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 2026  febbraio 12 Giovedì calendario

Nicola Lagioia: "Il mondo vuole Rivelazioni"

«Imparare è un percorso con momenti entusiasmanti, umilianti, comici. L’apprendistato è sempre interessante. Nel mio primo lavoro dovevo rispondere al telefono: “Buongiorno, Castelvecchi. Come posso esserle utile?”. Difficilissimo se hai chiamato solo gli amici. Come è dura trattare su un prezzo quando noleggi le sedie di un evento o correggere bozze. Richiede una concentrazione molto diversa da passare un esame di diritto». Nicola Lagioia racconta il tema dell’incontro che conduce sabato 14 alle 10,30 alle Fonderie Limone di Moncalieri “Come si diventa ciò che non si è” nella rassegna “Rivelazioni” di cui è direttore a Moncalieri Legge.
Qual è la cosa più difficile che ha imparato?
«Lavorare sul talento altrui facendo l’editor. Mettersi al servizio non solo di me stesso. Devi essere solido da non pensare che ti tolga qualcosa e accettare l’ingratitudine».
Perché “Rivelazioni”?
«L’idea è mettere in condivisione protagonisti del mondo della cultura con esperienze diverse per offrire il brivido della rivelazione: persone attive nella ricerca, capaci di spendersi ed essere un po’ stella polare. L’auspicio è che chi verrà ad ascoltare possa aprire uno squarcio su un mondo che sembra smaterializzarsi e gioca a non farci capire cosa avviene. Ritrovarsi con i corpi nello stesso posto in un’unità di tempo è una via d’uscita all’alienazione contemporanea».
Come siamo finiti in un mondo smaterializzato?
«Il primo motivo è che ragioniamo con briglie novecentesche. Avevamo dato per scontato dopo il 1989 che il mondo sarebbe andato via via perfezionandosi, poi le certezze si sono sgretolate: ad esempio l’amicizia fra Europa e Stati Uniti. La cultura di Bad Bunny al Super Bowl è più forte di quella wasp a livello di democrazia. Il secondo è l’accelerazione tecnologica che ha cambiato le nostre menti. Il terzo è il tema ecologico. Il quarto elemento preoccupante è che in molti, soprattutto le nuove generazioni, agiamo come se potessimo incidere solo sulle vite private e non sul mondo che si circonda, puntando solo a sfangarla evitando la parte violenta del presente».
Colpa dei social?
«Quando li uso mi sembra di diventare meno intelligente ed empatico. La lingua dei social è la lingua del potere. Qui una notizia falsa ha più probabilità di diffondersi di una vera e un litigio crea più interazioni di uno scambio come racconta Shoshana Zuboff nel libro Il capitalismo della sorveglianza. Non sono disegnati per favorire la conoscenza ma generare traffico e aumentare gli introiti a qualunque prezzo. Tutto è polarizzato e non ci sono sfumature, è un modo primitivo di ragionare, come fanno Trump o il governo cinese. Tommaso Pincio li usa in modo geniale invece».
E l’Intelligenza Artificiale?
«Non esiste un’IA europea. È versatile ma segue un punto di vista molto anglosassone. Io faccio esperimenti, svolgo compiti burocratici o cerco cose strane come i sogni delle persone. Non la uso per avere spunti di scrittura perché nei miei libri lingua e struttura sono compenetrate. L’IA si basa sul pregresso e difficilmente ha la scintilla della letteratura. All’IA si possono fare esaminare testi letterari e magari può essere utile al cinema per abbattere le barriere produttive».
Ci sono tanti festival di letteratura. Aiutano a leggere di più?
«Se non ci fossero si leggerebbe di meno. Sono tanti perché c’è una mancanza: ci sono poche occasioni di aggregazione e un festival permette di ritrovarsi con persone che non si conoscono su qualcosa che appassiona o fa ragionare. Arrivo da un festival a Barcellona dove l’editoria ha il segno “più”. In Germania e Francia ci sono politiche di promozione della lettura. Noi siamo istituzionalmente fragili. Peccato. È una battaglia di civiltà che non ha colore politico».
Nel 2026 esce con un nuovo libro?
«In autunno ma è presto per parlarne».
Cosa pensa di Torino?
«Un rapporto felice dopo sette anni di direzione del Salone del Libro. Qui c’è Einaudi, la mia casa editrice e Lucy. Le sono affezionato ma ci passo troppo poco tempo».