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 2026  febbraio 13 Venerdì calendario

Mio padre: Dario Fo

Sono solo numeri. Ma quando sono tondi, ecco scoccare l’anniversario. Arma a doppio taglio, motore di memorie, festeggiamenti, ripensamenti. «Se poi sono due, lo sconquasso emotivo è in agguato» sorride Jacopo Fo, figlio di Dario e Franca Rame, alle prese con i 100 anni della nascita e i 10 della scomparsa del padre. Gran giullare e premio Nobel per la Letteratura nato a Sangiano il 24 marzo 1926, morto a Milano il 13 ottobre 2016. «Date inoppugnabili ma che mi danno un certo turbamento. Perché non mi torna nessuna delle due. Dario centenario fatico a pensarlo, se n’è andato a 90, giovane fino all’ultimo. E ancora più mi spiazzano i 10 dalla morte. Per me è stato ieri».
Moltissimi gli omaggi, in Italia e in mezzo mondo...
«Cent’anni per cento Paesi è il programma messo a punto dalla Fondazione Fo-Rame presieduta da mia figlia Mattea Fo, lei e suo marito Stefano Bertea stanno facendo un gran lavoro. Il 23 marzo Mattea e io saremo a uno speciale su Raitre, il 24, compleanno di Dario, tutti al Sistina: Mattea, Jaele, la mia seconda figlia, e tanti amici, da Ambra Angiolini a Carlin Petrini, da Moni Ovadia a Anna Foglietta, Lodo Guenzi, Pirovano, Strabioli, Travaglio, Celestini».
Tornando a quell’addio annunciato, come l’ha vissuto?
«Con stupore. All’ultima visita il suo pneumologo, viste le lastre, mi prese e disse: gli restano pochi giorni. Ha resistito quattro mesi. E di vita vera. Si è buttato su Darwin, l’ultimo progetto, ci ha scritto un libro, ha dipinto quadri. Alle soglie della morte voleva indagare le origini e i segreti della creazione. Un ultimo grande tuffo nella vita, da laico affascinato dal mistero».
Ha anche trovato la forza per un ultimo Mistero Buffo...
«Il primo agosto a Roma ha tenuto banco due ore. Ho chiamato il medico: Dario sta cantando davanti a 3.000 persone. “Sono ateo – mi ha risposto – ma ora credo ai miracoli”. Poi il declino. In ospedale, imbottito di analgesici, ha iniziato ad avere allucinazioni. Vedeva le sue cattedrali, dal duomo di Modena a quello di Milano. Vedeva me in forme diverse: adesso sei una statua di marmo, adesso un groviglio di capelli... La parete di fronte la vedeva piena di strisce colorate. Voleva dipingerle sul muro, il primario gli dette via libera. La mattina dopo sarebbero arrivati i suoi assistenti con i colori. Ma se n’è andato nella notte».
Le visioni del resto erano di casa. È vero che la madre di Dario aveva previsto il Nobel?
«A mia nonna Pina una zingara aveva predetto che suo figlio sarebbe diventato famoso in tutto il mondo. E lei aveva stabilito che Dario, allora 17enne, avrebbe vinto il Nobel. Così quando oltre mezzo secolo dopo, 1997, lo vinse davvero in casa nessuno si stupì troppo. La Pina l’aveva detto».

È stato quello il suo giorno più felice?
«No, il più felice è stato quando, molti anni prima, mia madre l’aveva baciato dietro le quinte di un teatro. Aveva preso lei l’iniziativa, lui non osava. E poi la gioia di destinare il premio del Nobel per acquistare pulmini per disabili».

Un’amarezza?
«Avevano affittato un treno da far viaggiare per l’Italia con testimonianze legate alle tante stragi di Stato. Dovevano essere migliaia, si sono ritrovati in quattro gatti. Partiti e sindacati si erano tirati indietro. Ci sono rimasti malissimo».

Cosa direbbe suo padre dell’attuale governo?
«Piuttosto cosa avrebbe detto dell’attuale sinistra? Che ripete pari pari gli stessi errori fatti con Berlusconi. Allora aveva detto: “Sapete solo attaccare, non avete obbiettivi, non sapete raccontare”. Penso lo ripeterebbe anche oggi».
Geniale, imprevedibile in scena. Ma come padre?
«Dietro la sua aria giocherellona e svanita, era d’acciaio. Subito dopo lo stupro, mia madre si era chiusa in camera e io le stavo vicino, a pezzi come lei. Avevo 18 anni. Quando uscii dalla stanza Dario era lì, il volto come di pietra. Io avrei voluto rotolarmi per terra dal dolore, ma lui mi prese per un braccio e disse: siamo comunisti, dobbiamo mettere in conto che ci possono succedere di queste cose. Non l’ho mai visto piangere».
Neanche quando è morta Franca?
«Non davanti a me. E poi per lui Franca non è mai morta. Ha continuato a parlare con lei, a chiederle consiglio su tutto. Un giorno non trovava più gli auricolari e dovevamo partire. “Franca, aiutami!” si è messo a gridare al cielo. Ed ecco che brilla qualcosa nel lavandino. Erano lì. Morta o viva, Franca arriva sempre in soccorso».
Non dev’essere stato facile avere simili genitori...
«A 60 anni sono andato dallo psichiatra. Gli ho detto della mia impossibilità di lasciarmi andare... Ilaria, la mia nuova moglie, è psicanalista. Mi ha incoraggiato a scrivere tutto questo in un libro Com’è essere figlio di Franca Rame e Dario Fo».
E come sarà esserne il nipote? Da qualche mese lei ha un terzo figlio. Cosa gli racconterà di Dario?
«Di nuovo padre a 70 anni! Un regalo inatteso. Gli racconterò le storie straordinarie che Dario raccontava a me. Gli racconterò di Dario e Franca. Si può amare anche chi non hai mai incontrato».