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 2026  febbraio 13 Venerdì calendario

Viminale «bucato». Così sei ragazzini beffavano le big tech fingendosi poliziotti

Due autentiche caselle email istituzionali del Ministero dell’Interno corrispondenti a due veri agenti di polizia, e una reale casella mail istituzionale dei Carabinieri corrispondente a un vero militare, quantomeno nel 2021-2022 sono state utilizzate da sei «smanettoni» poco più che ventenni, assoldati da un misterioso committente sul dark web, per sostituirsi a quegli agenti.
E, al loro posto e nella loro veste, per scrivere a Wind, Telecom, Vodafone, Iliad, Microsoft, TikTok, Amazon, Facebook, e Snapchat per cercare a volte l’accreditamento al portale dedicato da ciascuna di queste compagnie alle richieste delle forze dell’ordine, e altre volte dati riservati sulla clientela; a Google per farsi dare gli account di due persone con la giustificazione di un apparente ma falso decreto antiterrorismo della Procura di Potenza; alla società israeliana Nso Group Technologies e alla società Chainalysis.com per chiedere di sperimentare la versione «demo», rispettivamente, di un software per infettare e intercettare cellulari, e di un programma invece per rintracciare portafogli di criptovalute; a Microsoft per chiedere con urgenza notizie sulla società israeliana Finovation per asseriti (pure falsificati) motivi di sicurezza nazionale; a TikTok per sollecitare i dati di quattro youtuber con milioni di follower dopo essere stati protagonisti del reality-show Il Collegio su Rai2; e persino per telefonare al Dipartimento di Stato americano, facendo figurare la chiamata come proveniente dallo Stato Maggiore del Ministero della Difesa.
Il Viminale, tutte le società elencate e il Dipartimento di Stato americano sono infatti indicate dalla Procura di Milano come «persone offese» nella richiesta di rinvio a giudizio formulata ora dalle pm Francesca Crupi e Bianca Maria Eugenia Baj Macario per accesso abusivo a sistema informatico e sostituzione di persona, in una indagine scaturita dalla denuncia dell’avvocato Alberto Sirani per conto di Microsoft.
I sei giovanissimi indagati sostengono di non essere stati loro a «bucare» la rete informatica del Ministero o a «comprare» in qualche modo le credenziali dei veri poliziotti, ma di averle ricevute sul web dai (sinora non identificati) «nickname» che li avrebbero reclutati come manodopera per le abusive richieste alle compagnie.
Uno dei sei, oggi detenuto a Milano in esecuzione di una condanna definitiva per rapina aggravata, afferma nell’interrogatorio di «sapere che (alcuni indicati complici, ndr) avevano in condivisione gli accessi ai vari portali riservati delle forze dell’ordine». E sullo scopo di questi hackeraggi accenna non tanto (come in altri recenti casi) a possibili dossieraggi, ma a un movente più pratico: «L’obiettivo era trarre denaro dalle informazioni e accedere ai conti delle persone per ricattarle o rapinarle. Gli accordi (con l’organizzatore misterioso su Internet, ndr) erano che a me avrebbe dato il 20% in criptovalute».