il Fatto Quotidiano, 12 febbraio 2026
Medioevo, qui non c’è il “buio”
Se il sommo Francesco Petrarca, nel poema epico Africa del 1339, non avesse coniato l’espressione “secoli bui” rispetto al Medioevo – anche se, per amore di citazione, l’espressione esatta utilizzata dall’aretino per definire la sua percezione di decadenza letteraria, artistica e civile del periodo dopo la caduta dell’Impero romano era tenebra culturæ –, non risulterebbe ironico che proprio gli occhiali siano stati inventati addirittura qualche decennio prima della nascita del poeta.
Sul finire del 1200, per la precisione, a opera di un monaco pisano. E come vediamo negli affreschi che istoriano la Chiesa di San Niccolò a Treviso – in assoluto la prima raffigurazione degli occhiali nell’arte risalente al 1352 – si trattava di una specie di pince-nez poggiato sul setto nasale per uscire dal buio della presbiopia e vedere meglio.
Basterebbe questo ironico cortocircuito per sconfessare almeno in parte la definizione di Petrarca (poi ripresa anche da Cesare Baronio nel 1600 e diffusasi oltremodo).
Tutt’altro che bui, incolti o bellicosi, i secoli del Medioevo sono infatti da decenni l’oggetto di una bonifica culturale e nuovi studi ne hanno fatto l’oggetto di una interessante contronarrazione. Come ben spiegano Franco Franceschi, Paolo Nanni e Gabriella Piccinni nell’antologia di saggi Medioevo che crea (Laterza, pagine 356, euro 24), siamo davanti a una lunga epoca spesso licenziata come accecata da una religiosità bigotta.
Tuttavia, proprio grazie alla “santuarizzazione” delle zone centrali nelle città venne fuori in nuce la cultura del “centro storico” (dove spesso sorgeva la cattedrale cittadina). Anche un inizio di ecologia urbana è un legato del Medioevo, se pensiamo alle disposizioni che città del centro e del nord Europa avevano preso per specializzare le colture a seconda della natura del terreno per evitarne l’esaurimento, e soprattutto all’intuizione del collegamento tra lo smaltimento dei resti organici (si pensi ai macelli, alle concerie, e alle taverne) e la diffusione di epidemie.
Nel 1276, in Norvegia, un’ordinanza di Re Magnus vietava a cittadini e commercianti di lasciare resti di merci per le strade. Nel 1371, in Inghilterra, il comune di York proibì ai macellai di gettare gli scarti nei fiumi.
Anche sul presunto oscurantismo culturale, Petrarca si sbagliava. A provarlo è il medievista Massimo Oldoni in Nel blues del Medioevo (Donzelli, XVI-382, euro 30), intendendo per “blues” l’inquietudine esistenziale ben tipica di quei secoli che attraversa testi latini poco noti ma assai vividi, in cui si manifesta tutta la capacità trasformativa della letteratura di dare un habitus universale a quei sentimenti.
Il Liber Visionum (1062) di Otlone di Sant’Emmerano, piccola gemma del genere delle visiones (resoconti dall’aldilà il cui eminente apogeo è la Divina Commedia di Dante), testimonia non a caso il fiorente successo della letteratura visionaria all’epoca.
E ancora, si deve alla Historia Regum Britiniae di Goffredo di Monmouth, una cronaca della stirpe dei re britanni tra le cui maglie si nasconde perfino un certo re Lear, non solo la tragedia di Shakespeare ma anche il ciclo bretone con Artù e Merlino. E non si può non citare il Corrector (1007) di Burcardo di Worms, uno dei più noti libri penitenziali redatti da ecclesiastici, in cui, dalle penitenze per i peccati più diffusi, alla voce “Offese alla castità” si legge che per masturbarsi erano in uso vagine di pezza e rischiosi legni forati per gli uomini, e finti membri virili per le donne.
A quei tempi, dunque, più che solo la guerra come vorrebbe l’adagio, si voleva fare anche all’amore, come ben scrive Boccaccio. E se non si trovava un partner disponibile, tanto valeva beccarsi la penitenza dai preti di qualche giorno a pane e acqua.
E che il Medioevo non sia solo un periodo di guerrafondai assetati di sangue, lo racconta anche il professor Ermando Orlando in Pace, pace, pace! (Il Mulino, pagine 256, euro 25), in cui ricostruisce la storia di donne e uomini portatori di pace.
Immancabili, certo, i ben noti santi Francesco d’Assisi, Caterina da Siena e Giovanna d’Arco, ma più curiosa è l’opera del sapiente spagnolo Raimondo Lullo.
Attivo nel XII secolo, fu un importante pedagogo (oltre che filosofo, teologo, mistico, alchimista): nei suoi scritti, infatti, promulgava la conoscenza della lingua e cultura araba, perché solo attraverso un rigoroso e logico confronto tra le credenze altrui e il luminoso Cristianesimo, si potevano ottenere le conversioni più riuscite, ritenendo inutili le violente forzature. Convinzione che lo rende, a tutti gli effetti, un precursore del dialogo interreligioso.
La Storia, dunque, si può riscrivere, a patto, però, di voler sfidare davvero con verità documentali stereotipi e apodittici, che spesso più che certezze, offrono soluzioni di superficie.