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 2026  febbraio 13 Venerdì calendario

Troppa burocrazia Ue, le accuse di Merz e il muro di Ursula. «Colpa degli Stati»

Helmut Schmidt amava dire che «i politici con le visioni dovrebbero andare dal medico». Una professione di pragmatismo del grande cancelliere, che tuttavia non perdeva mai il rapporto con una finalità più grande. Era il mondo di ieri. L’eccesso di visione non è certo un problema né di Friedrich Merz, né di Ursula von der Leyen. Il capo del governo di Berlino e la presidente della Commissione Ue – insieme a Giorgia Meloni, new kid on the block nella cabina di regia dell’Ue – puntano infatti tutto su semplificazione burocratica e accordi commerciali, come pragmatici talismani per rilanciare competitività e crescita, assicurando all’Unione forza e indipendenza strategica di fronte a Usa e Cina.
In molti, da Mario Monti agli economisti Marco Buti e Marcello Messori, esprimono ragionevoli riserve sul fatto che sia questa la terapia giusta. Né le raccomandazioni del documento italo-tedesco sulla competitività, echeggiate da von der Leyen alla vigilia del vertice informale di Alden Biesen, sembrano condividere lo spirito e soprattutto la lettera dei rapporti di Mario Draghi ed Enrico Letta, dal momento che ne ignorano parti cruciali, come la mobilitazione dei risparmi privati e il debito comune, la preferenza europea mirata, lo snellimento del processo decisionale.
Ma qui vogliamo occuparci del gioco delle ombre dietro le quinte del castello nel Limburgo, che segnala un’increspatura nei rapporti tra Merz e von der Leyen, fin qui caratterizzati da totale obbedienza di quest’ultima al cancelliere. Non che la presidente della Commissione abbia mai brillato per coraggio o autonomia di pensiero. Dal 2019, quando Emmanuel Macron e Angela Merkel la misero alla guida del Berlaymont, von der Leyen è stata tutto e il contrario di tutto: campionessa del Green Deal nei primi cinque anni, e poi paladina della crociata per smantellarlo dopo la riconferma del 2024. Da quando poi Friedrich Merz è diventato cancelliere, la presidente della Commissione ne ha seguito ciecamente le istruzioni, in primis quella di evitare qualsiasi scontro con gli Stati Uniti di Donald Trump. Un atteggiamento che ha portato all’imbarazzante «bacio della pantofola» della scorsa estate in Scozia, con l’accettazione di dazi americani all’Ue che non hanno né placato né ridotto le mire predatorie del capo della Casa Bianca. Tutto questo ha avuto un prezzo per la stabilità politica di von der Leyen, criticata da destra e da sinistra, compresi i suoi popolari, nel Parlamento europeo, dove ha dovuto affrontare quattro mozioni di sfiducia in pochi mesi.
Ma negli ultimi giorni è successo qualcosa. In due occasioni, infatti, von der Leyen si è ribellata. E questa volta contro il suo dante causa. «Lottiamo contro le istituzioni dell’Unione europea – ha detto Merz mercoledì sera ad Anversa —, che non sono così veloci come dovrebbero essere. Il collo di bottiglia per noi è in pezzi della Commissione e sfortunatamente anche del Parlamento. Sento che Ursula von der Leyen sta lavorando per ridurre la burocrazia ma francamente non ci siamo». È stato un classico esempio di «Brussel bashing», venerata modalità di capi di governo e ministri europei che consiste nel rovesciare sulla Commissione e la sua tentacolare burocrazia tutte le colpe dello stallo dell’Ue.
La risposta di von der Leyen è stata sferzante: invece di lamentarsi di Bruxelles, i leader degli Stati membri dovrebbero fare i compiti a casa ed «eliminare le barriere nazionali che rendono la vita dura alle imprese». Un esempio? Un camion può trasportare fino a 44 tonnellate di merce in Belgio, ma solo 40 tonnellate in Francia. Questo rallenta e crea problemi enormi al traffico transfrontaliero: «Abbiamo proposto di armonizzare queste leggi, ma sono passati due anni e il nuovo regime è ancora in discussione», ha ricordato von der Leyen. Un altro? «Alcuni Stati membri accettano solo corrispondenza per fax». Touché: il Paese dei fax è proprio la Germania, dove la digitalizzazione è ancora all’alba.
Se l’increspatura sia il segnale di qualcosa di più profondo, è presto per dirlo. Ci sono state nei mesi scorsi voci ricorrenti che Merz, insoddisfatto di von der Leyen, vorrebbe promuoverla per rimuoverla, magari facendola eleggere alla presidenza della Repubblica, quando nel 2027 scadrà il mandato di Frank-Walter Steinmeier, per poi rivendicare alla Germania la presidenza della Bce, visto che nello stesso anno esce di scena Christine Lagarde. Uno scenario ultimamente meno accreditato, ma non per questo da escludere del tutto. Per il momento, von der Leyen segnala una frustrazione, in parte legittima, ma non più di quella. Al netto delle punzecchiature, la presidente della Commissione sembra voler proseguire lo schema collaudato: è Berlino che traccia il solco, ed è lei a difenderlo. Per le visioni, il medico può attendere.