corriere.it, 12 febbraio 2026
Spazio, Bezos si allea con l’Europa e rilancia la sfida a Musk: decollato Ariane 64, il razzo Ue più potente
Quando i quattro booster a propellente solido dell’Ariane 64 si accendono, il boato che scuote la base spaziale di Kourou, nella Guyana Francese, è impressionante. Anche a 7 chilometri di distanza, dal punto di osservazione Toucan (il più vicino alla rampa di lancio aperto alla stampa), l’onda d’urto ti entra nello sterno. Quello che abbiamo visto salire verso il cielo equatoriale è il razzo più potente mai realizzato dall’Europa: si chiama Ariane 64 e il «4» del numero sta per i quattro booster, i propulsori che portano una quota importante di Italia a questa missione, visto che sono realizzati dalla Avio di Colleferro, Roma. La missione è stata completata con successo: nome in codice VA267 per Arianespace, mentre era LE-01 per Amazon, il cliente che ha «affittato» Ariane 64 per mandare in orbita 32 satelliti della costellazione Amazon Leo. Con questo lancio, c’è la certezza che Jeff Bezos vuole fare sul serio e andare seriamente a far concorrenza al rivale Elon Musk nel sempre più strategico settore dell’Internet satellitare. Se finora Leo (ex Project Kuiper) sembrava ancora in una fase embrionale, di test prolungato, ora c’è un cambio di passo. La rincorsa di Bezos a Musk è iniziata e l’Europa gioca un ruolo importante, che fa bene all’industria spaziale del Vecchio Continente, porta conoscenze e dati preziosi, oltre a denaro da reinvestire.
I numeri al momento parlano chiaro: mentre l’Ariane 64 metteva in orbita le sue 20 tonnellate, sopra le nostre teste volavano già oltre 9.600 satelliti Starlink attivi, che servono circa 9 milioni di clienti nel mondo. Amazon, con questo lancio, arriva a 212 satelliti. Eppure a Kourou, tra i tecnici e i manager di Amazon, si respira entusiasmo. La strategia è chiara, i fondi non mancano e alcuni dettagli sono differenti rispetto a quelli del team di Musk.
I satelliti di Bezos orbitano più in alto (tra 590 e 630 km) rispetto a quelli di Starlink (550 km circa). Questo significa che ognuno «vede» più superficie terrestre e dunque per coprire il pianeta ne serviranno meno (il contrappasso? Una latenza leggermente superiore, qualche millisecondo in più che però può pesare solo per poche attività, molto specializzate).
Per Amazon c’è anche un tema non eludibile di tempistica. Di recente, la Federal Communications Commission (Fcc) americana ha dato il via libera alla «Gen 2» di Leo, fino a un totale di ben 7.736 satelliti. Ma le regole attuali impongono ad Amazon di avere in orbita il 50% della sua prima generazione (circa 1.600 satelliti) entro il 30 luglio 2026. Mancano cinque mesi e circa 1.400 satelliti. È aritmeticamente (quasi) impossibile: Amazon lo sa e ha già bussato alla porta della Fcc chiedendo una deroga. Se non arriva, Amazon rischia di perdere i diritti sulle frequenze: sarebbe una catastrofe che Bezos non può permettersi. e la palla è in mano agli avvocati dell’azienda di Seattle.
Lisa Scalpone, Head of Global Consumer in Amazon Leo, nel corso di un colloquio a Kourou si è detta fiduciosa: «Stiamo lavorando molto da vicino con la Fcc sul tema».
Poi c’è la questione delle antenne, fondamentale per la connettività satellitare. Amazon ha sviluppato tre modelli per coprire ogni fascia di mercato: il Leo Nano, un quadrato da 18 cm che garantisce 100 Mbps; il Leo Pro per le case, fino a 400 Mbps; e il Leo Ultra, un dispositivo potente per aziende e governi che scarica a 1 Gbps. L’obiettivo è non lasciare scoperto nessun segmento.
Un’altra scommessa tecnica di Amazon sta nell’elettronica di bordo. Ogni satellite Leo monta il chip proprietario Prometheus. È un piccolo server che elabora fino a 1 Terabit al secondo, direttamente in orbita. I satelliti comunicano tra loro con laser e si scambiano dati lassù, senza doverli far scendere continuamente verso le stazioni terrestri. Ma per far funzionare questa rete serve precisione chirurgica nel posizionamento. Qui entra in gioco un’idea europea brillante: l’Apu (Auxiliary propulsion unit), un piccolo motore montato sullo stadio superiore dell’Ariane 6. Il suo compito è dare spinte continue e millimetriche per stabilizzare il razzo mentre rilascia i satelliti a gruppi. Evita collisioni appena dopo il rilascio e mantiene i propellenti nei serbatoi, permettendo al motore principale di riaccendersi per poi deorbitare in sicurezza.
Costruire i satelliti è difficile, ma portarli fino all’ambiente equatoriale della Guyana Francese lo è altrettanto, se non di più. Durante i briefing pre-lancio, i responsabili del programma ci hanno spiegato la logistica, molto complessa, dietro questa operazione. I satelliti nascono nello stato di Washington, a Kirkland. Da lì vengono spediti in Florida, al Kennedy Space Center, per i controlli e il rifornimento. Infine vengono caricati su aerei cargo e portati qui nella giungla sudamericana.
Che ricordiamo, è stata scelta per la base spaziale europeo non per esotismo, ma perché a queste latitudini la rotazione della Terra “regala” velocità iniziale ai razzi, permettendo di ridurre il carburante necessario o di aumentare il carico utile rispetto a un lancio da latitudini più elevate, tipo in Francia o in Italia.
Ma torniamo al viaggio, faticoso e difficile, dei satelliti Leo: perché avviene? Perché impilare 32 satelliti su un unico razzo richiede un sistema di «dispenser» complesso, con i satelliti sistemati a strati di nove per volta. Una sorta di Tetris orbitale che viene preparato negli Stati Uniti e finalizzato qui a Kourou in camere bianche iper-tecnologiche.
Per chi segue la tecnica aerospaziale, l’Ariane 64 è interessante per come è costruito. La filosofia è opposta a quella di SpaceX, dove tutto viene fatto in casa: qui si punta sulla modularità e al coinvolgimento di tutta l’Europa, visto che nasce con l’obiettivo chiaro di garantire all’Ue un accesso autonomo allo spazio. Più di 13.000 ingegneri, tecnici e ricercatori, provenienti da 13 paesi europei sono coinvolti nella sua progettazione, costruzione e integrazione.
Il cuore del sistema è il motore a propellente solido P120C. E qui ecco la modularità: ne monti due ai lati del corpo centrale e ottieni l’Ariane 62, la versione leggera per missioni istituzionali. Ne monti quattro, come oggi per Amazon, e hai l’Ariane 64 che porta 20 tonnellate in orbita bassa.
E per di più è condiviso anche con il Vega-C, lanciatore leggero europeo sviluppato dall’azienda italiana Avio: il suo primo stadio è lo stesso P120C. Questa scelta permette economie di scala fondamentali per restare competitivi sul mercato.
Gli sviluppi futuri sono già delineati. Con il cosiddetto Ariane 6 Block 2 verranno utilizati booster più grandi, chiamati P160C, di 1 metro più lunghi e che aumenteranno la capacità di propellente di 14 tonnellate, fino a un totale di 156 tonnellate. Di fatto il P160C aumenterà del 10% circa le prestazioni di Ariane 6 e di Vega-C, senza costi aggiuntivi. Un test, riuscito, di P160C è già stato effettuato nell’aprile 2025 e nel corso di quest’anno la versione migliorata di Ariane 6 dovrebbe volare. L’obiettivo è aumentare la capacità di carico di altre 2 tonnellate verso l’orbita bassa, fondamentale per le mega-costellazioni come Leo.
Mentre la sfida fra Musk e Bezos entra nel vivo, è importante ricordare quali sono i piani dell’Europa, considerato che le tensioni con gli Stati Uniti di Donald Trump (e del suo stretto alleato Musk) sollevano molti dubbi in termini di sovranità, in un settore come quello della connettività dal cielo essenziale per il futuro, come ha dimostrato la guerra in Ucraina.
L’Europa sta cercando di recuperare terreno con Iris² (pronunciato «Iris Square», Infrastructure for Resilience, Interconnectivity and Security by Satellite), un programma che dovrebbe essere operativo entro il 2030. A differenza delle mega-costellazioni americane, Iris² punta su qualità e sicurezza: solo 290 satelliti (272 in orbita bassa, 18 in orbita media) contro le migliaia di Starlink e Amazon.
Il consorzio SpaceRise (formato da Ses, Eutelsat e Hispasat, con Thales Alenia Space, OHB e Airbus) ha firmato nel dicembre 2024 un contratto di concessione di 12 anni con la Commissione Europea. Una carta che Iris² potrà giorcarsi sarà l’integrazione con la rete quantistica europea (EuroQci): comunicazioni teoricamente inattaccabili anche dai futuri computer quantistici, un livello di sicurezza che le reti commerciali americane non offrono ai governi stranieri. Per legge, Iris² dovrà usare solo lanciatori europei (Ariane 6 e Vega-C), garantendo che i fondi pubblici restino in Europa.
E poi ovviamente c’è la Cina, che sta inondando l’orbita con una strategia aggressiva. Pechino vede lo spazio in orbita bassa (Leo) come territorio strategico da occupare prima che gli Stati Uniti si prendano tutte le frequenze e le orbite migliori. Sta dispiegando due mega-costellazioni: Guowang (13.000 satelliti previsti) e G60 Starlink (14.000 satelliti). All’inizio del 2026 c’è stato un picco di lanci: il 13 gennaio due razzi hanno lanciato satelliti nel giro di poche ore. La Cina ha anche depositato richieste all’ITU (l’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni, l’agenzia specializzata delle Nazioni Unite responsabile per i temi legati alle tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni) addirittura per 200.000 satelliti: probabilmente una mossa per bloccare gli slot orbitali e le frequenze all’Occidente, anche se Pechino non li lancerà mai tutti.