il Fatto Quotidiano, 12 febbraio 2026
Trieste, mantenere lo yacht sequestrato al magnate russo ci è costato 36 milioni. E la destra litiga
Trentasei milioni. È la cifra che, euro più euro meno, lo Stato ha speso finora per la manutenzione del super-yacht “A”. È il nome della colossale imbarcazione attribuita al miliardario Andrey Melnichenko che da quattro anni è sequestrata e all’ancora nel golfo di Trieste. Così tanto tempo che ormai in città quello scafo d’argento – firmato dal designer Philippe Starck – è diventato parte del paesaggio come San Giusto o il Castello di Miramare.
Ma adesso il super-yacht rischia di diventare anche un problema politico che rivela le falle, è proprio il caso di dirlo, nel centrodestra diviso tra simpatie filoucraine e filorusse. Perché l’altro giorno in città è piombato il vicepremier Matteo Salvini che per la Giornata del ricordo si è recato alla foiba di Basovizza. E quando si è trovato davanti lo splendido golfo che si apre dal molo San Carlo e da piazza dell’Unità ha visto il super yacht: “Che follia! Quanti soldi sta costando agli italiani, non ai russi… Noi per fare un danno ai russi stiamo pagando con i soldi degli italiani”. Ha detto così, come non fosse il vicepremier del governo in carica. Una frase che mette a nudo ancora una volta gli scricchiolii di una coalizione dove convivono amici di Zelensky e politici che in passato avevano detto: “Putin? Avercene, è meglio della Merkel”.
Come si diceva, l’“A” è stato confiscato l’11 marzo 2022 perché secondo le autorità italiane sarebbe riconducibile ad Andrey Melnichenko – nato in Bielorussia e vissuto in Russia – un Paperone con interessi nel settore dei fertilizzanti e del carbone. Secondo Forbes nel 2022 era al 117° posto nella classifica degli uomini più ricchi del pianeta con un patrimonio di 27,5 miliardi. Insomma, perdere lo yacht da mezzo miliardo non deve averlo più di tanto sconvolto.
Melnichenko, inserito nella black list degli amici di Vladimir Putin, però ha sempre negato di essere il proprietario del super yacht. Così è cominciata una guerra di carte bollate che, come ha raccontato Il Piccolo, è finita davanti alla Corte di Giustizia europea. Intanto, però, il colosso è rimasto sul groppone dello Stato italiano che deve sborsare una fortuna perché resti funzionante e non si deteriori (questo prevede la legge).
Il conto sono 9 milioni all’anno (o se preferite 24.600 euro al giorno). E l’11 marzo saranno quattro anni esatti dall’arrivo dell’“A”. Con quello scafo scintillante che pare d’argento e i tre alberi rotanti di carbonio alti come un palazzo di 8 piani che si vedono da Muggia a Opicina. La scheda tecnica ricorda che si tratta di una delle più grandi imbarcazioni a vela del mondo: 142 metri di lunghezza e una superficie velica di quasi 4 mila metri quadrati. Metà di un campo di calcio. Il tutto per un costo di 530 milioni (è stato varato nel 2015).
Insomma, difficile dire se il sequestro abbia fatto più danno a Melnichenko oppure alle casse pubbliche. Un po’ come accadde anni fa quando a un boss della ’ndrangheta fu sequestrato un leone. Le autorità si trovarono a dover custodire in gabbia una belva che mangiava ogni giorno decine di chili di carne.