Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  febbraio 13 Venerdì calendario

Per le donne meno posti e stipendi più bassi. Il gap di genere post laurea

Più brave, più determinate e rapide negli studi, eppure ancora penalizzate negli sbocchi occupazionali e soprattutto nello stipendio. Le laureate italiane, in media, hanno in tasca un titolo di studio preso prima e con un voto più alto di quello dei loro ex compagni di studi, ma hanno anche un portafogli decisamente più leggero, visto che ogni mese portano a casa 250-300 euro in meno. A cinque anni dalla laurea gli uomini prendono circa il 15 per cento in più. Se poi le donne, insieme alla carriera, hanno anche la pretesa di avere dei figli, lo svantaggio raddoppia: 34,3 per cento.
Nel mondo del lavoro la parità di genere è ancora di là da venire e i fenomeni cosiddetti di segregazione e autosegregazione femminile sono tuttora molto presenti. Eppure di conquiste negli ultimi anni ne sono state fatte. Per esempio nell’area delle Stem (acronimo di Science, Technology, Engineering, Mathematics) dove le donne oggi sono il 41,1 per cento del totale. Peccato che questa quota non cresca più dal 2015 e che, una volta uscite dall’università, anche per le laureate in discipline tecnico-scientifiche ci siano meno opportunità di lavoro (+3,7 per cento di disoccupazione rispetto agli uomini, anche se stiamo parlando di livelli altissimi di occupabilità: 91,1 per cento) e comunque e sempre stipendi significativamente più bassi di quelli dei colleghi.
Sono i dati del Rapporto di genere AlmaLaurea 2026 presentato all’Università di Modena e Reggio Emilia, seconda edizione dell’indagine tematica dedicata alle differenze tra laureate e laureati nei percorsi di studio e negli esiti occupazionali. Le donne che tagliano il traguardo universitario sono molte di più degli uomini: sfiorano il sessanta per cento. La loro carriera di studi è più brillante di quella dei loro colleghi: sono più veloci (60,9 per cento di laureate in corso contro 55,4 per cento) e ottengono in media voti di laurea più alti (104,5/110 rispetto a 102,6). Ma man mano che si sale di livello la rappresentanza femminile si erode: 59,4 per cento delle lauree di primo livello, 57,8 delle magistrali, meno del 50 per cento dei dottorati (49,7).
Un dato molto significativo è quello che riguarda la famiglia d’origine. Le donne infatti danno una spinta in più all’ascensore sociale visto che quasi il 70 per cento delle laureate ha genitori non laureati, contro il 62,8 degli uomini. Quando i genitori sono laureati, le donne seguono le orme del padre o della madre con minore frequenza rispetto ai figli maschi (19,4 per cento contro 21,8).
Il divario cresce nelle lauree magistrali a ciclo unico come Legge e Medicina, che sono percorsi che conducono più spesso alla libera professione o al lavoro autonomo: l’«ereditarietà del titolo di studio» riguarda il 33,2 per cento delle donne e addirittura il 45,2 per cento degli uomini. Sarebbe interessante capire se questa differenza dipenda da una maggiore o minore attitudine a restare nel solco delle tradizioni familiari, oppure dal fatto che i genitori fanno un diverso investimento sulle carriere dei figli a seconda che siano maschi o femmine. E ancora, nel 12,5 per cento dei casi gli uomini scelgono il percorso del padre, mentre solo il 6,3 sceglie quello della madre; le donne invece non fanno distinzione fra i genitori: l’8,6 per cento si accoda ai padri, l’8,4 alle madri.
Lo squilibrio di genere nelle materie Stem si riflette in modo speculare anche nelle altre discipline: nel settore Educazione e Formazione, in particolare, gli uomini sono praticamente inesistenti, visto che la presenza femminile supera il 95 per cento. Un dato che obbliga a fare una riflessione sulla persistenza di forti condizionamenti culturali e sociali. Come scrivono gli esperti di AlmaLaurea: «Sembrerebbe che agisca una canalizzazione precoce delle scelte formative, che indirizza in misura prevalente le donne verso professioni educative e di cura». In generale gli uomini hanno più spesso contratti a tempo indeterminato (il 57,8 per cento rispetto al 52,1) e hanno accesso a professioni di più alto livello anche nel settore pubblico. Per quanto riguarda la retribuzione, tra i laureati di primo livello, a cinque anni dal conseguimento del titolo le donne guadagnano 1.686 euro netti contro i 1.935 degli uomini; nel secondo livello 1.722 contro 2.012.
Rispetto al passato, è diminuita la disponibilità ad accettare lavori pagati poco, ma le laureate che si dichiarano disposte a prendere compensi bassi (massimo 1.250 euro mensili) sono comunque il doppio dei laureati: 14,2 per cento contro 7,8.