il Giornale, 12 febbraio 2026
Chi sbaglia non paga. Per i magistrati solo 15 condanne negli ultimi 15 anni
Il 5 novembre 1987 il ministro della Giustizia, il socialista Giuliano Vassalli, scrisse una lettera a Bettino Craxi che il Giornale ha potuto visionare: non scriveva al suo presidente del Consiglio (Craxi si era dimesso da tempo) ma al suo segretario di partito. La sua proposta sulla responsabilità civile dei giudici pareva buona e fedele agli intenti del referendum che si tenne quattro giorni dopo: i magistrati avrebbero finalmente pagato per i propri errori come è sempre stato per tutte le professioni e come già accadeva per tutte le magistrature del mondo. Un frammento della lettera: “Caro Bettino, unisco lo schema di disegno di legge che intendo diramare all’indomani del referendum se il risultato sarà sì Ha una notevole autonomia rispetto alle proposte comunista, democristiana e repubblicana... Hanno collaborato con me insigni studiosi del processo civile”. Poi le singole voci: 1) responsabilità civile per tutti i giudici, ciò per un indeclinabile principio costituzionale di parità; 2) responsabilità sia per dolo che per colpa grave e non per “provvedimenti abnormi”; 3) in caso di condanna, azione obbligatoria di rivalsa dello Stato verso il magistrato senza spazio per discrezionalità ministeriali; 4) limitazione della rivalsa a un terzo dello stipendio. Insomma, già sappiamo: tutte le proposte di Vassalli caddero poi nel vuoto.
Nell’88-’89 la legge entrò in vigore completamente svuotata a dispetto dei 21 milioni di italiani che l’avevano votata: il Parlamento la approvò il 13 aprile 1988 (n.117) ma poi l’asse Dc-Pci-magistrati la svuotò appunto progressivamente, posto che era già vuota di suo. I ricorsi per l’azione di responsabilità verso i giudici furono 80. L’anno dopo, 30. Nel 1993, 16. Nel 1994, solo 7. E via a morire. Il perché è chiaro: zero condanne e zero avvocati disposti a credere che un magistrato possa intentare un procedimento serio contro un altro magistrato. I conteggi ufficiali parlano di sette casi in ventisei anni fino al 2014.
Poi ecco, nel 2015 venne modificata la disciplina, e l’Associazione magistrati urlò: “La politica approva una legge contro i magistrati”. Quest’ultimo virgolettato è stato ripreso ieri dall’onorevole Enrico Costa, che ha aggiornato i dati: dal 2010 al 2025, in quindici anni, 872 cause di responsabilità civile iscritte, 372 sentenze emesse, 15 condanne. Quindici. Una l’anno. Tradotto: il 98,3 per cento delle cause non produce condanna. È l’1,7 per cento sul totale iscritto, circa il 4 per cento se si guarda alle sentenze.
Nell’ultimo anno, sempre secondo quei numeri, 61 sentenze e 3 condanne: la percentuale sale di niente, ma il concetto resta quello, un sistema che macina carta e basta. La conclusione di Costa sembra persino ovvia: allora come oggi, come sempre, gli slogan dell’Anm erano la difesa corporativa chi a tutt’oggi grida all’intimidazione per continuare a non rispondere dei propri errori: sarebbe arduo, infatti, sostenere che nel 2015 sia partita una persecuzione sfociata in un condannato all’anno in quindici anni, numeri da condominio, non da emergenza democratica. Ergo: anche la riforma del 2015 si è tradotta nei fatti in un niente.
Va aggiunto che in caso di risarcimento danni (mai) trattasi di un risarcimento danni che peserebbe sullo Stato, non sul magistrato. La causa va fatta perciò allo Stato, e, nel caso, pagherebbe lo Stato (quasi mai) che può rivalersi sulla toga. Quante volte è accaduto? Da quanto a nostra conoscenza, mai.