, mi sono diplomato prima dei diciott’anni e ho cominciato a lavorare: ho fatto il cameriere in un ristorante, ho lavorato alla reception dell’albergo, il venditore porta-a-porta di corsi di inglese e d’informatica, il commesso in una libreria universitaria di Perugia e anche l’impiegato comunale a Cascia. Ma poi mi sono licenziato sconvolgendo mio padre che voleva che avessi il posto fisso. Io invece gli dissi che avrei studiato e fatto politica, sembravo pazzo ma alla fine non è stato così».
Suo padre l’ha chiamata Italo: un nome che è anche un destino politico?
«Mi chiamo così in onore di Italo Balbo perché papà era un fascista anomalo e amava Balbo perché era coraggioso e anche contrario alle leggi razziali. Balbo arrivò a Chicago con un idrovolante, compiendo un’impresa che ha cambiato la storia del volo aereo, è stata la prima tappa dell’aviazione commerciale. E poi quando era governatore della Libia, espose un cartello fuori alla sede del governatorato per dire che gli ebrei lì erano ben accetti. Anche mio padre era attento alle ragioni degli ebrei. Ecco questi furono i due motivi per cui decise di chiamarmi Italo, una cosa anomala perché negli anni ‘60 si mettevano ai figli i nomi dei propri genitori, e io mi sarei dovuto chiamare Oreste».
I tre fratelli si sono mobilitati solo perché il loro era un cognome “imbarazzante”. Evidentemente c’è una società che spinge a fare questo, non crede?
«Quello del bullismo è un tema molto serio che non riguarda solo i ragazzi ma ormai anche gli adulti. Penso al bullismo sui social, al body shaming e a tante cose che prima non accadevano, si era molto più attenti, c’era più delicatezza, era una società più educata. Oggi invece ci sono ragazzine che vengono spinte anche al suicidio per il bullismo».
 
Cosa dovrebbe fare il governo per prevenire atti di bullismo e cyber bullismo?
«Le misure sono molto importanti come pure le pene e la repressione, però credo che il tema riguardi l’educazione e i dirigenti scolastici. Il bullismo è figlio di una carenza di educazione familiare, perché se un padre in televisione vede una cantante grassa e dice “guarda quella cicciona quanto fa schifo”, è chiaro che sta istillando un certo tipo di meccanismo nella mente del figlio che magari è ancora un bambino. Poi c’è il tema della scuola: a me è capitato che una delle mie figlie fosse vittima di atti di bullismo».
Che è successo a sua figlia?
«Alla scuola media a Roma dove lei era più piccola delle altre perché anticipataria, un gruppetto di bulle più grandi l’aveva messa all’angolo. Sono stato costretto a iscriverla altrove, perché il dirigente scolastico non è intervenuto. Ora non dico che bisogna tornare al ceffone di una volta che pure ci ha fatto tanto bene, però di ritornare a una punizione esemplare sì. E se uno fa un atto di bullismo magari gli dai venti giorni di sospensione, gli metti cinque in condotta, lo rimandi in quattro materie e dopo non lo fa più! Invece oggi gli insegnanti hanno paura dei genitori, sono figli della cultura buonista della sinistra. Consiglio a tutti di leggere “L’elogio della disciplina” scritto dal pedagogo tedesco Bueb. La scuola serve a educare prima, istruendo poi».
A proposito di libri, il 27 febbraio sarà al Circolo Posillipo a Napoli per presentare il suo ultimo lavoro, «Giorgia la figlia del popolo», assieme a Gianfranco Fini. c’è qualche parallelismo con “M. Il figlio del secolo” il libro di Scurati su Mussolini vincitore del Premio Strega nel 2019?
«Dà quest’idea, solo che mentre Scurati ha utilizzato la M di Mussolini per fare marketing, io non ho utilizzato la M di Meloni, ma il nome di battesimo».