Corriere della Sera, 13 febbraio 2026
La leggerezza di Fede: «Niente lacrime, direi che ho già dato. Mi è sembrato un film»
Attenta alle ole, Fede. Occhio alle iperboli. Lontana dai superlativi. Non è ancora salita sul podio, non ha ancora abbracciato la mamma e il Presidente («è sempre gentile e umilissimo»), e già sfrecciano le Frecce Tricolori. La bombardano d’elogi a grappolo. Un monumento all’Enrica Toti che ha lanciato la stampella oltre il traguardo. «Tigre e dragone» (ministro Abodi). «Nella memoria dell’Italia» (Luca Zaia). «Leggenda» (la Fisi). «Un’ispirazione» (il Milan). Le leggono un sms di Gimbo Tamberi: «Mi rendi orgoglioso d’essere italiano». Circondata dai complimenti, Federica Brignone ride, ringrazia e s’intimidisce: «Non riesco a dire niente, ragazzi, sono rimasta senza parole…». Solo un attimo: «Non avrei mai pensato di poter salire sul gradino più alto. Pensavo di poter esprimere un buono sci. Ma vincere… Quando non sei favorita, è la cosa migliore. Aver vinto tutto non contava. Già essere qua, era qualcosa di speciale. Forse ce l’ho fatta proprio perché non mi mancava, era solo un di più, è stata la mia forza. Ero tranquilla, mi valutavo un’outsider. Così ho pensato: o la va, o la spacca». O la spacca? Alla faccia della superstizione… «Ma sì – mi son detta —, o fai tutto o non viene il risultato». Lo sguardo s’incanta: «È un film, di quelli a lieto fine. Di quelli che non ci credi e continui a dire no, dai, non è possibile…».
Reload. Il primo fotogramma del film è Federica a vent’anni, già bravina, che guarda in tv le Olimpiadi di Vancouver e saltella, fa i gridolini, dai, dai, bravissimo: «Il mio eroe era Giuliano Razzoli nello speciale, m’emozionavo tantissimo. Non immaginavo… Quando sei piccola puoi avere tutti i campioni che vuoi, da imitare, ma non è la stessa cosa. Finché non arrivi qui e non sei dentro gare come queste, non puoi capire la pressione, che cosa vuol dire giocarsi una medaglia olimpica. Una cosa speciale». Scorri veloce la trama – le tre medaglie olimpiche e mai l’oro, le cinque mondiali, le cinque coppe del mondo —, vai vai fino all’happy end ed eccola qui la nuova Nostra Signora dello Sci. Che graziaddio ci risparmia la retorica delle lacrime, evita cauta di nominare la Sofia Goggia mai tanto amata e ci regala bellissimi sorrisi. Già, perché piangere in una giornata così? «Ho già dato. Con quel che ho passato in questi dieci mesi, io so che cosa c’è dietro, che cosa c’è nel mio corpo. E in realtà mi ha emozionato di più vedere mia mamma, vedere i miei fratelli che piangevano. Io sul podio avevo già sorpassato il mio momento emozioni. Ho cercato solo di godermela».
Non è una debuttante al ballo, è una consumata attrice che a quasi 36 anni si prende l’Oscar alla carriera, e lo sa: «Oggi non mi sento più vecchia. Mi sembra semmai d’avere più esperienza e di saper gestire varie situazioni in maniera diversa. Di comportarmi, e soprattutto di reagire, in maniera diversa». Ci voleva la fede in Federica, per farcela: «Sì, dico un grazie a me, perché ci ho sempre più o meno creduto. E a tutti quelli che mi hanno sostenuto in questi dieci mesi. In questi giorni mi rilassavo guardando l’hockey, il biathlon, il pattinaggio. E ieri i ragazzi dello slittino: fantastici, m’emoziona vedere la gente che vince. Poi stop, ho solo cercato di fare il mio massimo. L’unico focus. Al cancelletto, a far bene le curve, a essere sempre in anticipo, a lasciar andare i miei sci per essere tatticamente intelligente e a ritmo. Leggerissima. I movimenti, le curve. Da dieci mesi covavo dubbi, pensieri. Una cosa a cui purtroppo mi sono abituata. Due giorni fa sono andata a Pozza, in elicottero, mi sono messa gli scarponi ed era impossibile sciare. Male, come ogni giorno. Non ero guarita. Per questo è tutto incredibile, impossibile».
Il 3 aprile, il Grande Crac, non si cancella: «Mi rimarrà sempre nella mente». Ma di più, i momenti belli: «La prima volta che ho camminato, dopo tre mesi, che ho rimesso gli sci, che ho fatto le curve, che ho fatto il primo squat... Cose mai banali, piccole felicità. La mia famiglia, ecco: che orgoglio». Papà non è ancora arrivato, «viene per il gigante», mamma Ninna l’aspetta giù. «Ha lei il telefonino, starà esplodendo di messaggi». Il futuro? «Lasciatemi andare a mangiare».