La Stampa, 12 febbraio 2026
Martina Valcepina: "Lo short track azzurro ha un cuore grande così Sighel è un vero leader"
L’appuntamento a Milano per togliere i punti dalla gamba operata dopo l’infortunio nello stesso giorno in cui iniziano le gare olimpiche dello short track. Una coincidenza che Martina Valcepina ha preso come segno del destino: «A casa avrei comunque sofferto, meglio stare un filo meno male vicino alla squadra».
Non è una tortura guardare dal vivo l’oro della staffetta mista di cui doveva far parte?
«Non ho avvertito nessuno, mi sono presentata lì. Con il magone e con la voglia di stare vicino ai compagni, tutto insieme. Sono stati stratosferici, non capita spesso una nazionale così».
Che cosa ha di speciale?
«L’umanità. Un po’ lo avete visto quando mi hanno presa in spalla per farmi partecipare al giro d’onore. C’è grande cuore in una generazione di talento. Io ho fatto fatica a integrarmi, ero più vecchia, abituata ad altre relazioni tra compagni. Poi, nel 2023, mi sono spaccata, al rientro sono stati pazzeschi. Mi hanno dimostrato la stima per il mio percorso, mi hanno dato la forza».
Due argenti e un bronzo ai Giochi, sempre in staffetta. Nel 2023 si rompe tibia e perone, rientra nel 2025 e agli Europei di qualche settimana fa stesso infortunio, di nuovo, alla stessa gamba.
«So di aver forzato, inseguivo le mie Olimpiadi. Sarei dovuta rientrare nel febbraio 2025, avevo ancora le viti. In meno di un anno ho compresso tutto. Li guardavo lavorare, mi facevano stare nel giro. Tra ferri e piastre ho ripreso e mi sentivo di nuovo io. Una me stessa dolorante. Due settimane di raduno a Bormio e una di fisioterapia a Roma. Fino al crac, sulla pista degli Europei. Quello stesso giorno lo staff tecnico mi aveva detto: “Ti sei dannata per arrivare qui, goditi ogni istante sul ghiaccio”. Le ultime parole famose».
È rientrata troppo in fretta?
«Probabile, ma come potevo non tentare di gareggiare a Milano?».
Al posto di Vonn sarebbe scesa nella libera di Cortina?
«Sì. È sbagliato, però sì: gli atleti hanno questa testa, non ce la cambi. Criticano Vonn... per che cosa? Aveva una opportunità e non l’avrebbe mai lasciata lì. La trovo impressionante, pensate quanto ha spostato la percezione del limite».
Nel 2014, a Sochi, scopre di essere incinta prima della staffetta ai Giochi e pattina fino al bronzo. Se si ripensa allora come si vede?
«Incosciente. Eppure lo rifarei».
Due gemelle, ha usufruito del progetto mamma?
«Parliamo di più di 10 anni fa, non c’era. In un certo senso lo hanno studiato su di me. L’appartamento a disposizione nei ritiri in modo che i miei genitori potessero curare le bimbe, tutti gli aiuti che potevano offrirmi. Sono felice che ora quell’esperimento sia un percorso di sostegno».
Si è aperto il dibattito sull’arrivo di spalle di Pietro Sighel, gesto per esaltare il pubblico o festa poco rispettosa degli avversari?
«È Pietro in purezza. Non ci vedo aggressività. Chi vince come ha fatto l’Italia ha diritto all’esuberanza. È una legge non scritta. Lui è un vero leader, il nostro leader e si è comportato così per lasciare un segno, per l’azzurro. da urlo. Chi lo conosce sa quanto è umile e nessuno può accusarlo di essersi comportato da maleducato».
Non è Arianna Fontana la leader?
«Non l’abbiamo vissuta tanto in nazionale. Lei è un fenomeno, ha trainato i risultati per molti anni ma è stata distante. Ha fatto scelte personali, un peccato perché avrebbe potuto darci di più partecipando alle nostre stagioni. Ne avremmo ancora più tratto beneficio. Pazienza, ha di sicuro le sue motivazioni».
Perché tutti coccolano Thoms Nadalini, finalista in staffetta?
«È il cucciolo, è veramente sensibile, al punto che questa caratteristica gli ha quasi reso difficile emergere nonostante abbia sempre avuto i numeri. È sotto la nostra protezione e avverte l’affetto per questo ha fatto lui il discorso prima dell’oro».
Nello staff tecnico c’è anche Qi Mengayo, tradizione cinese oltre alla guida canadese di Kenan Gouadec.
«È l’innovatrice, ha cambiato l’approccio tecnico ai più giovani e funziona. Forse non ha ancora ben capito dove è finita, siamo un popolo passionale e lei è molto rigida. Ad Assago l’altro giorno si è fatta un’idea più precisa».
Alla cerimonia di apertura ha consegnato la bandiera olimpica insieme a Franco Nones, primo oro nel fondo a Grenoble 1968.
«Siamo diventati amici. Ho promesso di andare a trovarlo. Ero in ospedale quando Malagò mi ha telefonato per dirmi di questo ruolo, mi ha dato energia. Lo avevo già sentito quando mi sono rotta, una chiamata che ho apprezzato».
Che cosa farà da grande?
«Adesso penso a rimettermi in piedi, senza più chiedermi l’impossibile. Non so se ho smesso di essere un’atleta, può darsi, però sento di non aver ancora chiuso il cerchio. Son stata più sfortunata che fortunata, so che a insistere posso peggiorare le percentuali. Scoprirò se ho ancora una riserva di sogni quando rimetto i pattini».
Vedrà altre gare?
«Oggi mi ripresento, voglio stare vicino ai ragazzi. So di poter essere utile».